Esternismo mentale

Traduzione di Filippo Pelucchi.

Revisione di Irene Olivero, pagina di Mark Rowland.

Versione: Inverno 2020.

The following is the translation of Mark Rowland’s entry on “Externalism about the mind” in the Stanford Encyclopedia of Philosophy.  The translation follows the version of the entry in the SEP’s archives at https://plato.stanford.edu/archives/win2020/entries/content-externalism/ . This translated version may differ from the current version of the entry, which may have been updated since the time of this translation. The current version is located at <https://plato.stanford.edu/entries/content-externalism>. We’d like to thank the Editors of the Stanford Encyclopedia of Philosophy for granting permission to translate and to publish this entry on the web.

In filosofia della mente, l’esternismo è la tesi secondo cui ciò che accade nella mente di un individuo non è interamente determinato da ciò che accade all’interno del suo corpo, compreso il suo cervello. L’esternismo ha due varianti principali: l’esternismo del contenuto mentale e l’esternismo del veicolo, o del supporto, di quel contenuto. La seconda forma di esternismo è comunemente nota col nome di teoria della “mente estesa ”.  In gioco ci sono questioni importanti legate alla natura della mente e alla sua relazione col mondo, sia naturale che sociale.

 

 


1. Introduzione

In filosofia della mente, l’esternismo la tesi secondo cui ciò che accade all’interno del corpo di un individuo non sempre è sufficiente a determinare ciò che accade nella sua mente. La mente, in questo senso, denota semplicemente la totalità degli eventi mentali che occorrono in un individuo in un dato momento. Il corpo, in questo senso, delinea i confini biologici dell’individuo che, in creature come noi, coincide con la pelle e, naturalmente, include il cervello, tradizionalmente considerato come il fattore determinante della vita mentale di un individuo. Pertanto, l’esternismo è l’idea che gli eventi, gli stati, i processi, ecc. corporei di un individuo (compresi quelli neurali), non sempre, di per sé, sono sufficienti a determinare gli stati, i processi mentali che occorrono in quell’individuo o ch’egli possiede. Il qualificativo “non sempre” denota che esistono casi – forse la maggior parte – in cui gli eventi mentali sono determinati da eventi corporei. L’esternismo, almeno in linea di principio, si limita a sostenere che questo non sempre accade. Il qualificativo “di per sé” ha lo scopo di indicare che se gli eventi corporei di un individuo non determinano interamente quali eventi mentali occorrono in lui o quali possiede, i primi determineranno almeno parzialmente i secondi e, in effetti, potranno svolgere un ruolo importante in tale determinazione.

L’esternismo si manifesta in due varianti principali. L’esternismo del contenuto riguarda il contenuto mentale, vale a dire il contenuto degli stati mentali. Esso afferma che i contenuti di almeno alcuni stati mentali non sono determinati esclusivamente da eventi che rientrano nei confini biologici dell’individuo che li possiede. Dal momento che gli stati mentali che hanno un contenuto sono tipicamente individuati sulla base di esso, ciò implica che gli stati mentali di un individuo non sono interamente determinati da eventi che rientrano nei confini biologici di quell’individuo. L’esternismo del veicolo, più comunemente noto come teoria della mente estesa, è l’esternismo che riguarda i veicoli del contenuto mentale. Secondo la teoria della mente estesa, i veicoli del contenuto mentale –grosso modo, i supporti fisici o computazionali di tale contenuto – non sempre sono determinati o riducibili a cose che accadono all’interno dei confini biologici dell’individuo. L’esternismo del contenuto e la mente estesa sono teorie logicamente indipendenti e non è raro trovare i sostenitori di una teoria che neghino l’altra. Queste due forme di esternismo divergono nettamente non solo perché sono forme di esternismo su questioni diverse – rispettivamente il contenuto e i veicoli – ma anche perché concepiscono in maniera diversa il modo in cui questo tipo di determinazione non avviene. Dire che i contenuti mentali non sono determinati esclusivamente da ciò che accade all’interno dei confini biologici di un individuo, è molto diverso dall’affermare che i veicoli del contenuto non sono determinati unicamente da ciò che accade all’interno di questi confini. In altre parole, ciascuna forma di esternismo differisce dall’altra non solo per ciò che afferma essere determinato dall’esterno, ma anche per ciò che intende con “esterno”.

 

2. Antecedenti storici

L’esternismo, sia del contenuto che del veicolo, è spesso visto come una delle punte di diamante della filosofia analitica della fine del XX secolo. Questa visione è tuttavia miope da un punto di vista storico. Teorie affini che sostengono tesi esterniste abbastanza chiare sono state avanzate e difese già molto prima e in alcune delle opere centrali che definiscono la filosofia del XX secolo (vedasi Rowlands 2003: capitoli 3 e 4). Wittgenstein (1953) ha sostenuto che dare significato a qualcosa tramite un segno non consiste in uno stato o in un processo interno. Piuttosto, dare significato è una possibilità che dipende essenzialmente dall’esistenza di una consuetudine o di una pratica di usare i segni in un determinato modo, e dalla padronanza di una tecnica, cioè dalla capacità di adattare il proprio uso dei segni secondo quest’usanza. Secondo l’interpretazione dominante – detta “comunitaria” – della nozione di usanza, ciò implica che la possibilità di significare qualcosa attraverso i segni dipende dall’esistenza di una pratica esterna all’individuo (che dà significato), e che ciò che questo individuo intende per segno in ogni data occasione dipende, almeno in parte, da questa pratica esterna. Come vedremo, questa versione “sociale” dell’esternismo del contenuto è stata successivamente approfondita in particolare da Burge (1979, 1986).

Vi sono poi altre teorie precedenti che sono, come minimo, strettamente allineate con l’esternismo. Sartre (1943 [1957]) ha sostenuto che la coscienza – il termine con cui si riferisce agli atti mentali intenzionali in generale – è nulla, nel senso che esiste solo come un puro orientamento verso il mondo, e la sua esistenza dipende essenzialmente dagli oggetti a cui è diretta. Di conseguenza, afferma Sartre, la coscienza “non ha contenuto”. Con questo intendeva dire che ciò che noi oggi chiameremmo il “contenuto degli atti intenzionali” è sempre, necessariamente, al di fuori di quegli atti – si tratta di elementi trascendenti nel mondo, piuttosto che di cose immanenti all’interno della coscienza. L’esternismo del contenuto sembra essere un’implicazione banale di questa tesi. Se fosse possibile trapiantare una coscienza da un mondo a un altro – un punto fermo, come vedremo, della letteratura esternista successiva, ma che potrebbe o meno avere senso per la teoria di Sartre – i contenuti di questa coscienza cambierebbero necessariamente. La ragione per cui questo potrebbe non qualificarsi come esternismo nel senso standard, tuttavia, è che Sartre ha difeso anche una concezione revisionista del corpo. Il corpo come vissuto, sosteneva Sartre, non è identico al corpo come oggetto, vale a dire al modo in cui il corpo è concepito nella formulazione esternista. Piuttosto, il corpo come vissuto è un’attività rivelatrice i cui confini non coincidono in alcun modo con quelli del corpo come oggetto. Quindi, piuttosto che essere una forma semplice di esternismo, la visione di Sartre si può considerare tutt’al più come un abbandono delle categorie in base alle quali sono formulate le idee di esternismo e della sua controparte: l’internismo. Lo stesso vale per Heidegger (1927 [1962]), che aveva un forte debito con la concezione sartriana di corpo. Heidegger ci invita a pensare alla realtà umana – il Dasein, cioè il tipo caratteristico di essere posseduto dagli esseri umani – non come a un organismo biologico ma, piuttosto, come a una rete di pratiche naturali e sociali. Le menti umane, nella misura in cui hanno un posto in questo schema, non risiederebbero certamente nei corpi umani. Tuttavia, ed è questo il motivo per cui non si qualifica come esternismo nel senso classico, nemmeno i corpi trovano posto in tale schema. (Si veda però Wheeler 2005, per una difesa della mente estesa che si basa sul lavoro di Heidegger.)

Indipendentemente dal fatto che possano alla fine essere caratterizzati come esternisti, le idee di Wittgenstein, Sartre e Heidegger giocano un ruolo importante nel contestualizzare il successivo sviluppo dell’esternismo. Come gli esternisti, questi autori hanno tutti una posizione che può essere definita “anti-cartesiana”. Sono tutti contrari all’idea che i processi mentali che un individuo possiede siano sempre e interamente determinati da ciò che accade all’interno del corpo di quell’individuo (oppure espandono l’idea del corpo nel senso anti-cartesiano, come nel caso di Sartre e Heidegger). Questo tipo di visione non appartiene solo alla filosofia. In psicologia, le espressioni di quest’idea si possono trovare nel lavoro degli psicologi sovietici, in particolare Vygotsky (1934 [1962]), Luria e Vygotsky (1930 [1992]) e più tardi nello sviluppo di James Gibson (1966, 1979) di una psicologia ecologica (vedasi anche Donald 1991 per uno sviluppo più recente di questa tradizione). Le radici di questo anti-cartesianesimo non sono solo ampie, ma anche profonde, antecedenti a Heidegger, e in effetti al ventesimo secolo. Gallagher (2018) sostiene che le versioni di questo atteggiamento si possano trovare nel pragmatismo americano. Può essere che le radici ultime di questo tipo di anti-cartesianesimo si trovino in Hegel (Crisafi & Gallagher 2010; Boldyrev & Herrmann-Pillath 2013). Al di là del fatto che questa tesi sia corretta o meno, conviene considerare l’esternismo – in entrambe le sue forme – non tanto come un picco senza precedenti, quanto più come una recente espressione di questa tradizione storica del pensiero anti-cartesiano.

 

3. Esternismo del contenuto

Molti degli stati o atti mentali (alcuni pensano invece tutti quanti) sono intenzionali, in quanto vertono su qualcosa. Non pensiamo e basta; pensiamo qualcosa. Non crediamo o desideriamo e basta; crediamo o desideriamo qualcosa. Questo qualcosa che pensiamo, crediamo, desideriamo o che speriamo, temiamo, aspettiamo, anticipiamo e così via, è il contenuto del nostro pensare, credere, desiderare, sperare, temere, aspettare e anticipare. L’esternismo del contenuto – a volte noto come “esternismo semantico”, poiché il contenuto è talvolta inteso come contenuto semantico – è l’esternismo del contenuto di stati o atti mentali.

L’esternismo del contenuto è spesso considerato come una rivendicazione di possesso dipendente che è, a sua volta, fondata su una rivendicazione più basilare di dipendenza dall’individuazione. L’idea di possesso dipendente è semplice: il fatto che un individuo possa intrattenere o meno il contenuto che p (ad esempio, avere una credenza, un pensiero, un desiderio o un altro atteggiamento proposizionale con questo contenuto) dipende dalla natura dell’ambiente di quell’individuo (e dai fatti relativi alla sua relazione con quell’ambiente). Non è possibile per un individuo intrattenere questo contenuto proposizionale a meno che l’ambiente non contenga gli oggetti, le proprietà, i fatti, gli eventi richiesti, ecc. di un certo tipo (McGinn 1989). L’esternismo del contenuto è la tesi secondo cui, almeno in alcuni casi, anche se non necessariamente tutti, possedere uno stato mentale con un dato contenuto proposizionale dipende dall’ambiente esterno.

Questa teoria del possesso dipendente è derivata sulla base di un’ulteriore tesi: la tesi della dipendenza dall’individuazione. L’idea generale della dipendenza dall’individuazione è l’idea per cui l’identità di un’entità, in quanto entità appartenente ad un genere particolare s, dipende da cose (oggetti, proprietà, fatti, ecc.) distinte da essa. Un pianeta dipende dal fatto che venga individuata i una stella attorno alla quale orbita, nel senso che senza l’individuazione di questa stella e dell’orbita risultante quell’oggetto non sarebbe un pianeta ma un altro tipo di corpo celeste. L’identità di un particolare corpo celeste in quanto pianeta dipende dalla stella e dall’orbita, elementi distinti dal pianeta stesso. Il pianeta, in questo senso, dipende dall’individuazione della stella (Macdonald 1990). Un particolare disturbo della pelle appropriatamente classificato come “scottatura solare” dipende per la sua individuazione dalle radiazioni solari, nel senso che può trattarsi di scottatura solo se prodotta dalle radiazioni solari (Davidson 1987). Pertanto, l’identità di un disturbo della pelle in quanto scottatura solare dipende dal posto che ricopre nella appropriata relazione con la debita radiazione ultravioletta, e non può trattarsi di un’istanza di scottatura solare a meno che non si trovi in ​​quella relazione. La scottatura solare è, in questo senso, dipendente per la sua individuazione dalle radiazioni solari.

L’esternismo del contenuto è la tesi secondo cui almeno una parte del contenuto mentale è, in maniera analoga, dipendente per la sua individuazione dalla natura dell’ambiente esterno, inteso come insieme di circostanze che risiedono al di fuori dei confini biologici dell’individuo. L’identità di un dato contenuto p dipende da circostanze (oggetti, proprietà, fatti, eventi, ecc.) che si trovano al di fuori dei confini biologici dell’individuo che intrattiene questo contenuto.

3.1 Argomenti a favore dell’esternismo del contenuto

L’esternismo del contenuto è più comunemente associato a due vivaci esperimenti mentali, presentati negli anni ’70; il primo a cura di Hilary Putnam (1975) e il secondo a cura di Tyler Burge (1979).

L’esperimento mentale di Terra Gemella di Putnam

Immaginiamo che esista un pianeta, diciamo, Terra Gemella. Ci sono alcune cose che dovremmo sapere su questo pianeta. In primo luogo, è un duplicato della Terra per quasi tutti i suoi aspetti. Su Terra Gemella, in questo preciso momento, un vostro gemello sta leggendo una versione gemella di questa voce della Stanford Encyclopedia, che è stata scritta da un mio gemello. Il vostro gemello è un vostro duplicato esatto, molecola per molecola. In secondo luogo, l’unica differenza tra la Terra e Terra Gemella è questa: su Terra Gemella, la sostanza che si trova negli oceani, scorre nei fiumi ed esce dai rubinetti non è acqua. Non è acqua, perché non è composta da due atomi di idrogeno e uno di ossigeno. In realtà, non è affatto composta da idrogeno e ossigeno ma, piuttosto, da altri elementi che non esistono sulla Terra. Tuttavia, in terzo luogo, questa sostanza ha un aspetto, un sapore e una sensazione che sono esattamente identici a quelli che ha l’acqua per le persone del nostro pianeta Terra, e viene utilizzata nello stesso modo. Infine, questo esperimento mentale è ambientato nel 1750 (e in un corrispondente anno gemello 1750), ovvero prima che le persone avessero un’idea della struttura molecolare alla base di sostanze come l’acqua.

Supponete ora di affermare o di scrivere “L’acqua è bagnata”. Il vostro gemello afferma con la stessa forma fonetica o sintattica: “L’acqua è bagnata”. I token delle due frasi hanno lo stesso significato? La risposta di Putnam è: no. Chiunque pensi al significato come a una questione di riferimento, fattori di verità, o condizioni di verità, o, in breve, chiunque pensi che il significato di un termine o di una asserzione sia, almeno in parte, una questione di relazione con un qualche tipo di entità nel mondo, troverà questa risposta invitante. Il riferimento della forma sintattica / fonetica ‘acqua’ è diverso nel vostro caso e nel caso del voi vostro gemello. Quando pronunciate la frase, vi state riferendo all’acqua, una sostanza composta da idrogeno e ossigeno. Ma il vostro gemello si riferisce, in maniera corrispondente, alla sostanza su Terra gemella. Per identificarla possiamo chiamare questa sostanza ‘dacqua’ (twater), ma i parlanti gemellesi, ovviamente, non la chiamano in quel modo. Parlano un inglese gemello quando si riferiscono a questa sostanza con la forma sintattica / fonetica ‘acqua’. Inoltre, la vostra affermazione e quella del vostro gemello sono entrambe vere, ma a renderle vere sono fatti diversi. La vostra affermazione è resa vera da un fatto sull’acqua, mentre quella del vostro gemello è resa vera da un fatto su dacqua. Anche le condizioni di verità di queste affermazioni sono diverse. Perché la vostra affermazione sia vera, l’acqua deve essere bagnata. Perché le affermazioni del tuo gemello siano vere, dacqua deve essere bagnata. Quindi, secondo le teorie che considerano il significato in termini di correlazioni con il mondo – riferimento, fattori di verità, condizioni di verità – ci sono buone ragioni per accettare la conclusione di Putnam.

Come hanno sottolineato McGinn (1977) e Burge (1979), quest’ultima tesi può essere estesa al contenuto degli atteggiamenti proposizionali. Nell’attribuire un atteggiamento proposizionale – come un pensiero, una credenza, un desiderio – a una persona, usiamo una costruzione con il “che” seguita da una clausola enunciativa subordinata.  Tale clausola subordinata è comunemente ritenuta esprimere il contenuto dell’atteggiamento proposizionale: cioè, il significato della clausola è identico al contenuto dell’atteggiamento proposizionale. Pertanto, se le clausole enunciative espresse da voi e dal vostro gemello hanno significati diversi, è difficile non giungere alla conclusione secondo cui anche i contenuti proposizionali dei vostri pensieri, delle vostre credenze e dei vostri desideri sono diversi. Tuttavia, le credenze e gli altri atteggiamenti proposizionali sono individuati in base al loro contenuto. La credenza che l’erba è verde è diversa dalla credenza che la neve è bianca proprio perché il loro contenuto è diverso. Pertanto, se i contenuti delle vostre credenze e di quelle del vostro   gemello sono diversi, allora lo sono anche le vostre credenze.

Nonostante la sua natura apparentemente stravagante, questo esperimento mentale di Terra Gemella è solo un modo per semplificare la questione. Voi e il vostro gemello siete, per definizione, dei duplicati molecola per molecola. Quindi, tutto ciò che si trova all’interno della vostra testa (e, più in generale, dei vostri confini biologici) è, per definizione, qualitativamente (se non numericamente) identico. Tuttavia, le vostre credenze (e gli altri atteggiamenti proposizionali) sono diversi. Il principio che emerge è questo: se si mantiene fisso ciò che accade dentro la testa di un individuo (e più in generale, dentro i suoi confini biologici) e si altera il suo ambiente esterno, alcuni degli stati mentali di quell’individuo saranno diversi quando lo sia anche l’ambiente esterno, sebbene il contenuto proposizionale interno (ciò che si ha nella testa) rimanga identico. Pertanto, ciò che accade dentro la testa non è, in questo senso, sufficiente a determinare o a fissare tutto ciò che accade nella mente.

Nonostante alcune formulazioni a prima vista eccessivamente esuberanti di Putnam (1975) – come l’espressione “Girala come vuoi, ma i significati non sono dentro la testa (meaning just ain’t in the head)” – la reale conclusione di questo esperimento mentale non riguarda l’ubicazione di (alcuni) stati mentali ma è, piuttosto, una tesi sulla loro individuazione. Il fatto che vengano individuati dall’esterno non implica che essi siano collocati all’esterno. La scottatura, come ha sottolineato Davidson (1987), viene individuata con precisione: la sua individuazione dipende da fattori che si trovano al di fuori della pelle. Tuttavia, si trova ancora sulla pelle. Il fatto che alcuni stati mentali dipendano per la loro individuazione da circostanze che esistono al di fuori dei confini biologici di un individuo non implica che quegli stati mentali si trovino al di fuori di quei confini.

L’esperimento mentale di Burge sulla “dartrite”

Immaginate una persona di nome Larry, il quale ha una serie di credenze sull’artrite. Crede di avere l’artrite, di averla da anni, che l’artrite può essere molto dolorosa e che è meglio avere l’artrite che il cancro al pancreas, e così via. Crede anche di avere l’artrite alla coscia. Questa credenza, secondo Burge, è (a) una credenza sull’artrite e (b) è falsa. È falsa perché l’artrite è solo un’infiammazione delle articolazioni. Ma perché una credenza sull’artrite è sull’artrite? La risposta di Burge è che Larry vive in una comunità linguistica composta da persone che usano il termine “artrite” in un certo modo, e Larry si lascerebbe correggere da membri esperti di quella comunità. Quindi, quando un medico gli dicesse: “No, non hai l’artrite. L’artrite è una malattia delle articolazioni”, Larry sarebbe portato ad accettarlo e a rivedere la sua credenza di conseguenza.

Ora immaginiamo una situazione controfattuale. Larry-controfattuale è identico a Larry a livello funzionale, a livello di disposizioni comportamentali e di storia personale (tutti aspetti specificati in maniera individualista, cioè in modo tale da non presumere che esista nulla al di fuori di Larry). La controfattualità della situazione descritta riguarda solo la comunità linguistica di Larry. In questa situazione controfattuale, la forma fonetica o sintattica della parola “artrite” – usata da medici, lessicografi e parlanti comuni – si applica non solo a un’infiammazione delle articolazioni, ma anche ad altri disturbi reumatoidi. In altre parole, nella situazione controfattuale, l’uso corretto del termine ‘artrite’ comprende l’uso effettivo che ne fa Larry. In questa situazione controfattuale, sostiene Burge, Larry possiede una credenza vera su ciò che sta accadendo alla sua coscia ma, e questo è cruciale, non si tratta di una credenza sull’artrite. Piuttosto, Larry ha delle credenze su una condizione distinta: la dartrite, un insieme di artrite e reumatismi, o così potremmo definirla.

Se questo è vero, allora le credenze di Larry sono diverse nella situazione reale e in quella controfattuale. Larry, tuttavia, è identico in entrambe le situazioni. L’unica differenza sta nella diversa natura delle comunità linguistiche in cui si trova– in particolare, nei modi diversi in cui le due comunità usano la parola ‘artrite’. Come nell’esperimento mentale di Putnam, la differenza di significato deriva ancora una volta da una differenza di estensione di un termine, che si traduce in differenti condizioni di verità, fattori di verità e simili. Tuttavia, nel caso di Putnam, le differenze suddette dipendono da differenze nell’ambiente naturale. Nell’esperimento mentale di Burge queste differenze dipendono invece da differenze nella pratica linguistica (da differenti ambienti sociolinguistici). Come nel caso di Putnam, l’argomento può essere facilmente esteso ai contenuti degli atteggiamenti proposizionali e Burge, a differenza di Putnam, sostiene esplicitamente questo tipo di estensione.

3.2 Obiezioni all’esternismo del contenuto

Le obiezioni all’esternismo del contenuto si dividono in diverse tipologie. Il primo tipo di obiezione considera l’esternismo come supportato in maniera insufficiente dal tipo di argomenti delineati da Putnam e Burge, o perché le loro conclusioni sono dei non sequitur, o perché i loro argomenti sono carenti sotto qualche altro aspetto. In questo senso, Boghossian (1997), ad esempio, immagina il caso di “Terra Secca” (Dry Earth), un pianeta i cui abitanti (che sono i nostri duplicati intrinseci) hanno l’illusione che esista un liquido limpido e incolore che fuoriesce dai rubinetti e che riempie i laghi e gli oceani. Secondo Boghossian, gli esternisti si impegnano ad affermazioni implausibili riguardo al contenuto dei pensieri degli abitanti di Terra Secca su questo liquido illusorio. (Segal [2000] sostiene una variazione di questo argomento di Terra Secca; vedasi Korman [2006] e Pryor [2007] sulle risposte esterniste). Crane (1991) sostiene che nell’esempio di Burge non c’è motivo di pensare che Larry (o Jane) abbia concetti diversi nelle due situazioni, poiché i suoi atteggiamenti disposizionali rimangono esattamente gli stessi. Crane pensa che in entrambe le situazioni Larry (o Jane) non abbia il concetto di artrite, ma che possieda il concetto di dartrite. Burge, quindi, si sbaglierebbe nell’attribuire a Larry (nel mondo reale) (o a Jane nel mondo reale) la credenza di avere l’artrite alla coscia. Georgalis (1999) ha una visione simile, così come Wikforss (2001).

Un secondo tipo di obiezione si oppone agli argomenti esternisti su basi ampiamente metodologiche che riguardano l’uso degli esperimenti mentali, e più in generale delle intuizioni, nel determinare se il contenuto è un contenuto ampio o un contenuto ristretto. Cummins (1991) sostiene che per scoprire la natura delle credenze sia necessaria la ricerca empirica, non gli esperimenti mentali. Chomsky (1995) sostiene una visione simile. La fiducia degli argomenti di Putnam e Burge sulle intuizioni è un anatema per molti nel movimento filosofico sperimentale, i quali le considerano culturalmente relative e mutevoli e, quindi, non filosoficamente significative (si veda, ad esempio, Mallon et al. 2009).

Un terzo tipo di risposta mette in discussione la legittimità del dibattito internismo /esternismo. Gertler (2012), ad esempio, ha sostenuto che non si capisce la distinzione tra proprietà interne ed esterne e le relative distinzioni, come quella tra proprietà intrinseche ed estrinseche, che caratterizzano correttamente le teorie che stiamo considerando come esterniste o interniste. Se Gertler ha ragione, forse il modo più comune di intendere l’internismo, vale a dire se si intende questo come la teoria secondo cui il contenuto sopravviene sulle proprietà intrinseche di un individuo, è impraticabile.  Gertler sostiene quindi che non sussiste una vera e propria controversia tra internismo ed esternismo nel dibattito in questione e suggerisce ai filosofi di abbandonare la discussione per occuparsi di questioni meno oscure. Esiste, più in generale, una questione interessante che riguarda come comprendere la distinzione fondamentale tra le proprietà esterne di una creatura e quelle intrinseche (o interne). Molti partecipanti al dibattito sull’esternismo ritengono che le proprietà interne siano proprietà fisiche di una creatura che non dipendono per la loro istanziazione da alcuna proprietà istanziata al di fuori dei confini del corpo e del cervello della creatura in oggetto. Una difficoltà nel comprendere questa distinzione, evidenziata da Farkas (2003), è che sembra escludere la possibilità che esistano internisti anti-fisicalisti. Questo è ironico, dato che Cartesio è spesso considerato un esempio paradigmatico di internista del contenuto mentale. Williamson (2000) suggerisce che l’internismo si può considerare come la teoria secondo la quale il contenuto mentale sopravviene sugli stati fenomenici indipendenti dall’ambiente, e anche Farkas (2003, 2008) propone qualcosa di simile.

3.3 Contenuto ristretto

Una quarta obiezione agli argomenti a favore dell’esternismo del contenuto implica accettare la forza di tali argomenti, ma limitandone il significato. Secondo questo tipo di soluzione, l’esternismo è valido solo per un tipo di contenuto, o per il contenuto inteso in un modo particolare. Il tipo di contenuto suscettibile di considerazioni in stile Putnam / Burge è ampio [wide] o esteso [broad]. Tuttavia, alcuni hanno sostenuto che esiste un altro tipo di contenuto – il contenuto ristretto [narrow] – che è immune a questo tipo di argomenti. Negli anni immediatamente successivi alla pubblicazione di Putnam (1975) era comune pensare ai contenuti ristretti come a contenuti fenomenici (si veda, ad esempio, Fodor 1981, 1982; McGinn 1982). Un motivo per abbracciare quest’idea è che, nonostante i contenuti e le credenze del vostro gemello siano diversi, ci sarebbe ancora qualcosa che voi e lui avete in comune. Entrambi credete, ad esempio, che il liquido incolore, inodore, trasparente, potabile, ecc. che avete di fronte a voi sia bagnato. Questa strategia deve fare i conti con almeno due problemi. In primo luogo, è in conflitto con la tesi di Burge secondo cui il suo tipo di argomentazione controfattuale sulla Terra si applica a tutti i concetti conosciuti mediante l’osservazione, ovvero ad una categoria che include proprietà come l’essere incolore, l’essere inodore, ecc. Secondo, se anche si potesse evitare la prima obiezione, non sarebbe chiaro che si possano eliminare le specifiche fenomeniche legate al contenuto da tutti i concetti che non siano suscettibili alle considerazioni sulle caratteristiche di Terra Gemella (come, ad esempio, è il caso del concetto di liquido nel modo in cui viene impiegato nella specifica di cui sopra), pur conservando strumenti concettuali sufficienti per specificare adeguatamente il contenuto di tale credenza.

Fodor (1987) adotta una strategia diversa. Concorda sul fatto che individui fisicamente identici abbiano contenuti ampi diversi se inseriti in contesti diversi. Tuttavia, suggerisce che le credenze di tali individui hanno gli stessi contenuti ristretti, che sono funzioni che vanno dal contesto ai contenuti ampi. Voi e il vostro gemello condividete questo: un qualcosa (è impossibile specificare di che cosa si tratta) che, quando è collegato all’ambiente terrestre, produce il contenuto (ampio) che l’acqua è bagnata, ma quando è collegato all’ambiente di Terra Gemella produce il contenuto (ampio) che dacqua è bagnata (un contenuto espresso dal gemello terrestre con “L’acqua è bagnata”, ovviamente). Questa strategia è stata contestata da Stalnaker (1989) e Block (1991) sulla base del fatto che il contenuto ristretto, per come concepito da Fodor, in realtà non è affatto un contenuto. Se i contenuti ristretti, come sostiene Fodor, mappano i contesti del pensiero sulla base delle condizioni di verità, essi stessi non hanno condizioni di verità e quindi non riescono a qualificarsi come contenuti in alcun senso riconoscibile. Secondo Stalnaker (1989), il contenuto ristretto non è quindi altro che la sintassi (intesa come ruolo funzionale o computazionale).

Sono state proposte poi due argomentazioni più recenti nell’ambito della semantica per identificare e difendere l’idea di contenuto ristretto. Una di queste è la semantica bidimensionale e la sua applicazione ai contenuti degli atteggiamenti proposizionali (Lewis 1981, Jackson 2007 e Chalmers 2012). Chalmers, ad esempio, sostiene che si possa usare una cornice semantica bidimensionale generalizzata per isolare un aspetto a priori del significato che sia condiviso da voi e dal vostro gemello. Secondo quest’ipotesi, voi e il vostro gemello avete a priori sempre accesso alle condizioni di verità dei vostri pensieri o delle vostre affermazioni. Se fosse così, allora esisterebbe un tipo di contenuto o la componente di un contenuto che non è vulnerabile alla manipolazione prevista dall’esperimento mentale Terra Gemella, e che quindi potrebbe qualificarsi come contenuto ristretto.

La seconda argomentazione deriva dalla teoria dell’intenzionalità fenomenica. I sostenitori dell’intenzionalità fenomenica cercano di fondare l’intenzionalità degli stati mentali sulla coscienza fenomenica, ovvero sulle caratteristiche soggettive ed esperienziali di quegli stati. Secondo questa teoria, l’intenzionalità fenomenica è fondamentale, così come lo è qualsiasi altra forma di intenzionalità derivata da questa forma base (Horgan & Tienson 2002, Loar 2003, Kriegel 2013). Secondo molte articolazioni della teoria dell’intenzionalità fenomenica (ad esempio, Siewert 1998; Kriegel 2007, 2011; e Farkas 2008), il contenuto del vostro pensiero e quello del vostro gemello è lo stesso e quel contenuto è ristretto. Questi tentativi di costruire una nozione praticabile di contenuto ristretto sono stati sistematicamente criticati da Yli-Vakkuri e Hawthorne (2018). Se le critiche sono valide, allora non esiste alcuna forma di contenuto che possa essere facilmente isolata dal mondo, e quindi deve essere vera una forma completa di esternismo del contenuto. (Vedi la voce sul contenuto mentale ristretto per una discussione più dettagliata ).

 

4. L’importanza dell’esternismo del contenuto

L’importanza dell’esternismo del contenuto è potenzialmente di vasta portata, nonostante sia presentato in maniera poco chiara e sia anche fortemente contestato.

Idealismo. L’esternismo del contenuto è talvolta descritto come una tesi la cui verità preclude l’idealismo in almeno alcune delle sue forme principali (vedasi Rowlands 2003, per esempio). Tuttavia, non è chiaro se sia davvero così. Ad esempio, anche un idealista berkeleiano potrebbe accettare l’argomento di Terra Gemella di Putnam se fosse disposto a farlo. Affinché l’argomento di Putnam funzioni è sufficiente che sussista una distinzione tra il modo in cui appaiono acqua e dacqua e le loro rispettive strutture interne. Sembra che questo sia qualcosa che l’idealista berkeleiano possa accettare. Ad esempio, l’idealista berkeleiano può spiegare le differenze nella struttura interna di acqua e dacqua in termini di differenza tra le idee che Dio porrà nella vostra mente e in quella del vostro gemello dopo il 1750, quando entrambi vi metterete a fare ricerche su (ciò che pensiate sia) la struttura chimica alla base della sostanza che occupa oceani e fiumi. L’esternismo del contenuto prevede che esista una realtà in maniera indipendente dal soggetto pensante o dai soggetti presenti nell’esperimento mentale. Ma non sembra richiedere che questa realtà sia non-mentale. Alcune forme di esternismo del contenuto lo richiedono, come si vede ad esempio in Sartre (1943 [1957]). Ma sembra che ciò non valga per tutte le forme di esternismo. La relazione tra esternismo del contenuto e idealismo, nelle sue varie forme, non è affatto semplice.

Esternismo del contenuto e conoscenza di sé. L’esternismo è collegato fortemente alle questioni che riguardano la conoscenza introspettiva dei nostri stati mentali. Tale conoscenza sembra essere a priori, o almeno privilegiata, in quanto viene acquisita senza fare affidamento su fatti o osservazioni empiriche. A prima vista, l’esternismo minaccia l’esistenza di tale conoscenza privilegiata. Se i contenuti dei nostri pensieri fossero determinati in parte dalle nostre relazioni con l’ambiente esterno, allora si potrebbe pensare che siano necessarie osservazioni esterne per sapere che cosa pensiamo. Ma la conoscenza di sé non avviene attraverso indagini empiriche. Quindi delle due l’una: o, a dispetto di quanto sembra, non conosciamo veramente il contenuto dei nostri pensieri o, se lo conosciamo, l’esternismo è falso. (Vedi la voce sull’esternismo e la conoscenza di sé per ulteriori discussioni ).

Esternismo e le teorie mente-corpo. L’esternismo ha importanti conseguenze per diverse teorie che si occupano del problema mente-corpo. Burge (1979) crede che l’esternismo confuti le teorie individualiste degli stati mentali intenzionali. Queste teorie definiscono o spiegano cosa significhi per una persona possedere uno stato mentale intenzionale puramente in termini di fatti intrinseci su quella persona, senza riferirsi all’ambiente. Esempi di teorie del genere includono la teoria dell’identità e il funzionalismo nella sua formulazione tradizionale. McGinn (1989) e Burge (1986, 1993) sostengono entrambi che l’esternismo confuti la teoria dell’identità token (e quindi anche la teoria dell’identità di tipo). Questo è contestato da Davidson (1987), Macdonald (1990) Gibbons (1993) e Frances (2007). Per quanto riguarda il funzionalismo, un modo per affrontare l’esternismo è adottare una strategia divide et impera. Si potrebbe limitare il funzionalismo al fornire una spiegazione di ciò che deve essere individualisticamente un particolare tipo di stato mentale (ad esempio una credenza), adottando al contempo una teoria esternista del contenuto (Fodor 1987). In alternativa, si potrebbe adottare una forma di funzionalismo “a braccio lungo” che specifica i ruoli funzionali in modo che essi incorporino elementi e proprietà del mondo (Block 1990). Secondo questa visione, il ruolo funzionale della vostra credenza che “l’acqua è bagnata” sarebbe diverso dal ruolo funzionale della credenza del vostro gemello che “dacqua è bagnata”, perché il ruolo funzionale della vostra credenza comporta che voi percepiate e facciate affermazioni sull’acqua, mentre quello del vostro gemello implica che lui percepisca e faccia affermazioni su dacqua.

Sebbene l’esternismo possa (o non possa) essere incompatibile con queste forme interniste di fisicalismo, questo non dovrebbe essere interpretato come un assunto implicito che l’esternismo sia esso stesso una teoria anti-fisicalista. Si potrebbe infatti sostenere che sebbene i contenuti mentali non sopravvengano sulle proprietà fisiche ristrette, sopravvengono invece sulle proprietà fisiche ampie. Non c’è alcuna ovvia ragione per cui il fisicalismo sulla mente richieda che le proprietà mentali di un individuo sopravvengano sulle sue proprietà fisiche ristrette. (Per la discussione dei requisiti sul fisicalismo, vedi la voce sul fisicalismo

Causalità mentale. Un altro dibattito che nasce dalle discussioni sull’esternismo riguarda la legittimità dei contenuti ampi nelle spiegazioni causali. La maggior parte dei filosofi concorda con Davidson (1980) sul fatto che credenze e desideri svolgano un ruolo importante nella spiegazione causale delle nostre azioni. Tuttavia, non è chiaro come si possa conciliare questo aspetto con l’esternismo. Il problema sorge perché si è affermato che le spiegazioni causali del comportamento dovrebbero appellarsi solo alle proprietà intrinseche dei nostri corpi, proprietà che descrivono ciò che accade qui e ora dentro di noi (Stich 1983). Ma l’esternismo afferma che i contenuti mentali sono determinati da fattori causali, sociali o storici, fattori che si estendono spazialmente e temporalmente oltre il corpo. Ciò sembra implicare che i contenuti mentali ampi non possano essere causalmente rilevanti per via della loro natura relazionale.

Esistono due principali strategie per dimostrare che i contenuti mentali ampi possono legittimamente rientrare nelle spiegazioni causali. La prima strategia è sostenere che l’efficacia causale di uno stato mentale con contenuto ampio deriva dall’efficacia causale di uno stato interno corrispondente. Per usare un esempio che non riguarda uno stato mentale, spesso diciamo che una puntura di zanzara provoca gonfiore, anche se “essere una puntura di zanzara” è una proprietà relazionale. Tuttavia, un problema di questo approccio è che esso non mostra, dopotutto, che i contenuti ampi non sono causalmente rilevanti, perché è la componente interna (il prurito della pelle, il disturbo provocato dalla pelle gonfia) che svolge tutto il lavoro causale. Un altro modo per difendere la rilevanza esplicativa di un contenuto ampio è identificare il suo distintivo ruolo esplicativo, senza ritenere che esso sia parassitario dell’efficacia causale delle sue proprietà intrinseche. Ad esempio, secondo Dretske (1988), quando la mia intenzione di bere acqua mi fa alzare il bicchiere, il comportamento oggetto della spiegazione causale non è un singolo evento, ma un processo complesso in cui uno stato interno provoca il movimento. Dretske sostiene che il contenuto ampio della mia intenzione svolge un ruolo causale perché fornisce una spiegazione strutturale di come lo stato cerebrale interno venga scelto per causare il movimento corporeo. Williamson (2000) offre un’altra spiegazione del ruolo esplicativo dei contenuti ampi. Pensa che ci forniscano una migliore comprensione della connessione tra gli stati mentali di un agente e le sue azioni nel futuro non immediato, perché le nostre azioni tipicamente implicano interazioni complesse con l’ambiente. (Per ulteriori discussioni, vedasi la voce sulla causalità mentale).

 

5. La teoria della mente estesa

L’espressione “mente estesa” è stata coniata da Clark e Chalmers (1998), ma la stessa teoria è stata sostanzialmente chiamata in diversi modi, tra cui “esternismo attivo”, “cognizione estesa” (sia Clark che Chalmers 1998), “esternismo del veicolo” (Hurley 1998), “ambientalismo” [enviromentalism] (Rowlands 1999) e “integrazione cognitiva” (Menary 2007). Sebbene questa varietà nella nomenclatura non sia importante di per sé, è importante (a) per distinguere quella della mente estesa da altre teorie con cui potrebbe essere confusa, e (b) per cogliere   la significativa variegatura interna nelle teorie che potrebbero essere classificate come versioni della teoria della mente estesa. In primo luogo, tuttavia, bisogna articolare qual è l’idea generale dietro questa teoria (vedi Menary 2010 per una raccolta di articoli legati al tema, sia a favore che contro la teoria).

Un contenuto mentale è qualcosa che non fluttua liberamente. Ovunque esista contenuto mentale, esiste qualcosa che lo possiede: un veicolo di quel contenuto. Gli stati mentali (credenze, desideri, speranze e paure, ecc.) sono candidati naturali a fare da veicoli di contenuto. Lo stesso vale per gli atti mentali (credere, desiderare, sperare, temere, ecc.). In prima approssimazione, la mente estesa è l’idea per cui non tutti gli stati (o gli atti) mentali si trovano esclusivamente all’interno della persona che crede, desidera, spera, teme e così via. Piuttosto, alcuni stati o atti mentali sono, in parte, costituiti da fattori (quali, ad esempio, strutture e processi) che si trovano al di fuori dei confini biologici degli individui che li possiedono. Pertanto, la mente estesa differisce dall’esternismo del contenuto non solo per il fatto che riguarda veicoli mentali piuttosto che contenuti mentali, ma anche perché si impegna a rivendicare una collocazione esterna per gli stati mentali, anziché soltanto un’individuazione esterna. Se la teoria della mente estesa è vera, alcuni veicoli di contenuto non sono del tutto situati all’interno dei confini biologici degli individui che li possiedono. Questi sono, invece, in parte costituiti da (o composti da) fattori che si trovano al di fuori di questi confini.

La distinzione tra stati e atti è significativa nel contesto di questa forma di esternismo, e l’idea generale della mente estesa può essere sviluppata in due modi completamente diversi a seconda che si intendano i veicoli del contenuto come stati oppure come atti. Pensare ai veicoli del contenuto come stati porta a una versione della teoria della mente estesa rivolta allo stato. Pensare a questi veicoli come atti porta ad una teoria della mente estesa rivolta al processo.  

5.1 Mente estesa rivolta allo stato

Clark e Chalmers (1998) propongono un argomento classico a favore della teoria della mente estesa rivolta allo stato. Otto è nelle prime fasi del morbo di Alzheimer e per facilitare la sua comunicazione col mondo scrive su un taccuino quelle che ritiene informazioni utili. Leggendo su un giornale che è in corso una particolare mostra al Museum of Modern Art (MoMA), Otto guarda sul suo taccuino e trova l’affermazione “Il MoMA è sulla 53° strada” e, volendo vedere la mostra, si avvia debitamente verso la 53° strada. Clark e Chalmers sostengono, o comunque sono ritenuti sostenere, che l’affermazione di cui sopra dovrebbe essere considerata come una delle credenze di Otto. Il loro argomento si basa su una concezione funzionalista delle credenze, che sono individuate sulla base dei loro ruoli funzionali. L’affermazione suddetta gioca un ruolo funzionale nell’economia psicologica di Otto, ruolo che, se non esattamente identico, è abbastanza simile al ruolo funzionale che ha una credenza nella psicologia di un soggetto normale affinché   quell’affermazione possa qualificarsi come credenza. Se questo è vero, ciò significa che almeno una delle credenze di Otto si trova nel taccuino, anziché nella sua testa. Per come viene comunemente intesa, questa teoria si qualifica come predicante una forma di mente estesa rivolta allo stato, nella misura in cui identifica uno stato mentale (una credenza) con una struttura esterna (un’affermazione).

5.2 Obiezioni alla teoria della mente estesa rivolta allo stato

L’identificazione di una credenza con un’affermazione si è rivelata controversa. Una tra le obiezioni assume la forma di una presunta reductio ad absurdum: l’identificazione di una credenza con un’affermazione porta al cosiddetto “rigonfiamento cognitivo” (cognitive bloat) (vedi Ludwig 2015). Se le affermazioni nel taccuino di Otto possono qualificarsi come sue credenze, perché non potrebbero esserlo anche le affermazioni di un’enciclopedia o quelle trovate su Internet a cui Otto potrebbe accedere con relativa facilità? Clark e Chalmers hanno risposto a questa obiezione stipulando due clausole: (1) il soggetto deve, ad un certo punto, aver approvato consapevolmente le informazioni rilevanti e (2) il soggetto deve aver inserito in autonomia quelle informazioni nel taccuino. Non è chiaro, tuttavia, se queste due clausole bastino. Le credenze subliminali rappresentano un problema per la prima clausola, poiché sono credenze che non sono state “approvate” consapevolmente dai loro possessori. Se tali credenze esistono, la loro approvazione cosciente non sembra essere condizione necessaria per averle. Per quanto riguarda la seconda clausola, non è chiaro se questa sia compatibile con il funzionalismo di fondo su cui si basano Clark e Chalmers. Secondo il funzionalismo, grossomodo, se qualcosa svolge la funzione di una credenza, allora è una credenza. Secondo una prospettiva funzionalista, il modo in cui una credenza è stata acquisita – cioè, inserita nell’insieme delle credenze di un individuo – non è direttamente rilevante. Sarebbe rilevante solo se si potesse dimostrare che averla inserita personalmente nel proprio insieme di credenze è essenziale affinché questa svolga il ruolo funzionale di credenza. Ma non è chiaro che forma potrebbe assumere un argomento del genere.

Un’altra obiezione alla teoria della mente estesa rivolta allo stato è che confonde la tesi secondo cui i veicoli cognitivi sono estesi con la tesi (più debole) secondo cui, invece, i veicoli cognitivi sono incorporati o integrati o, parimenti, la tesi per cui la teoria della mente estesa cade vittima di una confusione tra accoppiamento e costituzione [coupling-constitution confusion] (Adams & Aizawa 2001, 2008; Rupert 2004). Secondo l’interpretazione della mente estesa rivolta allo stato, un veicolo di contenuto è esteso se è identico a, o costituito da, una struttura che si trova al di fuori dei confini biologici di un individuo. Ma un veicolo cognitivo è (meramente) incorporato se dipende da, o è accoppiato (causalmente o meno) con, strutture che giacciono al di fuori dei confini biologici dell’individuo, senza che esse siano identiche a quelle strutture. Secondo questa seconda obiezione, gli argomenti a favore della teoria della mente estesa stabiliscono solo che i veicoli di contenuto sono incorporati nel, o accoppiati con, l’ambiente esterno, piuttosto che estesi o costituiti dall’ambiente.

Un terzo tipo di replica alla teoria della mente estesa rivolta allo stato è l’obiezione dell’intenzionalità originale [original intentionality objection], le cui varianti sono state avanzate da Adams e Aizawa (2001, 2008), Fodor (2009) e Rowlands (2010). Secondo una tradizione portata avanti da Brentano, l’intenzionalità originale è spesso considerata il marchio distintivo del mentale. L’intenzionalità originale è definita come “intenzionalità non-derivata”. E l’intenzionalità derivata è l’intenzionalità che deriva dall’attività mentale, spesso mediata dalle credenze sociali di un soggetto. L’intenzionalità dell’affermazione “Il MoMA è sulla 53° strada” è chiaramente intenzionalità derivata. Di per sé, la frase è semplicemente un modello di forme su uno sfondo contrastante e, in linea di principio, potrebbe significare qualsiasi cosa. Per significare qualcosa deve essere interpretata e la sua intenzionalità è, quindi, derivata. Le credenze sono entità mentali. Se l’intenzionalità originale è il marchio distintivo del mentale, allora l’affermazione nel taccuino di Otto non è di natura mentale. Pertanto, e questo è il punto dell’obiezione, è difficile vedere come potrebbe essere una credenza.

5.3 Mente estesa rivolta al processo

La teoria della mente estesa rivolta allo stato identifica uno stato mentale (ad esempio, una credenza) con una struttura esterna (ad esempio, un’affermazione). Tuttavia, gli stati mentali non sono gli unici candidati ad essere veicoli di contenuto. Gli atti mentali – pensare, credere (o giudicare), ricordare, ecc. – hanno almeno la stessa pretesa di essere considerati come veicoli di contenuto. E spostare l’attenzione dagli stati alle azioni offre la possibilità di un’interpretazione della mente estesa maggiormente rivolta al processo. Potremmo considerare il taccuino di Otto come un elemento di “impalcatura” più o meno nel senso di Vygotsky (1934 [1962]). In questi termini, la versione della mente estesa rivolta allo stato identifica uno stato mentale con una parte di questa impalcatura, se essa svolge il ruolo funzionale previsto. Nella versione della mente estesa rivolta al processo, l’attenzione passa dall’impalcatura al processo di elaborazione dell’impalcatura. Questa elaborazione dell’impalcatura può, nella versione della mente estesa rivolta al processo, far parte di un processo cognitivo.

La versione della mente estesa rivolta al processo interpreterebbe il caso di Otto in modo piuttosto diverso. Non vi è identificazione di uno stato mentale con una struttura esterna – vale a dire, di una credenza con un’affermazione. Al contrario, si considera prima di tutto il processo mentale. Descrivere questo come un processo del credere sarebbe forse un po’ forzato: sembra più appropriato definirlo come un processo legato alla memoria. Quando Otto utilizza, o elabora, il suo taccuino, sfogliando le pagine e analizzandole a una a una, questa elaborazione fa parte del suo processo di ricordare l’ubicazione del MoMA. Questa è solo una parte del processo, ovviamente: egli ricorderebbe ben poco senza un adeguato contributo da parte del cervello. Tuttavia, l’elaborazione del taccuino da parte di Otto fa parte di quel processo.

Si possono individuare due tipi di motivazione per sostenere la tesi su annunciata. La prima è una motivazione ampiamente funzionalista, simile a quella funzionalista per la mente estesa rivolta allo stato. L’idea è che il profilo computazionale del processo di elaborazione del taccuino è sostanzialmente simile a quello che svolgono i processi interni responsabili delle capacità cognitive (Wilson 1994, 2004; Clark 1989, 1997, 2008a, 2008b; Rowlands 1999, 2010, Wheeler 2010). Le teorie cognitive standard postulano strutture portatrici di informazioni (grosso modo, rappresentazioni) e processi trasformativi eseguiti su quelle strutture, dove questi processi hanno la funzione di identificare le informazioni e renderle disponibili al soggetto cognitivo o ad ulteriori operazioni di elaborazione. Così, ad esempio, la teoria classica della visione di David Marr postula una serie di strutture portatrici di informazioni: immagine retinica, prima visone approssimativo, prima visione completa e così via, che si combinano con operazioni che in successione trasformano una struttura in quella successiva. La funzione generale di questi processi è quella di identificare e mettere a disposizione del soggetto informazioni che possano essere utilizzate per assolvere al compito di vedere un oggetto. Allo stesso modo, quando Otto usa il suo taccuino, questo è grosso modo ciò che sembra fare: agisce su strutture portatrici di informazioni al fine di rendere disponibili quelle di cui ha bisogno per assolvere al compito cognitivo di ricordare l’ubicazione del MoMA. Secondo questa versione sufficientemente astratta della teoria computazionale, non sembra esserci grande differenza tra i processi interni eseguiti dal cervello su strutture portatrici di informazioni e i processi esterni eseguiti dall’organismo su strutture che contengono informazioni. Hanno lo stesso profilo computazionale astratto e lo stesso scopo.

Un altro tipo di argomento trae ispirazione dalla tradizione fenomenologica. Wheeler (2005), ad esempio, attinge al lavoro di Heidegger (1927 [1962]) per difendere una versione della teoria della mente estesa. Rowlands (2010), sviluppando alcuni temi impliciti in Husserl e Sartre, difende un modello di intenzionalità intesa come “attività rivelatrice” (revealing activity): un’attività di presentazione (di rivelazione o di svelamento) di un oggetto in quanto oggetto che ricade sotto una data modalità di presentazione. Seppure l’attività attraverso la quale si verifica la suddetta attività di presentazione può essere puramente interna, cioè un’attività neurale o neuro-computazionale, non è affatto necessario che lo sia, e in genere non lo è. Spesso questa attività interna si combina ad azioni compiute dall’organismo nel mondo circostante. Secondo quest’ipotesi, quando Otto usa il suo taccuino, si impegna in un’attività rivelatrice: il MoMA viene scoperto, mostrato o presentato come se fosse ubicato sulla 53° strada. Questa attività rivelatrice comprende sia l’attività che si verifica nel cervello di Otto, sia l’attività più ampia da lui eseguita sul mondo. In quanto attività rivelatrice, dunque, il processo del ricordare avviene in parte all’interno e in parte all’esterno di Otto.

Sia che tragga ispirazione dalla teoria computazionale o da quella fenomenologica, la teoria della mente estesa rivolta al processo fronteggia meglio le obiezioni rispetto alla sua controparte, la teoria della mente estesa rivolta allo stato. Il cosiddetto “rigonfiamento cognitivo” sembra avere meno presa sulla teoria della mente estesa rivolta al processo. Ad esempio, l’atto di ricordare di Otto non si estende in alcun modo al di là delle azioni che egli compie con il suo taccuino. Non c’è motivo di pensare che si estenda a cose come un’enciclopedia o a Internet, che Otto non sta attualmente utilizzando o sfruttando.

Persino l’obiezione dell’intenzionalità originale viene, almeno in parte, aggirata. In questo processo amalgamato, che combina sia le cose che accadono all’interno sia quelle che accadono all’esterno di Otto, si ha intenzionalità originale in abbondanza. Otto deve leggere ciò che scansiona su ogni pagina e il suo modo di vedere avrà un’intenzionalità originale. Dovrà capire ciò che vede e questa comprensione avrà anch’essa un’intenzionalità originale. Pertanto, il processo complessivo non sarà affatto privo di intenzionalità originale (Menary 2006, 2007). Si può tuttavia obiettare che questa intenzionalità originale è limitata a segmenti del processo che si trovano esclusivamente all’interno dei confini biologici di Otto (Adams 2010). Una possibile risposta a questa obiezione potrebbe assumere due forme. Una consiste nell’accettare la tesi e sostenere che non ha importanza. In questo senso, uno potrebbe sottolineare il fatto che sarebbe estremamente implausibile richiedere che ogni parte interna di un processo cognitivo, intesa da un punto di vista neuro-fisiologico o computazionale, debba possedere un’intenzionalità originale. Un’immagine retinica, ad esempio, potrebbe possedere una specie di intenzionalità originale. La rappresentazione visiva in cui questa immagine viene progressivamente trasformata attraverso operazioni costruttive da parte del cervello possiederebbe, probabilmente, un’intenzionalità originaria. Ma le operazioni costruttive non la possiederebbero (Rowlands 2010). L’altra strada consiste nel negare l’obiezione. Ciò richiederebbe dimostrare che almeno alcune delle cose che non si trovano all’interno dell’individuo o sui suoi confini biologici esatti possiedono intenzionalità originale. Rowlands (2006), ad esempio, sostiene che questo è vero di ciò che chiama compiti [doings] o azioni pre-intenzionali [pre-intentional actions]. Il dibattito su questo punto è tutt’ora in corso ed è difficile capire se esista una risposta che riesca a convincere entrambe le parti.

5.4 Il marchio del cognitivo / del mentale

 La terza obiezione alla teoria della mente estesa è anch’essa legata a una mancanza di definitezza: si tratta della confusione tra accoppiamento e costituzione. È difficile sostenere che si tratti di una semplice accusa di confusione. I sostenitori della teoria della mente estesa in generale sono ben consapevoli della distinzione tra accoppiamento causale e costituzione. Nel caso di Otto, ad esempio, Clark e Chalmers sostengono che una sua affermazione dovrebbe essere identificata con una sua credenza – piuttosto che dire che quest’ultima è semplicemente accoppiata alla prima – proprio perché l’affermazione di Otto svolge il ruolo funzionale di credenza. Una forma più plausibile della stessa obiezione potrebbe quindi essere quella secondo cui gli argomenti forniti dai sostenitori della teoria della mente estesa – rivolta allo stato o al processo – non provano ciò che i loro sostenitori credono che provino. Nello specifico, quegli argomenti non provano altro che la tesi secondo cui i processi cognitivi sono accoppiati a processi esterni, ma non sono da essi costituiti. Controbattere sia all’obiezione dell’intenzionalità originale che all’obiezione della differenza tra accoppiamento e costituzione sembra quindi richiedere la capacità di identificare quando un processo è un processo cognitivo e quando non lo è.

Rupert (2009) sostiene che il modo migliore per approcciare questo tema è identificare un sistema cognitivo attraverso un processo di identificazione che dipenda fortemente dal modo in cui le scienze della mente individuano tali sistemi cognitivi. Rupert sostiene che la più plausibile tra le concezioni di sistema cognitivo conta come obiezione alla teoria della mente estesa. Un altro approccio sostiene la necessità di identificare un marchio dei processi cognitivi: un insieme di condizioni necessarie, sufficienti, oppure necessarie e sufficienti affinché un processo possa essere considerato cognitivo. La reazione a quest’ipotesi può essere divisa in tre grandi gruppi. In primo luogo, c’è chi pensa che parlare di marchio dei processi cognitivi e non sia necessario. Così come possiamo studiare biologia senza un marchio dei processi biologici e praticare medicina senza un criterio dei processi medici, possiamo fare scienza cognitiva senza avere un criterio dei processi cognitivi (Allen 2017). In secondo luogo, ci sono coloro che pensano che un criterio dei processi cognitivi sia necessario, che si possa identificare e che conti come obiezione alla teoria della mente estesa (Adams 2010). In terzo luogo, ci sono coloro che pensano che si possa indicare un criterio dei processi cognitivi e che questo invece supporti l’idea della mente estesa (Rowlands 2009, 2010).

 

6. La portata della mente estesa

Nelle sue prime formulazioni l’ambito della teoria della mente estesa era relativamente limitato, essendo intesa, principalmente, come una teoria sulla cognizione. I tipi di struttura esterna o attività coinvolte nello sviluppo dell’idea della mente estesa riflettevano questa attenzione ai processi cognitivi. Questi tipi di struttura sono stati prevalentemente pensati come strutture che trasportano informazioni pertinenti all’assoluzione di compiti cognitivi che un organismo potrebbe trovarsi ad affrontare, organismo il quale, agendo su queste strutture, potrebbe trasformare queste informazioni da informazioni semplicemente presenti in quelle strutture in informazioni disponibili per sé stesso (Rowlands 2010). Di conseguenza, l’espansione nell’ambito della teoria della mente estesa può verificarsi, e si è verificata, lungo due dimensioni (correlate tra loro): (1) espansione della portata dei processi cognitivi ad altri tipi di processi mentali, e (2) espansione nei tipi di struttura esterna coinvolta in questi processi mentali estesi.

Alcuni eminenti sostenitori di stati o processi cognitivi estesi sono scettici riguardo all’idea che la coscienza possa essere estesa, spesso sulla base del fatto che le strutture esterne non possiedono il tipo di larghezza di banda informativa necessaria a supportare l’esperienza cosciente (Clark 2009, Chalmers 2019). Altri sono più ottimisti in merito a questa possibilità e hanno difeso teorie della mente estesa alle esperienze (Rowlands 2010) e ad altri stati di coscienza, come le emozioni (Krueger 2014; Krueger & Szanto 2016; Carter et al. 2016). Di conseguenza, si è verificata in parallelo un’espansione dei tipi di strutture esterne ritenute rilevanti. In particolare, negli ultimi anni si è verificata una pronunciata svolta sociale intorno alla teoria della mente estesa, che ha esplorato i modi in cui le strutture e le istituzioni sociali potrebbero contribuire, in parte, a costituire i processi mentali (De Jaegher et al. 2010, Gallagher 2013, Lyre 2018 e Slors 2019), e l’idea che le nostre facoltà cognitive biologiche di base possano essere trasformate attraverso un processo di inculturazione [enculturation] (Menary 2015) ha contribuito a rimodellare la mente estesa negli ultimi anni. Un esempio importante di questa svolta sociale riguarda lo studio della memoria, in particolare il modo in cui la memoria è spesso transattiva, dato che coinvolge gli sforzi combinati di due o più persone, legate insieme come se fossero un sistema accoppiato (Barnier et al 2008; Sutton 2008, 2010, 2015).

 

7. La mente estesa e la mente 4E

Un altro modo per delineare l’ambito della mente estesa è identificare più precisamente la sua posizione in una serie di combinazioni anti-cartesiane. La mente estesa fornisce una delle “E” in quella che è diventata nota come “cognizione 4E” (4E cognition), o, più in generale e in ossequio all’idea che il suo ambito possa essere più ampio della semplice cognizione, “mente 4E” (Newen, De Bruin e Gallagher 2018). L’etichetta “4E” ha l’obiettivo di veicolare l’idea che almeno alcuni processi mentali sono incorporati, integrati, messi in atto e / o estesi, oppure derivano da una combinazione di questi.

Affermare che i processi mentali sono incorporati [embodied] può avere almeno due significati diversi (Prinz 2009). Da un lato, può significare che i processi mentali dipendono dal possesso e dall’uso di un corpo, anziché soltanto dal cervello (Haugeland 1993, Shapiro 2004). Questa idea può, a sua volta, frammentarsi in punti di vista diversi, a seconda di come si intende l’idea di dipendenza. La tesi della dipendenza può essere intesa come dipendenza causale: (alcuni) processi mentali dipendono in maniera causale (per la loro esistenza, identità, ecc.) dal corpo e dalle sue caratteristiche. D’altra parte, si può intendere la stessa tesi come se rivendicasse l’idea di costituzione: (alcuni dei) processi che avvengono all’interno del corpo, ma al di fuori del cervello, possono parzialmente costituire processi mentali. D’altra parte, ancora, vi è un altro modo di intendere la tesi secondo cui i processi mentali sono incorporati, e in particolare la tesi secondo cui (alcuni) processi mentali dipendono dalle rappresentazioni mentali che si riferiscono al corpo (Prinz 2009). Queste rappresentazioni si presentano in due forme: quelle che influenzano il corpo, come i comandi motori, e quelle che rappresentano o rispondono al corpo, come la percezione di un movimento corporeo. Dunque, secondo questa visione, un processo mentale è incorporato se coinvolge, ad esempio, una rappresentazione situata nella corteccia motoria, nonostante la corteccia motoria sia intracranica.

Alcuni sostenitori della teoria della mente estesa considerano la loro visione come antitetica rispetto alla teoria secondo cui i processi mentali sono incorporati. Ad esempio, Clark (2008a) sostiene che sussiste, come minimo, una tensione tra queste due visioni. La sua versione della teoria della mente estesa si basa su una versione liberale di funzionalismo, secondo la quale stati e processi mentali sono individuati da ruoli funzionali specificati in modo abbastanza astratto in quanto principi generali che collegano percezione, stati e processi mentali, e azione che non specifica, in alcun modo approfondito, la natura dei meccanismi responsabili di questo collegamento. D’altra parte, Clark sostiene che rivendicare che gli stati mentali sono incorporati è una tesi fondata o sul rifiuto del funzionalismo, o su una forma di funzionalismo molto più sciovinista, in quanto, nella specificazione dei ruoli funzionali, specifica almeno alcuni dei dettagli dei loro meccanismi di realizzazione. Altri vedono la teoria della mente estesa e quella della mente incorporata come molto più compatibili o allineate rispetto a questa, addirittura come sfaccettature diverse della stessa teoria (ad esempio, Menary 2007, Rowlands 2010).

Un processo mentale è integrato [embedded] se funziona, o magari è stato progettato per funzionare, in tandem con un’impalcatura ambientale circostante, di modo che senza la presenza di questa impalcatura il processo non riuscirà a fare ciò che dovrebbe fare, sarà meno probabile che ottenga ciò che deve ottenere, farà ciò che deve fare in maniera meno efficiente del previsto, ecc. L’impalcatura esterna trasporta le informazioni pertinenti ad assolvere al compito cognitivo per cui quel processo è stato progettato, e un organismo cognitivo può, elaborando o utilizzando opportunamente la struttura, avvalersi di tali informazioni. La cognizione, da questo punto di vista, risiede ancora nella testa. Ma il risultato evidente è che almeno una parte della difficoltà del compito cognitivo viene scaricata sul mondo. L’elaborazione interna e intra-cranica richiesta non è così sofisticata come avrebbe dovuto essere se non ci fossero impalcature ambientali intorno. Si pensi alla differenza tra fare una lunga divisione a mente o farla con carta e penna (Rumelhart et al. 1986). La notazione esterna è una forma di impalcatura che riduce la complessità dell’elaborazione interna richiesta. Kirsh e Maglio (1994) definiscono “azione epistemica” (epistemic action) questo tipo di azione, azione che cambia la natura del compito cognitivo che deve essere svolto internamente.

La tesi secondo cui alcuni processi mentali sono integrati appartiene, prima facie, a uno spettro di modi anti-cartesiani di concettualizzare la mente. Tuttavia, una caratteristica, forse curiosa, della dialettica recente è che l’idea di integrazione (embedding) è spesso usata per svalutare le tesi della teoria mente estesa. L’idea, qui, è che gli argomenti che dovrebbero provare che i processi mentali sono estesi in realtà mostrano solo che tali processi sono integrati (Adams & Aizawa 2008, Rupert 2004). Questa obiezione è una versione dell’obiezione della distinzione accoppiamento-costituzione delineata nella sezione 5.2.

Un processo mentale è messo in atto [enacted] se coinvolge, o è costituito da, un accoppiamento dinamico e interattivo tra processi che avvengono all’interno dei confini biologici di un individuo o del suo cranio e processi esterni. L’enattivismo appare in una varietà di forme. Tuttavia, è plausibile supporre che la mente estesa rivolta al processo coincida almeno con alcune di queste. Nello spiegare la natura dell’esperienza cosciente, ad esempio, molte forme di enattivismo si appellano alla capacità dell’organismo esperiente di agire nel mondo circostante. Tali capacità, forse, non è necessario che siano estese. Ma alcune versioni di enattivismo fanno appello anche all’esercizio di queste capacità. Un modo enattivista comune di spiegare il senso di presenza fenomenica – ovvero la sensazione di avere di fronte un mondo strutturato in maniera ricca e dettagliata – non fa appello a una struttura rappresentazionale che replichi gli stessi dettagli. Se le rappresentazioni sono coinvolte, ci danno solo un’idea approssimativa della situazione visiva. Il senso di ricchezza e di dettagli viene dall’organismo esperiente che si avvale della ricchezza e dei dettagli del mondo stesso (O’ Regan & Noë 2001, Noë [ed.] 2002, Noë 2004). Agendo in un mondo ricco e dettagliato, quindi, l’organismo trae ricchezza e dettagli e li proietta nella sua esperienza. L’esperienza dell’organismo della ricchezza e dei dettagli del mondo è realizzata non attraverso una rappresentazione bensì attraverso una sequenza di interazioni dinamiche e accoppiate con la scena esterna stessa.

L’enattivismo si presenta in una varietà di forme (Chemero 2009; Hutto & Myin 2012, 2017; Noë 2004). Tuttavia, un’enfasi sulle interazioni dinamiche e strettamente accoppiate tra organismi attraversa tutte le versioni di enattivismo e trova chiari echi almeno nella versione della teoria della mente estesa rivolta al processo. Quindi, sebbene esistano forse differenze di enfasi, è probabile che alcune versioni di enattivismo coincidano con alcune versioni della teoria della mente estesa.

 

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Strumenti accademici

Altre risorse in Internet

Lau, Joe and Max Deutsch, “Externalism About Mental Content”, Stanford Encyclopedia of Philosophy (Fall 2020 Edition), Edward N. Zalta (ed.), URL = <https://plato.stanford.edu/archives/fall2020/entries/content-externalism/>. [This was the previous entry on this topic in the Stanford Encyclopedia of Philosophy — see the version history.

Voci correlate

externalism: and self-knowledge | functionalism | mental causation | mental content: narrow | physicalism

 

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