Nomi [DRAFT]

The hidden meaning of the name Socrates | Namious

The following is the translation of Sam Cumming’s entry on “Certainty” in the Stanford Encyclopedia of Philosophy.  The translation follows the version of the entry in the SEP’s archives at https://plato.stanford.edu/archives/fall2021/entries/names/ . This translated version may differ from the current version of the entry, which may have been updated since the time of this translation. The current version is located at <https://plato.stanford.edu/entries/names>. We’d like to thank the Editors of the Stanford Encyclopedia of Philosophy for granting permission to translate and to publish this entry on the web.

I nomi veri e propri sono espressioni familiari del linguaggio naturale, la cui semantica rimane una questione discussa. I nomi hanno un significato, o semplicemente si riferiscono a cose particolari senza che il riferimento sia mediato da un significato?

 

1. Sintassi

La Grammatica Inglese di Cambridge distingue la categoria sintattica di nome proprio da quella di sostantivo (Payne & Huddleston 2002: 516). Un sostantivo è un’unità a livello di parola della categoria di sostantivo, mentre un nome è un tipo di sintagma sostantivale. Quindi, ad esempio, il nome proprio “Alice Walker” consiste di due sostantivi propri: “Alice” e “Walker”. Un nome proprio (il sintagma sostantivale) può anche – spesso – consistere di un singolo sostantivo, così come una locuzione verbale può consistere di un solo verbo. Quindi, il sintagma “Alice dorme” è composta da un nome proprio e un verbo; il sintagma sostantivale contiene un singolo sostantivo, e il verbo consiste di un solo verbo. L’analisi dei costituenti sintattici si articola in questo modo:

[s [PNome [PSostantivoAlice]] [VP [Vdorme]]]

I nomi propri possono contenere anche altre parti del discorso: “Brooklyn Bridge” contiene il nome comune “Bridge” insieme al nome proprio “Brooklyn”. “The Raritan River” include l’articolo “the”. “The Bronx” combina un articolo e un nome proprio. Infine, “the Golden Gate Bridge” è un nome proprio senza alcun nome proprio

I nomi propri si presentano in diverse strutture in base al tipo di cosa nominata (Carroll 1985). Ad esempio, i nomi ufficiali di persone nella maggior parte delle culture occidentali consistono di (almeno) nome e cognome, che sono sostantivi propri.  I nomi di ponti hanno un articolo determinativo opzionale e spesso includono il nome comune “ponte”. Abbiamo nomi di ponti che includono altri nomi propri come “The George Washington Bridge”. Possiamo perfino immaginare nomi ambigui strutturalmente, come “the New New York Public Library”.

Per individuare l’intera gamma di nomi propri, abbiamo bisogno di un’altra categoria sintattica. Seguendo la Grammatica Inglese di Cambridge ancora una volta per convenienza, un sintagma sostantivale consiste di un determinante opzionale seguito da un sintagma nominale. Perciò nel sintagma sostantivale “l’uomo che c’era martedì”, il sintagma nominale componente è “uomo che c’era martedì”. Se assumiamo una costruzione simile per i nomi propri, allora “the Raritan River” ha la componente “Raritan River” (composta a sua volta dal nome proprio “Raritan” e il nome comune “River”). Chiameremo la componente che è un complemento del determinante (opzionale) con il termine proprio NOMINALE PROPRIO. Perciò l’analisi completa del nome proprio “Alice” è tale:

[PNome [PNom [PSostantivo Alice]]]

I nomi sono comunemente categorizzati come frasi sostantivate definite (Mulkern 1996; Abbott 2002). Esse possono presentarsi con gli indicatori di determinatezza, come l’articolo determinativo “the” in inglese (anche se in alcune lingue, come il samoano, i nomi propri si presentano necessariamente con un articolo propriale speciale, che è differente dagli articoli determinativi ordinari). Dal momento che anche le descrizioni definite appartengono alla generale categoria delle frasi sostantivate definite (insieme ai pronomi e i dimostrativi), questa evidenza è usata per sostenere posizioni per cui i nomi sono un tipo di descrizioni definite (Sloat a969); Larson & Segal 1995: 354-355; Elbourne 2005), ma è coerente con i nomi che formano le loro proprie specie di definiti.

I nominali propri (nomi propri senza il determinante) possono modificare altri sostantivi, come in “un residente di Bronx”. Possono anche presentarsi come limitatori di determinanti oltre a “il”, come in “ogni università della California, da Berkeley a Santa Cruz”. Alcuni (Sloat 1969; Burge 1973) vedono i significati del predicato dei nominali propri come primari, e da questi provano a creare un significato delle occorrenze argomentali più comuni dei nomi propri. Ad ogni modo, è anche ragionevole considerare i nominali propri predicativi alla pari di espressioni “coercitive” come il verbo “to google” (Leckie 2013; Schoubye 2017).

C’è solo un nome proprio “Alice” o ci sono molti omonimi, uno per ogni persona o cosa così denominata? È allettante inferire la unicità del nome, su basi sintattiche, dall’unicità del sostantivo. Probabilmente lo stesso sostantivo ricorre in nomi differenti “Alice Waters” e “Alice Walker”, così come nel sintagma “due Alice famose” (vedi Sainsbury 2015 e Gray 2015 per il secondo caso). E se il nome “Alice” è un’espressione complessa costruita da un unico sostantivo, allora presumibilmente dovrebbe esserci solo una espressione costruita in quel particolare modo.

D’altra parte, il nome “Alice” può essere usato per riferirsi a molte persone diverse. Se lo stesso oggetto sintattico è responsabile in ogni caso, questa licenziosità deve essere spiegata. Supponendo il nome come significativo (l’argomento della sezione successiva), è o (massimamente) ambiguo, oppure ha una sorta di significato che limita, senza determinare, il riferimento di uno specifico proferimento, o forse invece un significato generale che identifica un referente differente quando è pronunciato in contesti differenti (nella maniera degli indessicali come “qui” o “ora”).

Se, d’altra parte, ci sono molti omonimi, allora ognuno può essere distinto in base alla propria regola semantica, determinando indipendentemente il suo referente particolare (vedi Kripke 1980: 7-8; Kaplan 1990). È ragionevole dire, allora, che il nome unicamente denotante è un’innovazione tecnica che incontra un bisogno teoretico specifico nella semantica. Una terminologia alternativa sviluppata con lo stesso obiettivo in mente, ma con una più grande riluttanza ad abbracciare un’omonimia genuina, include “use” (Strawson 1950), “name-using practice” (Evans 1982), “naming convention” (Matushansky 2008: 592; Recanati 1997), e persino “discourse entity” (Cumming 2014).

Per quanto riguarda l’esposizione che segue, non terremo in considerazione il problema presentato e parleremo, in diversi momenti, dei molti nomi specifici omonimi “Alice”, così come dell’unico nome generico “Alice”.

2. Semantica

2.1 Significato ed estensione

Il nome comune “scapolo” ha un proprio significato, così come una gamma di entità a cui si può applicare; significa uomo che non è mai stato sposato. E invece i nomi propri? “Socrate” certamente si applica a delle entità. Si applica, ovviamente, al fondatore della filosofia occidentale. Visto come un nome generico (vedi Sezione 1), “Socrate” si applica a numerosi individui: con una prima approssimazione, a tutti quelli che sono chiamati “Socrate”. Ma “Socrate” possiede anche un significato proprio?

Alcuni nomi hanno un significato in un certo senso. Ho sentito il nome “Merlot” usato per richiamare un bambino, e una volta conoscevo una coppia sposata i cui rispettivi nomi erano “Sunshine” e “Moonlight”. Questi nomi, diremmo, hanno dei significati. “Moonlight”, ad esempio, significa luce dalla luna. Qualcosa di simile si verifica quando diciamo che “Theodore” significa dono di dio, o interpretiamo un nome del popolo Mohawk come un’espressione verbale. Ma questo tipo di significato non è quello che stiamo cercando.

Consideriamo che il significato di “scapolo” – uomo che non è mai stato sposato – è anche ciò che determina la gamma di applicazione del nome. Quando il nome “scapolo” si applica a qualcuno, è perché ci sono uomini che non sono mai stati sposati. E quando non si applica a qualcuno, è perché quel qualcuno è stato sposato. Al contrario, il tipo di significato appena messo in luce per i nomi “Merlot” o “Moonlight” non pone un limite al dominio a cui si applica. Una persona potrebbe essere chiamata “Merlot”, e quindi rientrare dentro il dominio di applicazione del nome, indipendentemente dalla relazione che una persona ha con la varietà di uva del vino Merlot (Mill 1843: 34). Inoltre, la relazione particolare di una persona con l’uva non è la ragione per cui il nome si applica a questa.

In questa lunga rassegna dell’articolo sulla semantica, ci limiteremo alla questione se i nomi propri hanno un significato nel senso in cui “scapolo” lo ha. Hanno un significato che determina, o almeno restringe, la loro estensione (cioè o il raggio di applicazione o il riferimento)? Come vedremo, perfino perseguendo questo obiettivo ridotto, i filosofi hanno dovuto considerare una serie di questioni fondazionali sul linguaggio e sul significato. Non è oltre i limiti avanzare una domanda differente sui nomi, o pensare al loro significato in altri modi, ma la questione aprirà un cammino attraverso argomenti importanti nella semantica dei nomi, e quindi nella filosofia del linguaggio.

Iniziamo con il nome generico “Alice”. Consideriamo la gamma di individui a cui si applica. Diversamente dal dominio di “scapolo”, questa categoria non è unita sotto una definizione concisa, ma consiste di tutte le varie persone (inclusa Alice Cooper), e forse di tutte le cose, a cui le occorrenze del nome “Alice” si riferiscono. Una posizione naturale, allora, è quella per cui la relazioni individuali referenziali sono ciò che è basilare, e qualsiasi generalizzazione riguardante un dominio di applicazione di un nome generico è basato su di esse, piuttosto che il contrario. Secondo questa posizione, non c’è un significato generale del nome, responsabile di determinare a chi si applica correttamente. Mentre una persona potrebbe elaborare una (complessa) condizione che correttamente divide le Alice dalle non-Alice su altre basi rispetto a quelle delle relazioni referenziali (ad esempio, una disgiunzione che consiste degli unici tempo e luogo di nascita di ogni Alice), è chiaro che qualsiasi condizione sarebbe una sovrastruttura costruita su quelle relazioni, piuttosto che, con ogni plausibilità, essere la loro fonte d’origine.

L’unico modo breve per delimitare il dominio del generico “Alice” è con un elemento metalinguistico, che è l’essere nominata “Alice”. E infatti alcuni hanno difeso la spiegazione metalinguistica del significato dei nomi generici (vedi Sezione 2.10 sotto). La sfida per questa spiegazione è quella di distinguere l’aspetto rilevante da quello di essere nell’estensione di “Alice”, che chiaramente non può determinare l’estensione in un senso forte richiesto per un significato (Kripke 1980: 68; Guerts 1997: 326ff; Bach 2002: 83; Gray 2014).

Successivamente consideriamo il nome specifico “Socrate”. Si riferisce a un certo uomo ateniese, e, al contrario del caso generico, questa (singola) estensione può essere delimitata in modo conciso senza appellarsi alle caratteristiche del suo onomastico. Inoltre, proprio come “scapolo”, “Socrate” appare in (alcuni) dizionari seguito da una spiegazione che fornisce solo questa sorta di informazione non linguistica che identifica. La seguente è tratta da Lexico (vedi il link in Altre Risorse in Internet):

(469-399 BC), filosofo greco. Come rappresentato negli scritti del suo discepolo Platone, si impegnava nel dialogo con gli altri nel tentativo di definire i concetti etici esponendo e cacciando l’errore (metodo socratico). Accusato di introdurre divinità straniere e corrompere i giovani, Socrate fu condannato a morte e morì bevendo cicuta.

Certamente, la maggior parte dei nomi specifici non appare in nessun dizionario. Inoltre, non si dovrebbe pensare che le “definizioni” del dizionario si propongano sempre di dare il significato della parola che mostrano sotto (una voce per “Socrate” sul Wikizionario dice solo “Un dato nome maschile con un uso perlopiù storico”). Ma supponiamo che abbiamo una condizione soddisfatta da solo ed esclusivamente il referente di “Socrate”; uno che è, inoltre, elencato sotto il nome in certi dizionari. Per il motivo della spiegazione, supponiamo che sia il maestro di Platone e Senofonte. Seguirebbe che “Socrate” significhi il maestro di Platone e Senofonte?

Non necessariamente. Prima di tutto notiamo che, “Socrate” non significa semplicemente il maestro di Platone e Senofonte. Mentre saremmo d’accordo che Socrate era il maestro di Platone e Senofonte, non saremmo inclini a dire che questo è il significato della parola “Socrate”. Al contrario, siamo soddisfatti nel dire che “scapolo” significa uomo che non è mai stato sposato.

In modo simile, nonostante un dizionario possa offrire una definizione di “gatto”, come animale domestico con artigli retrattili, non saremmo inclini a dire che “gatto” significhi animale domestico con artigli retrattili, anche se ammetteremmo che i gatti siano animali di questo tipo. Anche se i gatti sono gli unici animali domestici in estinzione che hanno artigli retrattili, non sembra corretto dire che questo sia il significato di “gatto”. Il significato di una parola è più di una semplice accurata descrizione dei contenuti della sua estensione.

In primo luogo, una condizione che seleziona il corretto dominio per una parola non è necessariamente la condizione che determina che la parola abbia quel dominio. Supponiamo che solo ed esclusivamente gli asceti abbiano i capelli arruffati. Tuttavia, “asceta” non significa persona con i capelli arruffati, perché avere i capelli arruffati, anche se può essere un segno distintivo degli asceti, non è ciò che fa di una persona un asceta. Ma perfino supponendo che la nostra condizione è quella in virtù della quale “Socrate” si applica al celebre ateniese, non segue ancora che questo sia il significato di “Socrate”. Può anche essere che “Socrate” non abbia un significato (confronta Kripke 1980: 32-33). Anche se prendiamo il significato di una parola per determinare il suo dominio di applicazione, non assumiamo il contrario, che qualsiasi cosa determini il dominio di applicazione di una parola debba essere il suo significato. Noi ammettiamo che i nomi possano funzionare in modo diverso da “scapolo”. La loro estensione può essere determinata da qualcos’altro rispetto a un significato; ad esempio da loro uso precedente (Sezione 2.7).

Per metterla in un altro modo, la domanda in che modo un nome possieda un significato non è triviale. Il nome “Socrate” si riferisce a un particolare ateniese, e, a meno che il riferimento non sia metafisicamente basico, ci deve essere qualche caratteristica del mondo in virtù della quale lo sia (cfr. Kripke 1980: 88, fn.38). Ad ogni modo, questa caratteristica può o non può costituire il significato del nome specifico “Socrate”. È davvero una domanda ulteriore se questa caratteristica sia semantica o meta-semantica, se sia parte del significato, o se stabilisce il riferimento del nome senza appartenere al suo significato. La teoria del riferimento (nominale) (vedi l’inizio) dovrebbe essere distinta dalla connessa teoria della semantica dei nomi (Dickie 2011).

2.2 Valore cognitivo e Identificazione

Un altro problema che dobbiamo risolvere dalla semantica dei nomi è quello del loro valore cognitivo e del comportamento correlato nei contesti opachi, includendo specialmente i contesti di credenza (vedi la voce su Atteggiamenti proposizionali di credenza).

I nomi che hanno lo stesso riferimento non sempre veicolano la stessa informazione. Ad esempio, per uno che ignora il fatto che i nomi “Espero” (cioè la stella della sera) e “Fosforo” (cioè la stella del mattino) si riferiscono entrambi al pianeta Venere, l’enunciato “Espero è un pianeta” e l’enunciato “Fosforo è un pianeta” veicolano informazioni diverse, producendo stati cognitivi e azioni conseguenti diversi (Frege 1892). Una persona che non comprende correttamente un proferimento di una di queste frasi, confondendole, non ha compreso il parlante, nonostante arrivi ad un’interpretazione che è estensionalmente corretta (Loar 1976).

Inoltre, i nomi che hanno lo stesso riferimento possono essere usati con diversi significati anche da quelli che sono a conoscenza di ciò. Quando (nel romanzo di Wharton) Miranda cade nella pietà dell’abate, e ammette che ha finto la parte di un uomo per aggirare la restrizione ecclesiale sulle attrici femmine, lui in modo compassionevole toglie la proibizione:

“La mia unica condizione,” ha aggiunto con un sorriso realmente paternale, “è che, dopo lo spettacolo della Signorina Miranda al teatro, il suo fratello gemello Signor Mirandolo ritorni ogni sera al monastero”. (Wharton, La valle della decisione)

La condizione dell’abate non è soddisfatta a meno che Miranda non torni al monastero ogni notte in veste maschile (cfr. Saul 2007).

Allo stesso modo, i nomi che hanno la stessa denotazione non possono essere sempre sostituiti salva veritate nel contesto di un atteggiamento proposizionale di credenza (Frege 1892). Se Dafne non sa che Espero è Fosforo, allora potrebbe essere vero che

  1. Dafne crede che Espero appaia la sera.

Mentre potrebbe essere falso che

  1. Dafne crede che Fosforo compaia la sera.

Queste osservazioni sono connesse con la fondamentale domanda di questa sezione – i nomi hanno significati? Perché i nomi con la stessa denotazione potrebbero tuttavia differire nel significato, e questo potrebbe spiegare il loro diverso valore cognitivo. In particolare, se il significato di un nome è (parte di) ciò che contribuisce alla condizione di verità di un proferimento, allora una differenza nel significato, nonostante l’equivalenza nel riferimento, potrebbe portare a un valore di verità diverso per l’enunciato.

Ciononostante, non considereremo questa fonte di evidenza per il significato nominale più avanti nell’articolo. In primo luogo, i fenomeni appena esposti sono generali per tutti i tipi di espressioni referenziali (e forse anche per altri tipi di espressioni), piuttosto che essere particolare per i nomi, e quindi la loro discussione appartiene propriamente ad un titolo più generale. In secondo luogo, in casi in cui siamo meno incerti che esista il significato, esso non sembra corrispondere al valore cognitivo. Per esempio, data la situazione corretta, “scapolo” e il sintagma che esprime il suo significato – “uomo che non è mai stato sposato” – fallirebbe la sostituzione salva veritate in un atteggiamento proposizionale. Infine, il dibattito sul valore cognitivo arriva ad uno stallo, poiché ogni spiegazione dettagliata dei fenomeni che fa affidamento sui nomi aventi i significati può essere approssimata da una che invece fa affidamento all’informazione che, mentre associata ad un nome, non è considerata il suo significato (Soames 2002).

Proverò l’ultimo punto a lungo, considerando una spiegazione particolare del valore cognitivo dei nomi. La spiegazione assimila il valore cognitivo all’informazione identificativa associata ad uno nome specifico nella mente di un attore (Strawson 1974: 43ff). Per mostrare ciò, supponiamo che io conosca due individui che portano il nome “Zera Yacob”. Molto probabilmente io associo un soprannome diverso, o una descrizione, con una specifica versione del nome, come un modo di mantenere la distinzione nella mia mente. Inoltre, ogni volta che pronuncio o sento il nome “Zera Yacob”, associo implicitamente il proferimento con una di quelle descrizioni; si tratta o del filosofo del diciassettesimo secolo o dell’imperatore di Etiopia del quindicesimo secolo che è stato nominato in questo esempio. Plausibilmente, non posso efficacemente proferire “Zera Yacob” senza selezionare o il principe o il filosofo come mio referente voluto, e non posso completamente interpretare il proferimento di un nome di qualcun altro senza elaborare una determinazione parallela.

Se ogni nome specifico è connesso a qualche informazione identificativa – abbastanza da selezionare il suo portatore almeno nella mente dell’agente – allora questo potrebbe spiegare il diverso valore cognitivo dei nomi che hanno la stessa denotazione. Ma il soprannome identificativo rappresenta anche il significato del nome? Ci sono varie ragioni per dubitarne. Prima di tutto, agenti diversi potrebbero associare diverse informazioni identificative con lo stesso nome specifico (Frege 1892), e ciò sembrerebbe confliggere con la naturale assunzione che un nome come “Socrate” ha un singolo significato all’interno di una comunità. Rispose diverse sono a nostra disposizione in questo caso. Potremmo dire che il significato di un nome è relativo all’idioletto dell’individuo, piuttosto che alla lingua del gruppo. Un’altra opzione sarebbe affermare che il significato di un nome in un linguaggio pubblico è messo insieme in qualche modo dall’informazione identificativa associata con esso da ogni membro del pubblico pertinente (Strawson 1959: 191-192). Da notare che, per quanto riguarda la seconda spiegazione, sarebbe possibile per colui che utilizza (o persino per ogni parlante) il nome avere solo una parziale conoscenza sul suo (aggregato) significato (vedi Sezione 2.3).

In secondo luogo, l’informazione che è sufficiente per scopi identificativi (che distingue internamente un portatore di un nome da un altro) può essere tuttavia inadeguata a determinare l’estensione di un nome (Strawson 1959: 20-21). Per esempio, “l’autore romano” è sufficiente per distinguere Marcus Tullius Cicero da Cicero, città degli Stati Uniti (i due Cicero su cui l’agente conosce qualcosa). Ma non è sufficiente a selezionare un unico Cicero al mondo (Kripke 1980: 81; Donnellan 1970: 343).  C’è, ad esempio, il fratello più giovane di Cicero, Quintus Tullius Cicero, autore anche di molte opere.

Una descrizione può anche funzionare come identificativa anche se è falsa rispetto al referente proprio del nome specifico. Ad esempio, molte persone avrebbero incorrettamente identificato Cristoforo Colombo come il primo europeo che ha visitato le Americhe (Searle 1958: 168, Strawson 1964: 102; Donnellan 1970: 341; Kripke 1980: 83-84).

Se la caratteristica usata per scopi identificativi è falsa rispetto al referente del nome, allora secondo il nostro criterio non può fungere da significato del nome. Se è vera, ma insufficiente a distinguere il referente, allora la situazione è differente. È possibile affermare che l’elemento identificativo è il significato del nome, mentre si ammette che il significato nominale limita soltanto, senza completamente determinare il riferimento nominale. I nomi sarebbero allora simili a certi pronomi (probabilmente, il significato di “lei” limita semplicemente il suo possibile riferimento in certi aspetti).

Perciò, è possibile trovare una funzione nella teoria per identificare le descrizioni, e perfino usarle per spiegare il valore cognitivo, mentre si nega ancora che corrispondano ai significati dei nomi. Strawson stesso, che ha sviluppato la spiegazione dell’identificazione tramite manifestazione, e che pensava che il riferimento di un nome fosse determinato dalla sua descrizione identificativa associata (1959: 181-182), non concepiva quella descrizione come espressione del significato del nome (1950:340).

Più generalmente, supponiamo di chiamare qualsiasi posizione teoretica catturi il valore cognitivo di un nome, SENSO, seguendo Frege. Il punto cruciale è che non abbiamo bisogno di combinare il significato linguistico di un nome con il suo senso (Kripke 1980: 59; Burge 1977). Questo è così esatto se prendiamo un nome per far contribuire il suo senso alla condizione di verità di un atteggiamento proposizionale, come anche Frege suggeriva. Ricordiamoci, noi comprendiamo il significato come qualcosa che (se presente) determina o limita l’estensione di una parola. Ci siamo astenuti da identificare il significato con un contributo della parola alla condizione di verità di un enunciato dichiarativo (ciò che solitamente è chiamato il suo valore semantico). Se lo avessimo fatto, allora seguirebbe, dal fatto che i nomi contribuiscono alle condizioni di verità, che i nomi hanno significati; e avevamo voluto formulare il problema del significato di un nome così che non ci fosse una risposta triviale. Invece, abbiamo lasciato aperta la questione se il contributo di un nome – senso o denotazione – sia determinato dal suo significato, oppure, in assenza di tale significato, da fattori extra semantici, come l’uso.

2.3 Significato e a priori

Ci sono proposizioni che possiamo solo confermare o giustificare con l’osservazione e le prove. Ci sono, ad esempio, vari modi per stabilire che la Terra sia rotonda, uno specialmente decisivo che è la circumnavigazione. Ci sono altre proposizioni che nessuna osservazione può confermare, o nemmeno falsificare; ad esempio, la proposizione che gli scapoli non sono sposati. Dal momento che “scapolo” è definito come uomo che non è mai stato sposato, deriviamo questa proposizione prima di qualsiasi consultazione del mondo esterno. La proposizione è a priori.

Ragionando in modo simile, se “Socrate” significasse maestro di Platone e Senofonte, sarebbe a priori il fatto che Socrate insegnasse a Platone (Kripke 1980: 65). Ad ogni modo, diversamente dalla proposizione che gli scapoli non sono sposati, questa affermazione non sembra essere a priori. Parlando intuitivamente, la credenza largamente abbracciata che Socrate insegnasse a Platone potrebbe rivelarsi falsa. Forse un giorno dei documenti verranno alla luce stabilendo che la persona che ha servito da modello per il personaggio di Socrate nei dialoghi di Platone (e in altre tradizioni simili) ha vissuto prima della nascita di Platone. Tale prova parrebbe opporsi alla tradizione secondo cui Platone era un allievo di Socrate.

Al contrario, nessuna osservazione potrebbe scalzare la credenza che gli scapoli non siano sposati. Perfino una prova irrefutabile secondo cui ogni individuo che credevamo uno scapolo fosse stato sposato non ci convincerebbe che gli scapoli sono, dopotutto, uomini sposati. Concluderemmo invece che quegli uomini non sono scapoli (confronta Putnam 1962 e Unger 1983 su “cat”).

Ora una proposizione a priori non è automaticamente conosciuta. Se una persona è ignorante del significato del termine rilevante, allora presumibilmente non saprà la proposizione a priori che segue dal significato. Qualcuno potrebbe essere inconsapevole, per esempio, che qualsiasi lingua è o in versi o in prosa, o che tutti i pianeti hanno massa sufficiente per assumere un equilibrio idrostatico; tuttavia entrambe le proposizioni seguono dalle definizioni delle parole rilevanti (“prosa” è definita come una lingua senza la struttura metrica del verso; e la definizione ufficiale di “pianeta” include una clausola che richiede l’equilibrio idrostatico).

Il fatto che alcune persone che utilizzano il nome “Socrate” non realizzino che Socrate insegnasse a Platone non dimostra immediatamente che la proposizione sia a posteriori. Potrebbe essere che siano ignoranti del significato di “Socrate”, e se l’avessero saputo, avrebbero anche saputo (a priori) che Socrate insegnasse a Platone. La stessa cosa vale per l’intuizione che potrebbe risultare che Socrate non insegnasse a Platone. Questa intuizione potrebbe in modo simile nascere dalla conoscenza confusa del significato. Dovrebbe essere tenuto a mente che il tema che stiamo considerando in questa sezione (spesso chiamato l’argomento EPISTEMICO) da per scontato che se “Socrate” avesse un significato, sapremmo quale sia, e saremmo in una posizione per trarre a priori conclusioni da esso.

Con quest’unica precisazione, l’argomento epistemico è una sfida efficace per molte spiegazioni che dotano i nomi di un significato sostanziale. Spesso ciò che seguirebbe dal significato proposto è qualcosa che, secondo la nostra intuizione, potrebbe risultare falso. Una risposta ingegnosa all’argomento è identificare il significato di un nome con (parlando a grosso modo) qualsiasi affermazione sulla sua estensione che non possa risultare falsa, secondo le intuizioni del parlante ordinario (Chalmers & Jackson 2001). Una tale spiegazione del significato (chiamata aprioristica) è certamente immune all’argomento epistemico.

Di quali tipi di affermazioni stiamo parlando qui? Non dell’affermazione che Socrate insegnasse a Platone: questa, intuitivamente, potrebbe risultare falsa. Ma riguardo l’affermazione che potrebbe risultare falso che Socrate insegnasse a Platone. La giustificazione per quest’affermazione non era data dall’evidenza osservazionale, ma da un’intuizione su una situazione ipotetica, e ciò che diremmo su Socrate in quella situazione. Pensavamo che se la fonte vera del personaggio di Platone fosse morta prima che Platone fosse nato, allora sarebbe seguito che Socrate non aveva insegnato a Platone. Ma da dove deriva questo giudizio? Forse deriva dalla convinzione che, a grosso modo, “Socrate” si riferirà a chiunque risulti essere la fonte reale dell’eponimo personaggio nei dialoghi platonici (e in altre tradizioni simili). Nemmeno ciò è a priori. In quanto affermazione, si colloca o ricade sulla nostra conoscenza empirica delle tradizioni rilevanti. Tuttavia, una persona immagina che l’affermazione potrebbe essere ridotta ancora, fino a, come se ci fosse, tutto ciò che resta a posteriori sia rimosso. L’essenza che rimane potrebbe allora servire come significato aprioristico di “Socrate”.

Sarebbe interessante vedere questo esercizio portato avanti completamente, ma cosa dimostrerebbe? Non che un certo nucleo di conoscenza debba costituire il significato di “Socrate”. C’è sempre la possibilità che “Socrate” non abbia alcun significato. Anche se la spiegazione di ciò che determina la denotazione di un nome ha un nucleo a priori, possiamo tuttavia concludere che tale riferimento sia determinato in modo extra semantico. Forse il nucleo a priori è semplicemente una teoria (a priori) del riferimento in generale, applicata al caso speciale di “Socrate”.

Inoltre, la spiegazione aprioristica, come l’argomento epistemico che ci ha condotto ad essa, si affida sull’assunzione che i significati, e le loro conseguenze a priori, siano conosciuti dai parlanti, che allora fanno affidamento su questa conoscenza per formare giudizi intuitivi su cosa potrebbe risultare vero di Socrate – o degli scapoli. Ma consideriamo la persona che trova intuitivo che un pianeta può non aver raggiunto l’equilibrio idrostatico? Ci piacerebbe dire che non comprendono a pieno cosa significhi “pianeta”, dato che questa è una delle condizioni delle definizioni nel 2006 arrivata grazie all’Unione Astronomica Internazionale (vedi Altre Risorse in Internet). Ad ogni modo, per la spiegazione aprioristica, siamo costretti a dire invece che la proposizione che tutti i pianeti hanno raggiunto un equilibrio idrostatico non segue dal significato di “pianeta”, come non appartiene al nucleo a priori (come provato dal parlante che non lo trova intuitivo). Infatti, il nucleo a priori, qualsiasi cosa sia, da sostegno solo al giudizio che tutti i pianeti hanno raggiunto un equilibrio idrostatico in congiunzione con la conoscenza a posteriori che raggiungere l’equilibrio idrostatico sia una clausola nella definizione di “pianeta” stipulata da un’autorità.

Il punto è che molti esempi non controversi del significato di una parola non sono conosciuti da alcuni parlanti (e per qualsiasi esempio, incluso “scapolo”, potremmo facilmente trovare un caso in cui era sconosciuto a qualcuno), e quindi devono essere esclusi dagli aprioristi. Anche se una persona è convinta che qualsiasi cosa che (direttamente) determini l’estensione di una parola costituisca il suo significato, non c’è ancora nessuna sicurezza che una particolare (o generale) teoria per la determinazione dell’estensione possa essere trovata, per quanto implicita, nelle intuizioni di un parlante nativo. Oppure, supponendo che possa esserci, che il processo di derivarla da quelle intuizioni è una inferenza dimostrativa a priori. Come altri aspetti della teoria linguistica, la strada dai giudizi del parlante nativo alla teoria è presumibilmente il metodo ampliativo della scienza.

2.4 Significato e Necessità

Il fatto che “scapolo” significhi uomo che non è mai stato sposato fa sì che gli scapoli siano necessariamente non sposati. Uno scapolo sposato è un fatto impossibile, una contraddizione in termini. Un uomo che di fatto ha vissuto la sua vita come uno scapolo avrebbe potuto (invece) sposarsi, ma se lo avesse fatto, il suo status di scapolo sarebbe immediatamente cessato. Ma questa è una situazione possibile in cui una persona che, realmente scapolo, invece si sposasse, piuttosto che una situazione che contiene uno scapolo sposato.

Questo è un tema diverso da quello della sezione precedente, dal momento che necessità e a priori possono andare divisi. Consideriamo l’affermazione che il nucleo di un atomo di oro contiene 79 protoni. Questa affermazione non è a priori. Essa è il frutto di una ricerca empirica sulla natura dell’oro e potrebbe certamente non essere stata dedotta dal significato di “oro”. Essa è, ad ogni modo, una verità necessaria (Kripke 1980: 123-125). La natura dell’oro è, a tal riguardo, immutabile. Se si aggiungessero o sottrassero protoni dal nucleo, non si avrebbe più un atomo di oro, ma un qualche altro elemento.

Consideriamo un’altra volta la posizione per cui “Socrate” significa maestro di Platone e Senofonte. Preannuncia in modo simile una relazione necessaria tra essere Socrate ed essere il maestro di Platone e Senofonte? Si impegna all’impossibilità di un Socrate che non ha mai insegnato? Se così fosse, tale posizione sembrerebbe essere scorretta. Perché sembra un fatto contingente – una persona che avrebbe potuto essere qualcos’altro – che Socrate insegnasse a Platone (Searle 1958: 172; Kripke 1980: 74). Socrate potrebbe, dopo tutto, essere morto durante la sua infanzia; oppure aver vissuto, ma non aver preso a carico il suo allievo più famoso.

Notiamo che “Socrate” è un’espressione con un riferimento, mentre “scapolo” è un predicato nominale. Nel portare avanti l’analogia da “scapolo”, abbiamo convertito “Socrate” in un predicato (“essere Socrate”). Questo perché le necessità notate per “scapolo” implicavano la co-istanziazione di proprietà – una persona non può essere uno scapolo senza essere non sposato (confronta Dummett 1973: 131). Ma può essere che espressioni con un referente si legano ai loro significati in una maniera diversa rispetto ai predicati – un modo che non implica necessariamente la co-istanziazione di proprietà. Infatti, troveremo che questo è il caso, per almeno un tipo di espressione referente, nella Sezione 2.5.

Una prova differente che usa gli enunciati modali fa affidamento sull’assunzione che le espressioni sinonime dovrebbero essere sostituibili salva veritate nei contesti modali. Per accettarla, non dobbiamo pensare che il significato di un’espressione corrisponda al suo apporto alla verità condizionale; solo che, nei contesti linguistici uguali, le espressioni sinonime daranno (o è presumibile che diano) lo stesso contributo. (Teniamo a mente che le espressioni sinonime sono certamente non sostituibili salva veritate in tutti i contesti. Sostituendo “uomo che non è mai stato sposato” a “scapolo” potrebbe cambiare il valore di verità di un atteggiamento proposizionale se il possessore di tale credenza è ignorante riguardo al significato di “scapolo”).

Come risulta, “Socrate” e “il maestro di Platone e Senofonte” non possono essere sostituiti salva veritate nei contesti modali (confronta Kripke 1980: 40-42):

  1. Il maestro di Platone e Senofonte potrebbe non essere stato umano.
  2. Socrate potrebbe non essere stato umano.

Se noi consideriamo che Platone e Senofonte potrebbero essere stati cresciuti dai lupi, (3) sembra vero, mentre (4) rimane falso. Perciò, se noi concordiamo sul fatto che i sinonimi dovrebbero sostituire in questo contesto, “Socrate” non può significare il maestro di Platone e Senofonte.

Comunque, osserviamo che (3) ha anche una lettura (falsa) per cui dice a grosso modo la stessa cosa di (4). Questo suggerisce che “il maestro di Platone e Senofonte” potrebbe essere ambiguo e sinonimo di “Socrate” per solo una delle due interpretazioni. (Una spiegazione concorrente è che “Socrate” è lessicalmente univoco, ma da vita ad una ambiguità strutturale, come se fosse analizzato come espressione di “presa di ambito” – vedi Russell 1905; Neale 1990. Notiamo, comunque, che questo approccio non si presta così bene alla difesa della nostra ipotesi. Tale difesa ha bisogno di affermare che i nomi, forse similmente al quantificatore “ogni”, gravitano verso l’ambito più ampio possibile nell’enunciato– vedi Dummett 1981: Ch.9; Soames 1998; e Sosa 2001 per ulteriori discussioni su questa proposta).

Seguendo Rothschild (2007) e Nichols (in un lavoro non pubblicato; vedi Altre Risorse in Internet), noi potremmo dire che mentre il nome “Socrate” si riferisce ad un individuo, la descrizione definita “maestro di Platone e Senofonte” può riferirsi o a quello stesso individuo, o anche ad un ruolo particolare – cioè, quello del maestro di Platone e Senofonte. Quando la intendiamo al secondo modo, (3) significa qualcosa come “Il ruolo del maestro di Platone e Senofonte potrebbe essere stato occupato da un non umano”. Dal momento che chiaramente possiamo usare descrizioni definite per riferirci ai ruoli, come “Il presidente è la più alta carica dello Stato”, la premessa basica non è inverosimile.

Una attenuante nelle descrizioni definite che permette loro di riferirsi in aggiunta ai ruoli spiegherebbe il loro comportamento diverso negli enunciati modali senza minacciare l’idea che un nome potrebbe essere sinonimo con una descrizione definita per l’interpretazione del suo non ruolo. Tuttavia, le riflessioni precedenti non offrono un aiuto ulteriore per interpretare l’enunciato che “Socrate” significhi il maestro di Platone e Senofonte. L’enunciato non può essere semplicemente che “Socrate” e “il maestro di Platone e Senofonte” hanno lo stesso riferimento. Anche una persona che nega il significato di “Socrate” lo ammette. Ma se non ci sono conseguenze modali avvertibili dal fatto che un nome possiede un significato, in quale altro senso sostanziale questo possesso dovrebbe essere compreso?

2.5 Regola dell’uso

Nel Dizionario di inglese di Oxford la voce per il pronome della prima persona singolare “io” dice: “usato dal parlante o scrittore che si riferisce a se stesso o se stessa”. Questa è plausibilmente una regola linguistica: è corretto (in inglese) usare “io” in questo modo. La definizione determina anche il riferimento di (un particolare proferimento di) “io”. Sembra ragionevole, allora, pensare a questa regola come qualcosa che ci da il significato di “io” (Kaplan 1989a: 520-521; Reichenbach 1947, 284).

Questo è utile: adesso abbiamo un esempio della forma che il significato di un’espressone referente può assumere. Il primo vantaggio è che possiamo confermare che questo tipo di significato non genera necessità, nel modo in cui il significato di “scapolo” fa. Supponiamo che “io” significhi il parlante nel contesto (Kaplan 1989a: 495). Bè, è possibile essere me stesso senza essere il parlante nel contesto. Anche se sto parlando ora, avrei potuto rimanere in silenzio (Kaplan 1989a: 509).

È evidente anche, che il significato di “io” non può performare i compiti di un senso freghiano interpersonale (discusso nella Sezione 2.2). Il ruolo che determina la denotazione di un proferimento di “io” (ciò che Kaplan chiama il suo personaggio) non è come lo stesso contributo che tale proferimento da al contenuto comunicato (il valore cognitivo di un proferimento) nella situazione particolare dell’utilizzo. Infatti, mentre “io” ha un personaggio fissato, contribuisce a sensi diversi quando è proferito da persone diverse (vedi Frege 1918-1919 [1956: 296]).

La regola non è irrilevante per il valore cognitivo di un proferimento del termine, certamente; e può essere considerata il modo in cui il suo contenuto interpersonale è presentato (Kaplan 1989a: 530). Inoltre, il significato di “io” sostiene inferenze a priori di un tipo particolare (Kaplan 1989a: 508-509). Ad esempio, nessuna ricerca empirica è richiesta per scoprire che un proferimento di “io” si riferisce alla persona che lo proferisce. Dunque, “io sono la persona che proferisce questo enunciato” è a priori.

Il significato di “io” offre un modello per il significato dei nomi, ma c’è un significato disponibile per un nome che vada bene per questo modello? “Io” non si riferisce alla stessa persona ogni volta che è usato, quindi possiamo ragionevolmente supporre che offra un modello migliore per un nome generico – anche usato per persone diverse – piuttosto che per uno specifico. Il pensiero è a grosso modo che se un nome è sempre usato per riferirsi ad un’unica cosa (come un nome specifico), non c’è bisogno di una regola generale d’uso.

Come dovrebbe essere una regola d’uso per un nome generico? Se “io” limita il riferimento al parlante nel contesto, allora il nome generico “Alice”, nella maggior parte delle situazioni (a meno che il riferimento non sia garantito da un testimone, ad esempio) limita il riferimento alle persone chiamate “Alice”. Una regola semantica dell’uso per il nome generico “Alice” equivarrebbe perciò a una spiegazione metalinguistica del suo significato. Sarà detto di più motivando e criticando tale posizione nella sezione dedicata (2.10) che segue, ma sotto presenterò prima una forte critica della posizione per cui i nomi hanno un ruolo metalinguistico dell’uso.

La regola che norma l’uso di un nome generico come “Alice” è stata esposta da vari teorici in modi simili (Burks 1951; Lerner & Zimmermann 1984, 1991; Haas-Spohn 1995; Recanati 1997; Pelczar & Rainsbury 1998). In ogni occasione d’uso, il riferimento per il nome sarà più o meno disponibile, o necessario, dipendentemente dalla familiarità e dall’importanza di una convenzione che etichetta quel riferimento con quel nome generico. Quindi una regola minimale d’uso per “Alice” richiederebbe che ogni proferimento si riferisca alla persona a cui quel nome (generico) è stato convenzionalmente collegato. Una versione più forte direbbe che il proferimento “Alice” obbligatoriamente si riferisce all’individuo più saliente di questo tipo.

Come Kaplan (1989a: 562) sottolinea, c’è una spiegazione concorrente del riferimento variabile dei nomi che non li tratta come espressioni generiche con un significato metalinguistico (regola d’uso). Secondo quella spiegazione, la variazione nel riferimento è dovuta a o l’ambiguità o l’omonimia (cioè, ci sono molti diversi nomi “specifici” con la stessa forma), e ciò che passa per una regola d’uso riguardo la teoria metalinguistica non è propriamente ascritto al significato dei nomi, ma è piuttosto una procedura di disambiguazione più generalmente applicabile (vedi anche Evans 1973, come anche Evans 1982, dove le pratiche di uso del nome, piuttosto che i nomi specifici, sono stabilite in base ai processi di disambiguazione).

Per illustrare la differenza, ricordiamo che è una convenzione dell’inglese che un parlante usi “I” per riferirsi a se stesso. Tale convenzione ci è disponibile, parlando a grosso modo, qualsiasi volta stiamo conversando con una persona che parla inglese, e dobbiamo sempre disambiguare il segno proferito di “I” (distinguendolo dall’omofono “eye”) prima di applicare questa convenzione per determinare il referente dell’istanziazione. La disponibilità della convenzione di “I” in una conversazione, e la disambiguazione di un’istanziazione individuale di “I”, se decisive per la comunicazione, sono questioni che vengono prima di applicare la sua regola d’uso, e quindi sono diverse dalle questioni affrontate in quella regola.

Potremmo andare avanti a dire che il tipo di questioni che la regola d’uso metalinguistica copre – convenzioni e simili – non sono solo etichette adatte per i significati linguistici (confronta Pelczar & Rainsbury 1998: 297-298). Comunque, una regola d’uso come quella proposta per il nome generico “Alice” è molto plausibile per certe altre espressioni. Ad esempio, “Alice quella alta”, o perfino solo “l’Alice” (vedi Jeshion 2017 per esempi ineccepibili del secondo), è un sintagma dipendente dal contesto usata per riferirsi all’individuo più rilevante che soddisfa un predicato metalinguistico (o essere alto ed essere chiamato “Alice”, o solo essere chiamato “Alice”). Per tali esempi, la disambiguazione tra un numero di sensi diversi (o di “l’Alice” o di “Alice quella alta”) non è una spiegazione plausibile.

È evidente con il senno di poi che il linguaggio naturale, nella sua versatilità, non escluderebbe le regole d’uso metalinguistiche. Tuttavia, il punto rimane, cioè che ceteris paribus dovremmo preferire la disambiguazione pre-semantica come spiegazione, dal momento che comunque è richiesta per aggiungere regole d’uso metalinguistiche complicate insieme ad essa.

2.6 La teoria del cluster

Supponiamo che siamo convinti, forse da argomenti già proposti, che il maestro di Platone e Senofonte non è, da sola, una specificazione soddisfacente del significato di “Socrate”. Potremmo respingere una ritrattazione regolare, che mantiene che essa è ancora parte di quel significato. Invece di essere determinabile in una singola condizione concisa, il significato di “Socrate” è costruito da un cluster di condizioni, che include, ma non è esaurito da, il maestro di Platone il maestro di Senofonte.

Strawson, anche se non pensava che i nomi avessero un significato, ha avanzato che il referente di un nome specifico fosse determinato dalla collezione di descrizioni identificative associate al nome nella comunità:

Supponiamo di prendere un gruppo di parlanti che usano, o pensano di usare, il nome, “Socrate”, con lo stesso riferimento. Supponiamo poi di chiedere ad ogni membro del gruppo di scrivere quali fatti consideri rilevanti su Socrate, e allora di formare da queste liste di fatti una descrizione composita che incorpora i fatti più frequentemente menzionati. Ora sarebbe troppo dire che la riuscita dell’introduzione del termine all’interno del gruppo per mezzo del nome richieda che debba esistere solo una persona di cui tutte le proposizioni nella descrizione composita siano vere. Ma non sarebbe troppo dire che richiede che debba esistere una sola persona di cui una parte ragionevole di queste proposizioni sia vera. Se, ad esempio, dovesse essere scoperto che c’è una sola persona di cui metà delle proposizioni sono congiuntamente vere, allora, a meno che una qualche indicazione fosse data di cui Socrate fosse inteso, diverrebbe impossibile dare una risposta diretta alla domanda, se qualsiasi particolare “proposizione su Socrate” sia vera o falsa. È vera, forse, di Socrate1, a non di Socrate2. Non è né vera né falsa di Socrate simpliciter, perché, risulta, non ci sia tale persona. (Strawson 1959: 191-192).

Searle (1958) risponde all’argomento epistemico (vedi Sezione 2.3) proponendo la teoria del cluster. Tale argomento sembrava mostrare che le componenti individuali del cluster, come insegnava a Platone, non potrebbero essere condizioni necessarie per l’appartenenza all’estensione del nome. Perché altrimenti sarebbe conoscibile a priori che Socrate insegnasse a Platone. (Notiamo che c’è un problema simile con il trattarlo come condizione sufficiente; perché allora sarebbe a priori che nessun’altro oltre a Socrate insegnasse a Platone). Invece, Searle suggerisce che il significato di un nome imponga il requisito più debole che qualche membro del cluster sia vero rispetto al referente. Secondo questa spiegazione, è solamente a priori il fatto che il referente possegga la disgiunzione delle condizioni del cluster. (Notiamo che questa condizione debole è improbabile che selezioni un referente per il nome; quindi Searle non sembra offrire un quadro completo della determinazione del riferimento. Ma forzando la spiegazione porterebbe solo a conseguenze a priori più forti).

La via d’uscita per Searle è bloccata se uno può mostrare che, per ogni lista finita del genere rilevante (e per persone completamente informate del significato del nome – vedi Sezione 2.3), è concepibile che il referente vero non soddisfi nessuna delle condizioni nella lista. Se i cluster sono liste finite di condizioni, allora la teoria prevede che ci sia una qualche lista per cui è a priori il fatto che il referente soddisfi almeno una delle condizioni.

Un modo di argomentare sarebbe alimentare l’intuizione che qualsiasi lista finita deve essere incompleta. Data qualsiasi lista, c’è una situazione concepibile in cui qualche altra proprietà – una che è stata lasciata fuori dalla lista – risulta cruciale per determinare il riferimento del nome. Questo tipo di argomento è stato usato da Friedrich Waismann (1945) per dimostrare la “struttura aperta” dei predicati empirici, come “oro” e “gatto”. Ma sembra che la lista dei fattori che potrebbero essere concepibilmente rilevanti nel determinare il riferimento di “Socrate” sia in modo simile senza limiti precisi. Se questa impressione è corretta, allora il meglio che possiamo sperare dalla teoria del cluster finito è un tipo di determinazione ceteris paribus:

Se sussistono tali fatti e non altri fatti rilevanti alla determinazione del riferimento di “Socrate”, allora “Socrate” si riferisce a questo e questo.

Kripke (1980: 66-67) sostiene che, fino a che il nostro cluster consiste solo di proprietà comunemente attribuite al portatore del nome, come nella spiegazione di Strawson, è concepibile che nessuno dei suoi membri si applica al referente. Il suo caso è supportato da esempi dove esperti pongono o persino identificano una figura storica dietro un mito popolare, e trattano il personaggio storico, che potrebbe condividere anche nessuno degli attributi del mito popolare, come il vero referente del nome. Potremmo rispondere applicando il metodo di Strawson alla comunità degli esperti, piuttosto che alla popolazione generale dove il mito domina, come se allora avesse successo nello scegliere la figura storica. Comunque, l’osservazione generale è che nessun gruppo è incorreggibile. Anche quegli esperti potrebbero risultare essere, sembrerebbe, completamente sbagliati nelle loro descrizioni del referente del nome (come rivelato, forse, da una nuova ondata di esperti).

Kripke perciò propone una sfida diretta alla teoria del cluster basata sulle descrizioni identificative. Una complicazione è che Strawson consente espressamente descrizioni identificative che sono parassitarie per l’uso degli altri parlanti (come l’individuo Platone riferito a “Socrate”). Kripke tenta di respingere questa strategia, notando che il riferimento del proferimento di un nome è determinato sostanzialmente dal riferimento della persona da cui uno di fatto ha appreso il nome, piuttosto che dalla persona che uno potrebbe identificare erroneamente come tale (1980: 90-91); vedi anche Geach 1969: 288-289; e Donnellan 1970).

Supponiamo che potremmo creare una versione della teoria del cluster che sia materialmente corretta (soddisfa tutte le nostre intuizioni sul riferimento di un nome in diverse situazioni). Potremmo chiedere legittimamente, come abbiamo fatto precedentemente, se questa teoria riesce a darci il significato del nome. Sembra che molti hanno preferito questa conclusione specialmente per volontà di un’alternativa: se un cluster di caratteristiche comunemente attribuite non è il significato di un nome, allora cosa lo è? Oppure se, alternativamente, i nomi non hanno significati, allora cosa potrebbe essere che determina la loro estensione? Forniremo una risposta generale alla seconda di queste domande nella prossima sezione.

2.7 Riferimento senza significato: la teoria dell’uso

L’intervallo di applicazione del nome “scapolo” è determinato in due passi. Primo, qualcosa (non abbiamo visto cosa) stabilisce che “scapolo” significa uomo che non si è mai stato sposato. Secondo, “scapolo” si applica a tutte e sole quelle cose che soddisfano la condizione specificata nel suo significato – l’uomo che non si è mai stato sposato. Se i nomi hanno significato, allora i loro referenti o i loro intervalli (nel caso dei nomi generici) saranno determinati nello stesso modo. Comunque, molti filosofi hanno trovato intuitivamente convincente la visione secondo la quale i nomi non hanno significato (Mill 1843: 34, 36-37; Strawson 1950; Ziff 1960: 85-89, 93-04; Marcus 1961). Essi credono comunque che i nomi abbiano un riferimento e, quindi, richiedano una metasemantica alternativa – una teoria, in questo caso, di cosa determina il riferimento – a quella mediata dal significato.

L’attuale alternativa standard al modello mediato dal significato è una secondo cui il riferimento (o l’intervallo) è direttamente stabilito dall’uso. Il referente è il referente (o l’intervallo) perché soddisfa una particolare condizione, ma quella condizione ammonta alla consistenza con l’uso passato, piuttosto di incapsulare il significato dell’espressione. I proponenti del modello dell’uso tendono a enfatizzare l’esternalismo di questo uso determinante. Ad esempio, nella citazione sotto, Evans elabora l’idea approssimativa secondo la quale il referente è conosciuto come NN, citando “lo schema effettivo delle interazioni” con il referente – con cui egli intende le occasioni specifiche in cui il referente è stato identificato come NN da certi membri della comunità (i “produttori” di quella particolare pratica d’uso del nome) – piuttosto di basare tutto sulle capacità di riconoscimento che aiuta l’identificazione (che si uniformerebbe più a Strawson).

Sembra ragionevole suggerire che ciò che rende vero che una pratica ordinaria d’uso di un nome proprio, riguardante il nome “NN”, concerne un particolare individuo sia quella secondo cui l’individuo dovrebbe essere conosciuto ai produttori nella pratica come NN. È l’attuale schema di interazioni che il produttore ha avuto con l’individuo – identificato di volta in volta con l’esercizio delle loro capacità di riconoscimento rispetto a quell’individuo – che lega il nome all’individuo. (Evans 1982: 382, corsivo nell’originale).

Adesso guarderemo, in generale, come il referente di un nome potrebbe essere determinato da altri aspetti del suo uso. Il nostro approccio evidenzierà l’attribuzione (di un nome a qualcuno) come la base rilevante. Altri approcci sono possibili, ma la nozione (tecnica) di attribuzione sarà generale abbastanza da coprire le teorie dell’uso di Evans e Kripke.

Riferirsi a qualcosa è usare un’espressione per identificare qualche individuo, di solito con lo scopo di parlare di esso. L’attribuzione di un nome, al contrario, richiede che ciò a cui è attribuito sia identificato (almeno parzialmente) indipendentemente dall’impiego del nome. Attribuire un nome a qualcuno è semplicemente trattare qualcuno – così identificato esternamente – come appartenente alla sua estensione; asserire o presupporre che il nome si applichi a esso. Un esempio evidente, in cui il ricevente è identificato con un gesto (o la sua prossimità), sarebbe:

  1. Questa è Miranda.

Altri includono il discorso vocativo (“Ciao, Miranda!”), in cui il nome è attribuito al destinatario, e la stipulazione (“Chiamiamo questo Zappa”). Costruzioni con verbi appellativi come “chiamare” sono fatte su misura per l’attribuzione di nomi (“Chiamami Ishmael”), ma l’attribuzione può anche essere distinta nello sfondo di un tipo più casuale di proferimenti. Perfino “Omero era un maestro della narrazione” potrebbe essere visto come tale da presupporre l’attribuzione di “Omero” all’autore di certe opere narrative (Evans 1982: 394-395).

Le attribuzioni possono essere a individui identificati sia per descrizione sia per conoscenza diretta. Come vedremo, Evans restringe la applicazioni canoniche da fiat a quelle per conoscenza diretta, mentre Kripke sembra ammettere entrambi i tipi (1980:94).

Il principio primario della teoria dell’uso, come lo intenderemo noi, è che un proferimento di un nome è vincolato al riferimento da un insieme di applicazioni precedenti. Assumendo, per il momento, che le applicazioni in quell’insieme siano state tutte a un individuo (lo stesso è stato indipendentemente identificato in ogni caso), allora il proferimento è semplicemente vincolato a riferirsi a quell’individuo (al fine, potremmo dire, di essere consistente con le applicazioni passate). La teoria dell’uso che delineata è quasi la stessa visione di Strawson, secondo cui il riferimento di un nome è determinato dalle descrizioni identificanti associate con esso nella mente di chi lo usa, a parte sostituire le disposizioni degli utenti a identificare il riferimento di un nome in un certo modo con i loro atti pubblici di accettazione di particolari identificazioni.

Un’altra differenza esibita dalle teorie dell’uso di Kripke ed Evans è la loro fuga dall’approccio democratico di Strawson all’identificazione (Kripke 1980:65). Entrambi i filosofi distinguono un sottoinsieme proprio delle applicazione di un nome come canoniche per identificare il suo referente (vedi anche Putnam 1975).

Infatti, solo un attribuzione è determinante nel quadro che Kripke offre: una stipulazione inaugurante che governa tirannicamente tutte le successive altre. Il paradigma di questo atto iniziante è la cerimonia di nominazione, nella quale un nome è ufficialmente assegnato a una persona o una cosa. Dato che nessuna attribuzione successiva può alterare il riferimento degli altri usi, la teoria di Kripke non ammette alcun cambiamento di referente (ogni “cambiamento” infatti richiede l’istituzione di un nuovo nome specifico, con un evento inaugurale).

Evans indebolisce la restrizione di Kripke per ammettere l’influenza di successive attribuzioni, e quindi rende possibile il cambiamento di modello nel riferimento di un nome. Secondo questa teoria, le applicazioni autorevoli sono quelle dei “produttori” (correnti) di una pratica d’uso del nome – quelli nella posizione di fare identificazioni basate sulla conoscenza diretta, in quanto capaci di riconoscere l’individuo al quale attribuiscono il nome (Evans 1982: 376-377). Coloro che non sono produttori – i consumatori – hanno un ruolo più limitato nella pratica. Mentre essi possono usare il nome per riferirsi all’individuo rilevante, le loro attribuzioni non hanno bisogno di essere consistenti con il suo riferimento.

Le teorie standard dell’uso forniscono linee guida vaghe per la selezione dell’insieme di attribuzioni storiche (il “precedente”) che vincola il riferimento di un particolare proferimento. Per Kripke, la selezione comporta di tracciare a ritroso la catena storica (mediata dalle intenzioni) dal proferimento alla cerimonia iniziale di nominazione. Per Evans, ciò richiede la soluzione del proferimento nella pratica d’uso del nome (un processo che egli concepisce secondo il modello della disambiguazione lessicale), e poi la vagliatura dell’attribuzione da parte dei produttori in quella pratica.

Segue che Kripke è impegnato con il co-riferimento dei proferimenti (appropriatamente) storicamente connessi dei nomi, mentre Evans è impegnato con il co-riferimento di tutti i proferimenti (simultanei) appartenenti a una delle pratiche. Vale la pena notare che la teoria dell’uso non ha bisogno di portare con sé questi impegni. Potremmo invece, seguendo Donnellan (1974: 10), dire che le applicazioni rilevanti sono quelle che contribuiscono alla spiegazione storicamente corretta del proferimento in questione. Dato che lo stesso parlante, che manifestamente intende contribuire alla stessa pratica d’uso del nome, potrebbe proferire lo stesso nome per scopi diversi, e quindi con spiegazioni complessive diverse per ognuno dei suoi proferimenti, la teoria di Donnellan non porta con sé nessuno dei vincoli delle altre teorie (per qualche pro e contro, vedi Donnellan 1970: 349-351 ed Evans 1973: 202).

Se il precedente consiste in più di un attribuzione, la teoria ha anche bisogno di qualche modo per risolvere i conflitti – casi in cui un’attribuzione è a x, mentre un’altra è a y. Potremmo dire che qualunque conflitto nel precedente risulta o in un fallimento del riferimento (Evans 1982: 389) o nella sua indeterminatezza (Lewis 1984). Ma possiamo anche immaginare una regola più sfumata che, in caso di conflitto, rende certe proprietà prioritarie (il modo in cui Evans rende prioritarie le applicazioni dei produttori rispetto a quelle dei consumatori).

In sintesi, il quadro generale della teoria dell’uso vuole che un insieme di attribuzioni P fornisca un vincolo sul riferimento di un proferimento u di un nome (la teoria potrebbe fornirne un mezzo per determinare P a partire da u e dalle sue circostanze, o, all’estremo relativismo, dirà soltanto che il riferimento dipende da una scelta del precedente P). Ogni elemento Pi di P contribuisce una funzione descrittiva generale o situazionale che serve a identificare il soggetto dell’applicazione (pensa a ogni Pi come una proprietà, applicata al mondo del proferimento). In più, la teoria dell’uso potrebbe specificare una relazione di priorità su P (o altri mezzi per risolvere i conflitti). Il risultato è una condizione (possiamo chiamarla C(u) se assumiamo che un proferimento u determina questa condizione, per mezzo della determinazione dei suoi precedenti) che specifica il vincolo sul riferimento del proferimento, richiesto dalla consistenza con i suoi precedenti delle attribuzioni.

2.8 Teorie dell’uso come teorie del cluster

La teoria generale dell’uso che abbiamo appena descritto ha un’ovvia affinità con la teoria del cluster discussa appena prima di essa. L’insieme canonico di attribuzioni nella teoria dell’uso si riduce a un cluster di condizioni che congiuntamente determinano il riferimento. Entrambi i tipi di teoria sono specificate fornendo un mezzo per selezionare l’insieme e a un mezzo per risolvere i conflitti tra le proprietà nell’insieme (nel caso in cui esso non risulti unitario).

Le teorie dell’uso, come le teorie del cluster, possono essere viste come aperte rispetto a cosa conta come riferimento (sono stato attento ad ammettere questo nell’affermazione generale alla fine della sezione precedente). Perfino una teoria del cluster aperta può sfocciare in affermazioni ceteris paribus come: se queste sono le uniche considerazioni che operano nel caso, allora il riferimento è così-e-così. Nelle teorie dell’uso, questa apertura si trova (almeno) nella scelta del precedente, così che il meglio che potremmo dire, in alcuni casi, è: se fissiamo il precedente in questo modo, allora il riferimento è a questo-e-questo. Sebbene sicuramente non siamo in perdita nel decidere il precedente proprio per ogni caso particolare, è difficile dire in generale e con precisione quali applicazioni dovrebbero valere. L’invocazione da parte di Evans di una pratica d’uso dei nomi è troppo vaga per guidarci nei casi concretamente descritti e Kripke nega esplicitamente di star fornendo una teoria della predizione del referente dei nomi.

Se generalizziamo le teorie del cluster affinché essi possano includere le proprietà identificanti estratte dall’uso (invece che restringerli a descrizioni disposizionali identificanti), possiamo trattare le teorie dell’uso come una specie di teorie del cluster. Infatti, un quadro generale è una buona idea se risulta che le descrizioni disposizionali identificanti giocano una parte nella determinazione del riferimento a fianco all’“effettivo schema delle interazioni” (vedi Lewis 1984: 226-27, per questo argomenti e Unger 1983 per ciò su cui si basa). Ad esempio, Evans osserva che il proferimento “Anir” non può riferirsi al figlio di Re Artù se qualcuno crede, invece, che sia il nome della tomba di Artù (1973: 198; vedi Dickie 2011 per una serie di esempi simili).

Abbiamo già notato che la teoria del cluster non ha bisogno di dare il significato di un nome, che adottarne uno è consistente con il pensare che i nomi sono privi di significato. Il nostro esempio, ricordate, era Strawson, che mentre negava la significanza dei nomi (non avrebbe nemmeno accordato loro una regola d’uso), tuttavia pensava che il loro riferimento fosse determinato da un cluster di descrizioni identificanti. D’altro canto, potremmo avere delle ragioni per pensare che il cluster – anche uno che include proprietà derivate dall’uso – rappresenti accuratamente il significato di un nome (questo sembra, ad esempio, essere la visione di Lewis). Infine, il cluster potrebbe comprendere influenze da parte del significato oltre a influenze da parte dell’uso, con la regola per la risoluzione del conflitto decidendo, in parte, tra fattori di tipi differenti.

2.9 Nomi vuoti ed esistenziali negativi

Un argomento diretto per l’affermazione che il significato di un nome è un cluster di condizioni determinanti il suo riferimento viene da una considerazione tratta dalle affermazioni di non-esistenza (o “esistenziali negativi”):

Considera questo esempio. Se si dice “Mosè non è esistito”, ciò potrebbe significare varie cose. Può voler dire: gli Israeliti non avevano una singola guida quando se ne andarono dall’Egitto – o: la loro guida non si chiamava Mosè – o: non poteva esserci alcuno che avesse fatto tutto ciò che la Bibbia imputa a Mosè – o ecc., ecc. (Wittgenstein 1953: sec. 79)

C’è qualcosa di persuasivo nell’osservazione di Wittgenstein. Le tre alternative che egli delinea (mentre è chiaro che non siano esaustive) descrivono diversi tipi di situazioni in cui potremmo essere d’accordo che Mosè non sia esistito. Mentre si potrebbe affermare che l’enunciato è ambiguo, con un’interpretazione analizzata in almeno ognuno di questo modi, questo non ciò che Wittgenstein aveva in mente. Questa è una buona cosa, perché “Mosè non è esistito” non può significare letteralmente che gli Israeliti non avevano una singola guida, in quanto è certamente concepibile che Mosè sia esistito ma non abbia guidato gli Israeliti (Kripke 1980: 66-67). Invece, dobbiamo trattare le alternativa nel modo già suggerito per le componenti della teoria del cluster: come condizioni che non sono né strettamente necessarie né inevitabilmente sufficienti, ma che invece contano come fattori in favore dell’affermazione di non-esistenza, interagendo con un insieme aperto di altri fattori sia a favore che a sfavore. Forse, infatti, Wittgenstein stesso sosteneva vagamente questa visione:

Il nome “Mosè” ha ricevuto per me un uso fisso e inequivocabile in tutti i casi possibili? – Non è vero che io ho, per così dire, un’intera serie di sostegni già pronti e che sono pronto ad appoggiarmi a uno se un altro mi fosse sottratto e viceversa? (Wittgenstein 1953: sec. 79)

Al di là delle intuizioni, gli esistenziali negativi pongono una sfida seria alla visione che i nomi non hanno significato. La difficoltà è più acuta nella visione che i nomi contribuiscono solamente il loro referente alla condizione di verità di un proferimento (ma vedi Kripke 2013; Braun 1993; gli articooli di Everett & Hofweber 2000). C’è una via d’uscita, abbozzata sotto, per colui che voglia trattare i nomi privi di riferimento come dotati di senso (che, come ricorderete dalla Sezione 2.2, è consistente con l’affermazione che i nomi non abbiano significato linguistico).

Parlando in generale, il punto di un esistenziale negativo singolare non può essere di fare un’affermazione (falsa) a proposito di un certo individuo, al quale si riferisce il termine singolare in posizione di soggetto, secondo il quale risulti che l’individuo non esiste. In questo modo, l’esistenziale negativo singolare differisce dai proferimenti ordinari come:

  1. Socrate bevve la cicuta.

Diciamo che C(“Socrate”) sta per il (supposto) cluster di condizioni che determinano il referente di “Socrate”. Siamo così capaci di affermare a condizione sotto la quale (6) è vera come:

  1. x.C(Socrate)xbevve.cicutax

Mentre (7) è un’affermazione accurata della condizione di verità di (6), potrebbe non essere la condizione di verità che otteniamo quando mettiamo insieme i contributi semantici delle parti. (Di nuovo, seguendo Kripke, Burge e altri, dobbiamo mantenere la distinzione tra contributo semantico – o valore semantico – di un’espressione proferita e il significato linguistico di quell’espressione.) In particolare, se pensiamo che “Socrate” contribuisce il suo riferimento (e solo il suo riferimento) alla condizione composizionale di verità di un enunciato, allora preferiamo la seguente affermazione (dove s è una costante individuale denotante Socrate):

  1. bevve.cicuta(s)

Se un nome non ha riferimento (prendi un nome come “Vulcano” di Urbain Le Verrier or “Bunbury” di Algeron – dall’opera di Wilde L’importanza di essere Ernesto), allora ci manca ovviamente la possibilità di esprimere una condizione di verità che citi il suo referente. Se un’affermazione che coinvolge un nome vuoto ha davvero un condizione di verità, deve essere una condizione che, come (7), incorpora la condizione che determina il referente, piuttosto che una, come (8), che incorpora il referente stesso.

Potremmo non aver bisogno di una condizione di verità per affermazioni come “Bunbury bevve la cicuta” o “Questo è un bel rosso”, in cui niente viene indicato (cf. Strawson 1950: 333). Tali enunciati non sono veri e, forse, non fanno nemmeno affermazioni valutabili. Ma Wittgenstein ha portato la nostra attenzione sugli esistenziali negativi e comprendiamo il tipo di situazioni in cui essi risulterebbero veri. Se C(“Mosè”) rappresenta il cluster di condizioni che indica Mosè in tutte quelle situazioni in cui diremmo che è esistito, allora la condizione di verità per (9a) potrebbe essere rappresentata come (9b), ma non come (9c).

  1. a. Mosè non è esistito.

         b. ¬∃.CMosèxpassatovivox

     c. ¬passatovivom

Adesso supponiamo, per un momento, di essere d’accordo con Davidson (1967) che (i) quando affermiamo la condizione di verità di un enunciato nel modo corretto, noi diamo il suo valore semantico. Se la condizione di verità di (9a) non può essere affermata come (9c), allora questo lascia (9b) come il candidato rimanente per il valore semantico dell’enunciato. E (ii) se il valore semantico di un enunciato è determinato dal valore semantico delle sue parti, allora C(“Mosè”) deve essere il contributo di “Mosè” (o possibilmente qualche costituente più grande che includa “Mosè”). Dato che noi distinguiamo tra il significato e il valore semantico, non segue direttamente che C(“Mosè”) è il significato di “Mosè”. Comunque non possiamo, secondo questo argomento, pensare a C(“Mosè”) come una mera condizione metasemantica (forse derivata dall’uso), perché le condizioni metasemantiche determinano i valore semantico delle espressioni, piuttosto che il contrario.

Entrambe le premesse (i)-(ii) in questo argomento possono essere messe alla prova. Quindi, si potrebbe distinguere il valore semantico (composizionale) di un enunciato dalla sua condizione di verità. Sarebbe allora possibile dire che un nome che non ha riferimento non contribuisce al valore semantico dell’enunciato e anche che un enunciato contenente un nome vuoto non ha valore semantico, continuando a sostenere che (9b) dà la corretta condizione di verità per “Mosè non esiste”. Questo è l’approccio di Donnellan (1974: 25), per il quale il valore semantico composizionale di un enunciato proferito è la proposizione che esso esprime – non le sue condizioni di verità. Mentre il proferimento è vero se quella proposizione è vera e falso se non lo è, Donnellan pensa anche che potrebbe essere vera o falsa anche se nessuna proposizione è generata. In particolare, egli propone una regola che renderebbe un’affermazione di non esistenza vera se la generazione fallisce in un modo particolare: specificamente, se la spiegazione storica dell’uso di un soggetto singolare non riesce a identificare nessun individuo appropriato.

Un approccio differente sostituirebbe C(“Mosè”) – che è solo la scorciatoia per un cluster di condizioni – con una condizione veramente metalinguistica, una che includa la relazione di riferimento stessa. Nota che (10) implica (9b), dato che C(“Mosè”) è la condizione che determina il referente di “Mosè”.

  1. ¬∃.refersMosèxpassatovivox

Le analisi metalinguistiche delle affermazioni di non esistenza subiscono certe obiezioni. Una è che “Mosè non è esistito” e la sua traduzione in francese hanno diversi valori semantici, dato che dicono di parole diverse che esse non si riferiscono a qualcuno che ha vissuto nel passato. Questo particolare problema potrebbe essere risolto se ci fosse un senso comune – associato al massimo a un referente – espresso dai parlanti inglesi che proferiscono “Mosè” e dai parlanti francesi che proferiscono la traduzione “Moïse” (vedi Cumming 2013 per una proposta). La condizione di verità potrebbe poi sostituire il banale riferimento al linguaggio con il riferimento al senso. Se diciamo che δ denota il senso espresso da “Mosè”, allora la condizione di verità potrebbero essere:

  1. ¬∃.referisceδ∧passatovivox

Un ulteriore vantaggio di (11) è che può dare una semantica composizionale in cui “Mosè” contribuisce con il suo senso, δ, mentre il predicato contribuisce con la quantificazione esistenziale sulla variabile x e con la relazione che connette il senso di un espressione al suo referente (reso semplicemente come riferisce in (11)). Musan (1997) e altri hanno portato argomenti empirici in cui un’ampia classe di predicati (quelli che non sono “esistenzialmente indipendenti” nella sua terminologia) hanno una tale componente esistenziale nel loro significato. È decisamente ragionevole porre “esiste” tra di essi.

Un trattamento composizionale parallelo di (10) direbbe che “Mosè” contribuisce se stesso (come se occorresse in una citazione). Forse sembra più plausibile, nel caso optassimo per (10), ripartissimo la condizione di verità diversamente, così da assegnare a “Mosè” il significato metalinguistico l’individuo al quale “Mosè” si riferisce. Adesso passiamo a considerare tale teoria metalinguistica del significato dei nomi.

2.10 Teorie metalinguistiche

Il sintagma nominale N in una descrizione definita “il N” contribuisce con una condizione che dovrebbe essere sufficiente a distinguere il referente della descrizione dai suoi elementi di disturbo locali. Se io proferisco felicemente “quello rosso”, allora tu dovresti essere capace di identificare con successo il referente che io ho in mente sulla base del suo essere rosso. In questo caso, la condizione che serve per l’identificazione non è specifica abbastanza per determinare del tutto il referente – ci sono ovviamente molte cose rosse in esistenza oltre a quella alla quale io mi riferisco.

In quanto espressioni referenziali, i nomi possono essere visti funzionare in maniera simile (confronta Gray 2014: 216). In un proferimento felice di “Alice”, qualche individuo è identificato dal pubblico. Nel caso dei nomi, la condizione discriminante è metalinguistica: il referente del proferimento è distinto dagli elementi di disturbo dalla sua caratteristica di essere chiamato “Alice”.

Questo parallelo suggerisce che un costituente sintattico del nome – il sintagma nominale proprio – contribuisce questa proprietà metalinguistica e il nome (generico) “Alice”, come un tutto, significa l’individuo chiamato “Alice”.

Questa teoria composizionale dell’importo di un nome è confermata da diverse componenti di evidenza indiziaria. Primo, molti nomi, inclusi certi nomi di luoghi e cose in inglese e di persone in greco e altre lingue, incorporano effettivamente un determinante definito (“il” in italiano). Questo suggerisce che i nomi potrebbero avere una semantica composizionale esattamente come quella delle descrizioni definite, dove il significato del determinante si combina con una proprietà contribuita dal complemento nominale per generare il significato dell’intero sintagma.

Secondo, quando un nominale proprio occorre con altri tipi di determinanti manifesti, esso acquisisce un significato metalinguistico (Sloat 1969; Burge 1973):

  1. Ci sono due Alice nella classe di mio figlio.

Il nominale (proprio) “Alice” in (12) ha un significato che potrebbe essere analizzato come essere chiamata “Alice” o, più specificamente, dato che (12) è un enunciato scritto, come avere un nome scritto A-l-i-c-e (Gray 2015).

D’altro canto, la proprietà metalinguistica attribuita al nominale proprio appare superflua nel rendere conto del modo in cui un nome identifica il suo referente al pubblico. Il fatto che il referente dell’uso di “Alice” fatto dal parlante sia chiamato “Alice” è qualcosa che può essere ragionevolmente inferito dalla forme della sola espressione referenziale e non richiede l’accesso al suo significato. È noto che bisognerebbe pensare due volte prima di attribuire al significato un’inferenza che non richiede niente di più del senso comune (Grice 1975). Infatti, non è chiaro che tale interpretazione potrebbe appartenere a un significato convenzionale, dato che una convenzione richiede un’alternativa possibile e non c’è alcuna alternativa al prendere un proferimento di “Alice” come tale da restringere il campo a quegli individui che sono chiamati “Alice”.

Questo ci porta all’obiezione della circolarità avanzata contro la visione metalinguistica (Strawson 1950: 340; Kripke 1980: 68-70). Un modo per esplicitare avere un nome scritto A-l-i-c-e è dire che c’è un oggetto linguistico – un nome specifico con tale scrittura – che si riferisce a qualcosa. Così (12) dice in effetti che ci sono due individui nella classe ai quali si riferisce lo stesso nome. Questo sarebbe consistente con una teoria secondo la quale i nomi specifici (a differenza dei nominali propri occorrenti in contesti come (12)) non hanno significato, essendo il loro riferimento invece determinato dall’uso. Più in generale, questa esplicazione tratta il riferimento dei nomi specifici come un nozione più basilare e il significato del predicato del nominale proprio come definito nei termini di tale riferimento.

Pensare ai nomi (non i nominali) come aventi un significato metalinguistico, che poi ne determina (parzialmente) il riferimento, ribalta il quadro. Invece di essere il significato metalinguistico esplicato nei termini del riferimento dei nomi, il riferimento dei nomi sarebbe spiegato con l’aiuto del significato metalinguistico. Per evitare una teoria in cui la spiegazione cade in un circolo, il predicato metalinguistico avere un nome scritto A-l-i-c-e deve essere esplicato in termini diversi da quelli del riferimento dei nomi.

Fortunatamente, abbiamo già a portata di mano gli strumenti per vedere come questo potrebbe funzionare. Nella Sezione 2.7, abbiamo distinto l’attribuzione di un nome a qualcuno (precedentemente identificato) dall’atto di riferirsi a qualcuno con un nome. Sarebbe piuttosto naturale interpretare il predicato metalinguistico come tale da applicarsi a qualcuno sulla base di uno schema di attribuzioni di un nome, piuttosto che sulla base del riferimento ad esse usando quel nome. Infatti, il senso ordinario di “chiamare qualcuno Alice” è un ragionevole sostituto della nozione tecnica di attribuirle il nome Alice (Evans infatti utilizza questa terminologia – vedi il suo 1982: 383). Quindi, per esempio, potrei non aver chiamato erroneamente qualcuna Alice senza identificarla indipendentemente e le persone alle quali mi riferisco con un nome, ma che non posso identificare indipendentemente – per esempio, persone i nomi delle quali sto leggendo su un registro – non sono state, intuitivamente parlando, chiamate da me con quel nome.

Anche se l’attribuzione di un nome non è il modo giusto per giustificare i predicati metalinguistici, qualunque teoria dell’uso, nel tentativo di spiegare il riferimento dei nomi nei termini delle caratteristiche (distintive) del suo uso, dovrà utilizzare qualcosa di questo tipo. In quel senso, le teorie dell’uso e le teorie metalinguistiche sono nella stessa barca. Ovviamente, ciò che risulta funzionare per una non funzionerà necessariamente per l’altra. Comunque, non sembra che la teoria metalinguistica sia l’unica affetta dall’obiezione della circolarità, piuttosto entrambe hanno bisogno di un’adeguata base riduttiva (per una discussione al riguardo, vedi Burge 1973: 428; Geurts 1997: 326-327; Bach 2002: 83; Fara 2011; Gray 2014; Rami 2014: 858; García-Carpintero 2017:25).

La decisione di assegnare un significato metalinguistico ai nomi sembra ridursi a cosa è basilare e cosa è generato dalla teoria semantica. Se il significato di un nome è generato dal significato metalinguistico del costituente nominale proprio, allora i nomi avranno di conseguenza un significato metalinguistico (più probabilmente nella forma di un regola d’uso). Se invece i nomi sono trattati come basilari dalla semantica, allora abbiamo meno motivi di assegnare loro tale significato (semplicemente non dovremmo farlo automaticamente, come già discusso nella Sezione 2.5).

Ma trattare sia i nomi che i predicati nominali interpretati metalinguisticamente come basilari è generalmente considerata un’economia teoretica inferiore (Gray 2017: 436-437). Questo è sicuramente troppo affrettato. Un predicato nominale, sebbene semanticamente basilare, conterebbe comunque come un’espressione naturale della proprietà metalinguistica che denota (vedi Johnson 2018) e la naturalezza della scelta potrebbe spiegare la prevalenza della convenzione tra i linguaggi e la sua facilità di diffusione. In ogni caso, un tentativo parallelo è compiuto dal lato anti-metalinguistico per generare le interpretazioni metalinguistiche dei nominali propri da risorse esistenti (Boëer 1975: 395; Leckie 2013; Jeshion 2015:381; Gray 2017). Comunque, a meno che tali risorse basilari includano i riferimenti dei nomi (e Gray 2017 argomenta che questa è difficilmente una strada promettente), la teoria metalinguistica è benvenuta nell’adottare la stessa parsimonia. Non c’è alcunché nella teoria metalinguistica che dica che i predicati metalinguistici sono essi stessi basilari, semplicemente sono più basilari del significato dei nomi costruito a partire da essi.

Dialetticamente parlanti, allora, il problema cruciare sembra essere la derivazione composizionale del significato del nome. Spiegherò un po’ dei dati linguistici che sono apparsi finora nel dibattito. Buona parte di questi dati sembrerebbero, fuori dal contesto, completamente insignificanti. Ma il fato di ciò che è stato recentemente considerato la miglior prospettiva per assegnare un significato ai nomi propri si riduce all’interpretazione di questi dettagli.

Primo, un problema emerge per la teoria metalinguistica quando un nome include un determinante manifesto (Cumming 2007: 22). “The Bronx” consiste nel determinate “the” e il nome proprio “Bronx”. Secondo una teoria composizionale del significato, esso dovrebbe riferirsi alla più saliente entità chiamata “Bronx”. Comunque, il quartiere più a nord della Città di New York non si chiama “Bronx”, si chiama “the Bronx”. Inoltre, nonostante il fatto che questo quartiere è chiamato the Bronx, non ci riferiamo a esso usando un’espressione che combina un sintagma che esprimere questa proprietà metalinguistica con un determinante definito, come la teoria composizionale predirebbe. Non usiamo “the the Bronx”, che potrebbe essere visto come una combinazione (con “the Bronx” che esprime la proprietà di essere chiamato the Bronx). Né è plausibile che “the Bronx” mostri un determinante definito nascosto, in quanto il “the” manifesto non è fuso con “Bronx” in un sintagma nominale proprio, ma cade in espressioni come “a Bronx resident”. [Si è preferito, qui, lasciare le espressioni nella versione originale inglese per rendere più evidente il ruolo dell’articolo. In italiano, come sappiamo, l’uso dell’articolo è più frequente. Infatti, “a Bronx resident” diventa “un residente del Bronx”, che contiene l’articolo, sebbene nella forma composta della preposizione articolata “del”.]

Questo svantaggio della teoria metalinguistica è nascosto quando restringiamo le nostre considerazioni ai nomi propri che possono occorrere – opzionalmente od obbligatoriamente – senza un articolo, nomi come “Alice” o “(theGeorge Washington Bridge”. The George Washington Bridge a volte è anche chiamato George Washingston Bridge – nel senso che le persone possono riferirsi a esso in questo modo (e attribuire il nome senza l’articolo). Ma questo pare un accidente del significato, piuttosto che una rivendicazione della visione composizionale. Ci sono diversi nomi che soddisfano la formula “the Bronx”, invece. The World Cup non è, propriamente parlando, chiamata (soltanto) World Cup; the Eiffel Tower non è chiamata Eiffel Tower (nel modo in cui lo è Sears Tower); the Mona Lisa non è chiamata Mona Lisa (sebbene il suo soggetto, Lisa del Giocondo, lo era ed è interessante che potremmo dire che il quadro è chiamato Mona Lisa). [Anche qui, come sopra e per gli stessi motivi, si è preferito lasciare l’originale inglese.]

La situazione è differente se limitiamo la nostra attenzione ai nomi personali. Come detto prima, in molti linguaggi fuori dall’italiano, i nomi personali hanno un determinante (definito). Matushansky (2008: 580-581) fornisce evidenze per uno schema interlinguistico della caduta del determinante nei nomi personali in ambienti come “è chiamato”, così come la teoria composizionale predirebbe.

Un problema rimane anche per una versione ridotta della visione metalinguistica in cui essa si applica soltanto ai nomi di persona. Può essere mostrato con dei dati dalla lingua inglese. È stato originariamente detto che “la Alice” (con un’enfasi neutra su “la”) è sgrammaticato e quindi che “Alice” accompagnato da un determinante nullo con lo stesso significato di “la” trova posto nel paradigma (Sloat 1969). Ad ogni modo, “la Alice” non è sgrammaticato, è semplicemente inusuale. È usato quando il possesso della proprietà metalinguistica pertinente è particolarmente prominente. Ad esempio, quando dividiamo le persone in gruppi sulla base dei loro nomi o raccogliamo esempi di persone con un nome particolare (Jeshion 2017: 235; Gray 2017: 452).

I critici della visione metalinguistica hanno notato delle sottili differenze interpretative che ci impediscono di trattare “Alice” come equivalente al sintagma più chiaramente metalinguistico “la Alice”. In ognuna delle coppie sotto, il membro (b) ammette che l’individuo che conta come la Alice vari a seconda dell’occasione, a differenza del membro (a) (Hawthorne & Manley 20112: 236-237; Fara 2015c; Schoubye 2016).

  1. a. In ogni gara, Alice ha vinto.

b. In ogni gara, la Alice ha vinto.

  1. a. Alice bara sempre.

b. La Alice bara sempre.

Un’altra differenza è che “la Alice” ammette “uno”-anafora, a differenza di “Alice” (King 2016, Jeshion 2017: 238):

  1. a. Sei troppo in ritardo. La Alice se n’è appena andata… ma forse un’altra arriverà.

b. Sei troppo in ritardo. Alice se n’è appena andata… ma forse un’altra arriverà.

Una spiegazione naturale di queste differenze è che la semantica composizionale nella quale il nominale proprio contribuisce una proprietà metalinguistica è corretta per “la Alice”, ma non per “Alice”.

 

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