Fisicalismo

Traduzione di Mattia Corsini, Laura Da re, Giacomo Penna. 

Revisione di Marta Delmastro e Andera Pace Giannotta. 

Versione Inverno 2020. 

The following is the translation of Daniel Stoljar’s entry on “Physicalism” in the Stanford Encyclopedia of Philosophy. The translation follows the version of the entry in the SEP’s archives at https://plato.stanford.edu/archives/win2020/entries/physicalism/ . This translated version may differ from the current version of the entry, which may have been updated since the time of this translation. The current version is located at https://plato.stanford.edu/entries/physicalism/ . We’d like to thank the Editors of the Stanford Encyclopedia of Philosophy for granting permission to translate and to publish this entry on the web.

Il fisicalismo è la tesi secondo cui tutto ciò che esiste è fisico o, come affermato talvolta da alcuni filosofi contemporanei, tutto ciò che esiste sopravviene sul fisico. Solitamente, questa tesi è intesa in senso metafisico, allo stesso modo in cui lo è la tesi attribuita all’antico filosofo greco Talete, secondo cui tutto ciò che esiste è acqua, o la tesi idealista del filosofo del XVIII secolo Berkeley, secondo cui tutto è mentale. L’idea generale del fisicalismo è che la natura del mondo attuale (ossia, l’universo e tutto ciò che si colloca al suo interno) soddisfa una certa condizione: la condizione di essere fisico. Ovviamente, i fisicalisti non negano che vi siano entità nel mondo che, di primo acchito, non sembrano essere fisiche – entità di natura biologica, psicologica, morale o sociale. Ma essi affermano che, in ultima istanza, tali entità sono fisiche oppure sopravvengono sul fisico.

 


1. Terminologia

Il fisicalismo è talvolta noto come “materialismo”. In effetti, in un certo uso contemporaneo, i termini “fisicalismo” e “materialismo” sono interscambiabili. Ma le due parole hanno origini molto diverse. Mentre il termine “materialismo” è molto antico, il termine “fisicalismo” è stato introdotto in filosofia solo negli anni Trenta da Otto Neurath (1931) e da Rudolf Carnap (1959/1932). Entrambi i filosofi erano tra i membri principali del Circolo di Vienna: un gruppo di filosofi, scienziati e matematici attivi a Vienna prima della Seconda Guerra Mondiale. Non è chiaro se Neurath e Carnap intendessero il fisicalismo allo stesso modo, ma una tesi spesso attribuita ad essi (ad esempio, in Hempel 1949) è la tesi linguistica secondo cui ogni enunciato ha un significato equivalente a quello di un enunciato fisico (ossia, ne è sinonimico). Tuttavia, il materialismo, nella sua formulazione tradizionale, non è affatto una tesi linguistica. Piuttosto, esso è una tesi metafisica, nel senso che ci dice qualcosa riguardo la natura del mondo. Almeno per i positivisti, quindi, vi era un motivo chiaro per cui distinguere tra fisicalismo (una tesi linguistica) e materialismo (una tesi metafisica). Inoltre, questa motivazione era rafforzata dalla dottrina ufficiale del positivismo secondo cui la metafisica è priva di senso. A partire dagli anni Trenta, però, la filosofia positivista che ha supportato questa distinzione è stata perlopiù rifiutata – ad esempio, per i filosofi contemporanei il fisicalismo non è una tesi linguistica – e questo è un motivo per cui i termini “materialismo” e “fisicalismo” sono oggi spesso interpretati come interscambiabili.

Alcuni filosofi sostengono che “fisicalismo” va distinto da “materialismo” per un motivo diverso da quello enfatizzato da Neurath e Carnap. Come suggerisce il nome, i materialisti hanno sostenuto tradizionalmente che tutto ciò che esiste è materiale – dove la materia veniva concepita come “una sostanza inerte, insensata, in cui estensione, figura e movimento sussistono attualmente” (Berkeley, Principles of Human Knowledge, paragrafo 9). Ma la fisica stessa ha mostrato che non tutto è materia in questo senso. Ad esempio, forze come la gravità sono fisiche ma non è chiaro se esse vadano considerate come “materiali”, nel senso tradizionale (Lange 1865, Dijksterhuis 1961, Yolton 1983). Per questo motivo, si può essere tentati di utilizzare “fisicalismo” per prendere le distanze da quella che sembra essere una concezione storicamente importante ma non più scientificamente rilevante (quella materialistica), oltre che per enfatizzare la relazione tra la tesi che si vuole sostenere, la fisica e le scienze fisiche in generale. Tuttavia, nonostante, tra le varie dottrine metafisiche, il fisicalismo sia insolitamente associato con un impegno nei confronti delle scienze e di una particolare branca delle scienze, ossia la fisica, non è chiaro se questa sia una buona motivazione per chiamarlo “fisicalismo” piuttosto che “materialismo”. Infatti, molti fisicalisti contemporanei utilizzano di fatto la parola “materialismo” per descrivere la propria dottrina (ad es. Smart 1963). Inoltre, mentre “fisicalismo” è, ovviamente, legato al termine “fisica”, esso è anche legato all’espressione “oggetto fisico”, che a sua volta è strettamente connesso a “oggetto materiale” e, quindi, a “materia”.

In questa voce, utilizzerò entrambi i termini in modo interscambiabile, nonostante preferirò comunque utilizzare il termine “fisicalismo” per riferirmi alla tesi che discuterò. È importante notare, comunque, che il fisicalismo (ossia il materialismo) è associato ad un insieme di altre dottrine metafisiche e metodologiche. Vedremo alcune di esse nella sezione Fisicalismo e l’immagine fisicalista del mondo.

 

2. Inquadramento della discussione

Nell’affrontare il tema del fisicalismo, possiamo distinguere tra quelle che chiamerò questione dell’interpretazione e questione della verità. La questione dell’interpretazione consiste nel chiedersi:

  • Cosa significa che tutto è fisico?

La questione della verità consiste nel chiedersi:

  • È vero che tutto è fisico?

Ovviamente, vi è un senso per cui la seconda questione presuppone una risposta alla prima – bisogna sapere che cosa significhi un’asserzione prima di potersi interrogare sulla sua verità o falsità. Infatti, ci occuperemo innanzitutto della questione dell’interpretazione. Ciononostante, le questioni a questo punto diventano piuttosto tecniche, e coloro che si accostano al tema per la prima volta potrebbero voler leggere solo la prima sezione della nostra discussione della questione dell’interpretazione – Fisicalismo della sopravvenienza: parte introduttiva – per poi rivolgersi direttamente alla questione della verità – che comincia con Gli argomenti contro il fisicalismo I: qualia e coscienza

A sua volta, la questione dell’interpretazione  si divide in due sotto-questioni, che chiamerò questione della completezza e questione della condizione. La questione della completezza consiste nel chiedersi:

  • Che cosa significa che tutto è fisico?

In altre parole, la questione della completezza “fissa” il problema di cosa significhi per qualcosa soddisfare la condizione dell’essere fisico, per chiedersi piuttosto che cosa voglia dire che tutto ciò che esiste soddisfa questa condizione. Si noti come una questione simile possa essere posta riguardo la concezione di Talete: assumendo che noi sappiamo cosa voglia dire che qualcosa soddisfi la condizione di essere acqua, cosa vuol dire che tutto ciò che esiste soddisfa tale condizione?

La questione della condizione consiste nel chiedersi:

  • Cosa vuol dire che tutto è fisico?

In altre parole, la questione della condizione tiene fisso il problema di cosa voglia dire che tutto soddisfi una certa condizione, chiedendosi piuttosto cosa sia la condizione – essere fisico – che è soddisfatta da ogni cosa. Si noti nuovamente come una questione simile si potrebbe porre riguardo la concezione di Talete: assumendo di sapere cosa significhi che tutto soddisfi una certa condizione, che cos’è la condizione – essere acqua – che secondo Talete è soddisfatta da tutto ciò che esiste? Nel discutere la questione dell’interpretazione, mi occuperò innanzitutto della questione della completezza e poi considererò la questione della condizione.

 

3. Fisicalismo della sopravvenienza: introduzione

Una risposta alla questione della completezza, proposta inizialmente da Davidson 1970, guarda alla nozione di sopravvenienza (questa nozione è storicamente associata alla meta-etica, ma è stata discussa ampiamente in metafisica e logica. Per una rassegna, si veda sopravvenienza). Come vedremo, la risposta alla questione della completezza in termini di sopravvenienza non è più così popolare, ma rimane comunque una risposta attraente e possiamo fare molta strada concentrandoci su di essa.

L’idea di sopravvenienza può essere introdotta ricorrendo all’esempio di una immagine costituita da una matrice di punti:

Un’immagine formata da una matrice di punti ha proprietà globali – è simmetrica, è disordinata e quant’altro – e tuttavia tutto ciò che c’è nell’immagine sono punti e non-punti in ogni spazio della matrice. Le proprietà globali non sono altro che schemi nei punti. Essi sopravvengono: due immagini non possono differire nelle loro proprietà globali senza differire, in qualche rispetto, nel fatto che ci sia o meno un punto (1986, pagina 14).

L’esempio di Lewis ci offre un modo di introdurre l’idea di base del fisicalismo. L’idea è che le caratteristiche fisiche del mondo sono come i punti nell’immagine e che le caratteristiche psicologiche, biologiche o sociali sono come le caratteristiche globali dell’immagine. Così come le caratteristiche globali dell’immagine non sono nient’altro che [patterns] di punti, le caratteristiche psicologiche, biologiche e sociali del mondo non sono nient’altro che combinazioni delle caratteristiche fisiche del mondo. Utilizzando il linguaggio della sopravvenienza: se il fisicalismo è vero, così come le caratteristiche globali dell’immagine sopravvengono sui punti, allora tutto ciò che esiste sopravviene sul fisico.

Sarebbe preferibile avere una definizione più esplicita del fisicalismo, e anche in questo caso l’esempio di Lewis ci indica una direzione. Lewis afferma che “due immagini non possono essere identiche nel modo in cui sono disposti i punti, senza essere diverse nelle loro proprietà globali. Allo stesso modo, si potrebbe dire che, nel caso del fisicalismo, non possono darsi due mondi possibili che siano identici riguardo le proprietà fisiche ma che differiscano riguardo le proprietà mentali, sociali o biologiche. Per dirla in un modo leggermente diverso, potremmo dire che se il fisicalismo è vero nel nostro mondo, allora nessun altro mondo può essere fisicamente identico al nostro senza essere identico in ogni altro aspetto. Ciò ci suggerisce la seguente definizione di fisicalismo:

  1. Il fisicalismo è vero in un mondo possibile w se e solo se ogni mondo che è un duplicato fisico di w è un duplicato di w simpliciter.

Se concepiamo il fisicalismo secondo quanto indicato in (1), allora abbiamo una risposta alla questione della completezza. La questione della completezza consiste nel chiedersi: che cosa vuol dire affermare che tutto ciò che esiste è fisico? Secondo (1), ciò vuol dire che, se il fisicalismo è vero, non c’è alcun mondo possibile che sia identico al mondo attuale in ogni suo aspetto fisico ma che non sia identico ad esso dal punto di vista biologico, sociale o psicologico. È utile avere un nome per il fisicalismo inteso in questo senso: lo chiameremo fisicalismo della sopravvenienza.

 

4. Fisicalismo della sopravvenienza: ulteriori questioni

Il fisicalismo della sopravvenienza è una posizione relativamente chiara e semplice, ma quando è concepito come una formulazione del fisicalismo, esso si scontra con quattro problemi (c’è anche un quinto problema che discuteremo in seguito, ossia se la sopravvenienza è sufficiente per il fisicalismo). I quattro problemi sono: (a) il problema dell’unica molecola di ammonio; (b) il problema dello statuto modale; (c) il problema dell’ectoplasma fenomenico; e (d) il problema dei bloccanti. Come vedremo, mentre ad alcuni di questi problemi è possibile dare una risposta in modo relativamente semplice, altri sono più difficili da affrontare.

4.1 Il problema dell’unica molecola di ammonio

(Cfr. Kim 1993) Si immagini un mondo possibile W* che è fisicamente identico al nostro mondo tranne che per un aspetto banale: ha una molecola in più di ammonio situata, ad esempio, negli anelli di Saturno. È naturale supporre che in W*, la distribuzione delle proprietà mentali è esattamente la stessa del mondo attuale – la presenza di una molecola in più non fa una grande differenza. D’altro canto, stando a ciò che è affermato da (1), un mondo del genere potrebbe essere radicalmente differente in relazione alla distribuzione delle proprietà mentali. Dato che (1) si riferisce a mondi che sono il duplicato esatto minimale del nostro mondo, esso non dice nulla riguardo mondi che sono diversi anche nei minimi dettagli, e di conseguenza non dice nulla su W*. Esso lascia quindi aperta la possibilità che, in W*, tutto abbia proprietà mentali, o che niente le abbia, o che l’unica cosa che abbia proprietà mentali siano gli anelli di Saturno! Ma ciò sembra essere assurdo: anche se W* chiaramente non è un duplicato fisico del nostro mondo, dato che esso contiene una molecola in più, la distribuzione delle proprietà mentali in W* sarebbe comunque identica a quella del nostro mondo.

Vi sono diverse riposte a questo problema in letteratura (cfr. Kim 1993). Probabilmente la risposta più semplice è che il problema confonde due questioni che sarebbe meglio tenere distinte: che cosa il fisicalismo ci dice riguardo W*, e che cosa sappiamo in generale riguardo W*. È vero che il fisicalismo di per sé non ci dice nulla riguardo la distribuzione delle proprietà mentali in W*. Ciononostante, noi sappiamo in modo indipendente quale sia la distribuzione – sappiamo che la presenza o assenza di molecole su Saturno non ha alcuna influenza su questioni come quella riguardante le entità che posseggono proprietà mentali sulla Terra. Ma perché si dovrebbe supporre che quest’ultima conoscenza sia una conseguenza del fisicalismo? Per mettere la questione in termini leggermente differenti, immaginiamo di scoprire che il fatto che qualcuno ha proprietà mentali sulla Terra sia in parte dipendente dal comportamento delle molecole su Saturno. Ovviamente, ciò vorrebbe dire che le nostre assunzioni sul funzionamento del mondo sono profondamente sbagliate. Ma non vorrebbe dire che il fisicalismo sia sbagliato (per ulteriori discussioni su questo punto, vedi Paull e Sider 1992 e Stalnaker 1996).

4.2 Il problema dello status modale

Alcuni filosofi (ad esempio, Davidson 1970) hanno sostenuto che, se il fisicalismo è vero, lo è in modo concettuale o necessario. Ma la maggior parte lo ha concepito come una verità contingente, che riguarda il nostro mondo ma che potrebbe essere altrimenti. La formulazione del fisicalismo in (1) mostra un modo in cui potrebbe darsi ciò. (1) ci dice che il fisicalismo è vero in un mondo nel caso in cui il mondo in questione si conforma a certe condizioni. Ma lascia aperta la questione se il mondo attuale si conforma di fatto a queste condizioni. Può darsi che non sia vero che nel nostro mondo un duplicato fisico sarebbe un duplicato psicologico. Se fosse così, il fisicalismo non sarebbe vero nel nostro mondo.

Ma per alcuni è strano che il fisicalismo sia affermato utilizzando nozioni modali (ossia, nozioni come “mondo possibile”) e ciò nonostante sia contingente. Per rendersi conto del problema, si noti che, innanzitutto, il fisicalismo della sopravvenienza ci dice che le verità fisiche del mondo implicano tutte le verità; quindi

(2) Le verità fisiche implicano tutte le verità.

Adesso, si supponga che S sia un’affermazione che specifica la natura fisica del mondo attuale e che S* sia un’affermazione che specifica la natura totale del mondo (potrebbe darsi che né S né S* siano esprimibili in linguaggi che noi possiamo comprendere, ma lasciamo questo punto da parte). Se il fisicalismo della sopravvenienza è vero, allora sarà vero che:

(3) S implica S*

D’altro canto, chiaramente (3) è una verità necessaria. Tuttavia, se (3) è una verità necessaria, come può il fisicalismo essere contingente? Dopo tutto, (3) sembra essere equivalente al fisicalismo. Ma se i due sono equivalenti, come può uno essere necessario e l’altro contingente?

Ma la risposta a questo problema è semplice. (3) è necessario, ma non equivale al fisicalismo. Piuttosto, (3) è una conseguenza del fisicalismo se si aggiungono alcune altre assunzioni contingenti, in particolare quelle secondo cui S e S* sono le affermazioni che noi affermiamo che sono – è un fatto contingente, ad esempio, che S* riassume la natura del mondo nella sua globalità. D’altro canto, (2) è equivalente al fisicalismo ma non è necessario (è importante tenere a mente qui che non tutte le affermazioni di implicazione sono necessarie. Si consideri l’affermazione “l’asserzione favorita da mia zia implica quella preferita da mio zio”: questa affermazione è contingente sebbene sia naturalmente considerata un’implicazione)

4.3 Il problema dell’ectoplasma fenomenico

(Cfr. Horgan 1983, Lewis 1983.) Immaginiamo un mondo possibile W che è esattamente come il nostro mondo relativamente alla distribuzione delle proprietà fisiche e mentali, ma con una sola differenza: esso contiene una qualche esperienza pura che non interagisce casualmente con nient’altro nel mondo – possiamo chiamarla ectoplasma epifenomenico. Il problema che questa possibilità presenta per (1) è che: se (1) fornisce la corretta definizione di fisicalismo, e se il fisicalismo è vero nel mondo reale, allora non ci sono mondi possibili del tipo appena descritto, ovvero W non esiste. Il motivo è che W è per ipotesi un duplicato fisico del nostro mondo ma, se il fisicalismo è vero nel nostro mondo, W dovrebbe essere un duplicato simpliciter. Ma W chiaramente non è un duplicato del nostro mondo: esso contiene un ectoplasma epifenomenico di cui il nostro mondo è mancante. D’altra parte, sembra scorretto dire che W è un’impossibilità – in ogni caso, il fisicalismo non dovrebbe implicarne l’impossibilità.

Al fine di risolvere il problema dell’ectoplasma epifenomenico abbiamo bisogno di correggere (1) in modo tale che la verità del fisicalismo non escluda W come possibilità. Tra le diverse proposte su come affrontare questo problema, una molto influente è quella di Frank Jackson (cfr. Jackson 1993. Per alcune proposte precedenti e ulteriori discussioni si vedano Horgan 1983 e Lewis 1983). Jackson propone di sostituire (1) con:

(4) Il fisicalismo è vero in un mondo possibile w se e solo se ogni mondo che è un duplicato fisico minimale di w è un duplicato di w simpliciter.

Con “duplicato fisico minimale” Jackson intende un mondo possibile che è identico in tutti gli aspetti fisici al mondo attuale ma che non contiene nient’altro; in particolare, esso non contiene alcun ectoplasma epifenomenico. A differenza di (1), (4) non comporta che il fisicalismo escluda W, ed è quindi preferibile a (1) come definizione di fisicalismo.

Una proposta differente si deve a David Chalmers (1996). Egli propone di sostituire (1) con:

(5) Il fisicalismo è vero in un mondo possibile w se e solo se ogni mondo che è un duplicato fisico di w è un duplicato positivo di w.

Con “duplicato positivo” Chalmers intende un mondo possibile che istanzia tutte le proprietà positive del mondo reale, dove a sua volta una proprietà positiva è definita come “una proprietà che se è istanziata in un mondo W, è anche istanziata dall’individuo corrispondente in tutti i mondi che contengono W come una parte propria” (1996, p.40). A differenza di (1), e come (4), (5) non comporta che il fisicalismo escluda W, e quindi (5) è preferibile a (1) come definizione di fisicalismo.

4.4 Il problema dei bloccanti

(Cfr. Hawthorne 2002, Leuenberger 2008) Si immagini un mondo possibile simile al nostro relativamente alla distribuzione delle proprietà mentali e fisiche, tranne che per questa differenza: la relazione tra fatti fisici e fatti mentali è più debole rispetto alla relazione di sopravvenienza. In questo mondo i fatti mentali sono implicati da quelli fisici finché non intervengono fatti che bloccano tale implicazione, chiamati bloccanti. Per esempio, essere nella condizione fisica generale P richiederà di provare dolore solo fino a quando non verrà istanziata alcuna ulteriore proprietà B: se si è sia in P che in B allora non si prova dolore, ma se si è in P e non in B allora si proverà dolore.

Il problema che questa possibilità solleva per le definizioni del fisicalismo in termini di sopravvenienza è il seguente: supponiamo che la relazione tra il mentale e il fisico che sussiste in un mondo W sia di debole necessità come appena definito; ovvero, supponiamo che, in W, il mentale è reso necessario dal fisico solo se determinati bloccanti sono assenti. Intuitivamente sembrerebbe che il fisicalismo sia falso in W. Al contrario, se il fisicalismo fosse definito nel modo suggerito da Jackson allora risulterebbe vero. Dopotutto, la definizione di Jackson applicata a W afferma che il fisicalismo è vero in W solo nel caso in cui ogni duplicato fisico minimo di W è un duplicato simpliciter, e ciò sembra essere conforme a come abbiamo immaginato W. In conclusione, se i bloccanti sono possibili, allora il fisicalismo è falso a W, anche se non dovrebbe esserlo secondo la definizione di Jackson.

Esistono diverse risposte al problema dei bloccanti. Una possibile risposta è resistere all’intuizione secondo cui, nelle circostanze descritte, il fisicalismo è falso in W, anche se adottiamo la definizione di Jackson. Una risposta differente consiste nell’adottare una formulazione di fisicalismo più debole rispetto al fisicalismo della sopravvenienza (questa strategia è perseguita in Leuenberger 2008). Una terza risposta consiste nell’affermare che il problema dei bloccanti conduce a rilevare una differenza tra due modi in cui i fisicalisti hanno cercato di rispondere al problema dell’ectoplasma epifenomenico. In particolare, se si adotta (5) piuttosto che (4) come risposta al problema dell’ectoplasma epifenomenico, essa avrebbe il vantaggio di non dover affrontare anche il problema dei bloccanti. Questo poiché, se la relazione del mentale con il fisico che si ottiene in W è di necessità debole, allora non solo il fisicalismo è falso ma è anche falso che ogni mondo che è un duplicato fisico di W è un duplicato positivo di W (in alcuni duplicati fisici, per esempio, non ci saranno proprietà psicologiche). Tuttavia, nessuna di queste risposte è interamente corretta. Quale sia il trattamento appropriato del problema dei bloccanti (e il problema dell’ectoplasma epifenomenico, di cui il problema dei bloccanti è uno sviluppo) è una questione aperta nella letteratura (per semplicità, continuerò con (1), piuttosto che con (4) o (5); nulla di quanto segue dipenderà da questa scelta).

 

5. Fisicalismo della sopravvenienza come fisicalismo minimo

Sebbene il fisicalismo sia inteso come un’affermazione molto generale sulla natura del mondo, esso è discusso perlopiù in filosofia della mente. Il motivo risiede nel fatto che in filosofia della mente si trovano le argomentazioni più convincenti che ne sostengono la falsità. Infatti, come vedremo più avanti, gli argomenti sui qualia e sulla coscienza sono solitamente formulati come argomenti che dimostrano la falsità del fisicalismo.

Anche se la questione del fisicalismo è centrale per la filosofia della mente, è importante essere al contempo consapevoli del fatto che il fisicalismo della sopravvenienza è neutrale riguardo molte delle questioni di cui si occupa la filosofa della mente (ed altre discipline). Se si legge la letteratura sulla filosofia della mente, si trovano spesso discussioni relative a una serie di questioni diverse: se esistono stati mentali; che tipo di stati mentali sono; fino a che punto gli stati mentali sono determinati dall’ambiente. Data la molteplicità degli stati mentali, è molto probabile che la posizione corretta sia una sorta di combinazione di queste posizioni. Ma queste sono questioni oggetto di indagini ulteriori che non sono rilevanti per il fisicalismo. Quindi, il fisicalismo di per sé lascia senza risposta molte questioni dibattute in filosofia della mente.

Questo punto è talvolta espresso affermando che il fisicalismo della sopravvenienza è un fisicalismo minimo (Lewis 1983), ovvero che esso intende catturare l’impegno minimo e il nucleo del fisicalismo. I sostenitori del fisicalismo possono differire l’uno dall’altro sotto diversi aspetti, ma tutti devono almeno sostenere il fisicalismo della sopravvenienza (si noti che l’idea secondo cui (1) cattura l’impegno minimo del fisicalismo è distinta da quella di duplicato fisico minimo che Jackson usa nel suo tentativo di definire il fisicalismo minimo).

Due questioni richiedono ulteriori commenti. In primo luogo, in alcune discussioni di filosofia della mente il termine “fisicalismo” è usato per riferirsi alla teoria dell’identità, ovvero l’idea secondo la quale gli stati o le proprietà mentali sono stati o proprietà neurali (Block 1980). In questo uso del termine, si può rifiutare il fisicalismo rifiutando la teoria dell’identità (adottando questo criterio, un comportamentista o un funzionalista in filosofia della mente non andrebbe considerato come un fisicalista). Ovviamente, si tratta di un uso del termine molto più ristretto di quello che viene impiegato qui.

In secondo luogo, si potrebbe pensare che il fisicalismo della sopravvenienza sia incompatibile con l’eliminativismo, ossia la tesi secondo cui gli stati psicologici non esistono, per il seguente motivo: supponiamo che gli stati psicologici sopravvengano sugli stati fisici. Non vuol dire questo che, contro l’eliminativismo, alcuni stati mentali devono esistere? La risposta è “no”. Si consideri questo: il telefono sulla mia scrivania non ha stati psicologici di sorta. Tuttavia, è comunque corretto affermare (anche se, in effetti, è un po’ strano) che un telefono che è identico al mio telefono riguardo tutti gli aspetti fisici sarà identico ad esso riguardo tutti gli aspetti psicologici. In tal senso, quindi, una cosa può essere psicologicamente identica ad un’altra anche quando nessuna delle due possiede stati psicologici.

 

6. Fisicalismo dei tipi e fisicalismo delle occorrenze

In che misura il fisicalismo della sopravvenienza cattura il fisicalismo minimo, ossia il nucleo condiviso da tutti i fisicalisti? Per rispondere a questa domanda vale la pena confrontare e contrapporre il fisicalismo della sopravvenienza con due definizioni alternative di fisicalismo che si trovano in letteratura: il fisicalismo delle occorrenze ed il fisicalismo dei tipi.

Il fisicalismo delle occorrenze è la concezione secondo cui ogni cosa nel mondo è un particolare fisico. Ecco una formulazione di questa idea:

Fisicalismo delle occorrenze:

Per ogni particolare attuale (oggetto, evento o processo) x, esiste un particolare fisico y tale che x=y.

Il fisicalismo della sopravvenienza non implica, né è implicato, dal fisicalismo delle occorrenze. Per vedere che quest’ultimo non implica il fisicalismo della sopravvenienza, è sufficiente notare che il primo è coerente con una versione di dualismo, vale a dire il dualismo delle proprietà. Il semplice fatto che ogni particolare abbia una proprietà fisica non esclude la possibilità che alcuni particolari abbiano anche proprietà mentali non sopravvenienti, cioè proprietà mentali che sono solo legate in modo contingente al fisico. Tuttavia, il fisicalismo della sopravvenienza esclude questa possibilità. Dato che il fisicalismo delle occorrenze non esclude il dualismo delle proprietà, mentre il fisicalismo della sopravvenienza si, si può concludere che il primo non implica il secondo.

Per vedere che il fisicalismo della sopravvenienza non implica il fisicalismo delle occorrenze, si consideri la “Corte d’Appello degli Stati Uniti per il Settimo Circuito”, che potrebbe essere considerata come un oggetto sociale o legale. Ma allora, secondo il fisicalismo delle occorrenze, dovrebbe esserci qualche oggetto fisico a cui essa deve essere identica. Ma potrebbe non esserci alcun oggetto fisico (in qualsiasi senso naturale del termine) che è identico alla Corte d’Appello degli Stati Uniti per il Settimo Circuito. D’altra parte, il fisicalismo della sopravvenienza non impone tale requisito, e quindi non implica il fisicalismo delle occorrenze (per la presentazione classica di questo punto, vedi Haugeland 1983).

Il fatto che il fisicalismo della sopravvenienza è logicamente distinto dal fisicalismo delle occorrenze è molto importante. Esso mostra che, dato che il fisicalismo delle occorrenze è compatibile con il dualismo delle proprietà, esso non cattura la definizione di fisicalismo minimo, e quindi la distinzione tra fisicalismo delle occorrenze e fisicalismo della sopravvenienza non costituisce un’obiezione per il secondo. Ma la differenza tra le due tesi induce anche a sollevare una questione diversa: dato che il fisicalismo delle occorrenze non cattura il nucleo minimale del fisicalismo, perché è stato oggetto di questa discussione? Una motivazione riguarda la sua capacità di fornire una versione dell’idea secondo cui le affermazioni scientifiche di livello superiore richiedono meccanismi fisici. Il fisicalismo della sopravvenienza, al contrario, di per sé non lo garantisce (per la presentazione classica di questo punto vedi Fodor 1974; vedi anche Papineau 1996. Per una visione diversa sul fisicalismo delle occorrenze vedi Latham 2001).

Dopo aver considerato il fisicalismo delle occorrenze, possiamo ora passare al fisicalismo dei tipi. Esso è una generalizzazione ed estensione della teoria dell’identità, che abbiamo considerato sopra. Esso sostiene che ogni proprietà (o almeno ogni proprietà che è o potrebbe essere istanziata nel mondo attuale) è identica a qualche proprietà fisica. Ecco una definizione di questo tipo di idea:

Fisicalismo dei tipi:

per ogni proprietà mentale F attualmente istanziata, esiste una proprietà fisica G tale che F=G.

A differenza del fisicalismo delle occorrenze, il fisicalismo dei tipi comporta sicuramente il fisicalismo della sopravvenienza: se ogni proprietà istanziata nel mondo reale è identica a qualche proprietà fisica, allora un mondo identico al nostro mondo dal punto di vista fisico sarà ovviamente identico ad esso sotto tutti gli aspetti.

Tuttavia, non vale l’implicazione inversa. Il fisicalismo della sopravvenienza, come lo abbiamo qui definito, è coerente con la possibilità (se non l’attualità) di una “disincarnazione”. Ma il fisicalismo dei tipi per come è stato definito qui è incompatibile con questa possibilità, almeno se ci concentriamo sulle proprietà mentali realmente istanziate. In questa misura, il fisicalismo della sopravvenienza non implica il fisicalismo dei tipi.

Prima abbiamo notato che filosofi come Davidson hanno pensato al fisicalismo come verità necessaria. Anche accettando questa assunzione, tuttavia, non è del tutto ovvio che il fisicalismo della sopravvenienza implichi il fisicalismo dei tipi. La ragione di ciò ha a che fare con le questioni riguardanti la chiusura logica (o booleana) dell’insieme delle proprietà fisiche: se P, Q e R sono proprietà fisiche, quali delle varie permutazioni logiche di P, Q e R sono proprietà fisiche? In base ad alcune assunzioni riguardanti la chiusura e sopravvenienza, il fisicalismo della sopravvenienza (concepito come una verità necessaria) implica il fisicalismo dei tipi. Sulla base di altri assunti no. Ma il problema è che le assunzioni stesse sono difficili da interpretare e valutare, rendendo difficile la questione. Non è necessario per i nostri scopi risolvere in questa sede la questione relativa alla chiusura logica. (Per ulteriori discussioni su questi temi vedi Kim 1993, Bacon 1990, Van Cleve 1990, Stalnaker 1996.)

 

7. Fisicalismo riduzionista e non-riduzionista

Prima dello sviluppo della nozione di sopravvenienza, il fisicalismo era spesso espresso come una tesi riduzionista. Sarà quindi utile contrapporre la formulazione del fisicalismo in termini di sopravvenienza a diverse proposte riduzioniste, oltre che prendere in considerazione una questione che ha ricevuto molta attenzione in letteratura, ovvero se un fisicalista debba anche essere un riduzionista.

Il problema principale nel valutare il legame tra fisicalismo e riduzionismo è dato dal fatto che esistono molte forme di riduzionismo tra loro non equivalenti.

Una variante è legata alla nozione di analisi concettuale o riduttiva. Quando i filosofi tentano di fornire un’analisi di qualche concetto o nozione, di solito cercano di fornire un’analisi riduttiva della nozione in questione, ossia, di analizzarla in altri termini. Applicata alla filosofia della mente, si potrebbe pensare che questa nozione implichi l’idea che ogni concetto o predicato mentale sia analizzato in termini di concetto o predicato fisico. Una formulazione di questa idea è (6):

(6) Il riduzionismo è vero se e solo se per ogni predicato mentale F, esiste un predicato fisico G tale che una proposizione della forma “x è F se e solo se è G” è analiticamente vera.

Mentre in letteratura si trova occasionalmente l’idea secondo cui i fisicalisti si impegnano a sostenere (6), di fatto nessun fisicalista fin da prima di Smart (1959) ha sostenuto (incondizionatamente) qualcosa di simile a (6). Adattando Ryle (1949), Smart ha supposto che, oltre alle espressioni fisiche vi è una classe di espressioni che sono neutrali riguardo il proprio argomento, vale a dire espressioni che non sono né mentali né fisiche ma che congiunte con qualsiasi teoria ne incrementerebbero notevolmente il potere espressivo. Smart ha suggerito di analizzare le espressioni mentali in termini neutri (ma non fisici), il che in effetti significa che un fisicalista potrebbe rifiutare (6). È giusto precisare che questa mossa costituisce una delle innovazioni principali della filosofia della mente ed è stata approvata e sviluppata in larga misura, in seguito, da funzionalisti e scienziati cognitivi.

Una diversa nozione di riduzione deriva dai tentativi compiuti da filosofi della scienza di spiegare la riduzione inter-teorica. La formulazione classica di questa nozione si deve a Ernest Nagel (1961). Nagel affermò che una teoria può essere ridotta ad un’altra se si può derivare logicamente la prima dalla seconda assieme a quelle che lui chiamava leggi ponte. Esse sono leggi che collegano i predicati della teoria ridotta (la teoria da ridurre) con i predicati della teoria riducente (la teoria a cui si sta riducendo). Ecco una formulazione di questa idea, in cui le teorie in questione sono la psicologia e le neuroscienze:

(7) Il riduzionismo è vero se e solo se per ogni predicato mentale F esiste un predicato neurologico G tale che una frase della forma “x è F se e solo se x è G” esprime una legge ponte.

Ancora una volta, tuttavia, non c’è alcuna ragione per cui tutti i fisicalisti debbano accettare che il riduzionismo sia vero nel senso di (7). In effetti, molti filosofi hanno sostenuto che ci sono ragioni empiriche molto forti per negare qualcosa di simile a (7). Il motivo è il seguente: diversi processi neurali (nella nostra specie o in altre) potrebbero essere alla base dello stesso processo psicologico (in effetti, secondo certa fantascienza, anche processi non neurali potrebbero essere alla base dello stesso processo psicologico). Ma se la realizzabilità multipla (come questa idea viene chiamata) è vera, allora (7) sembra essere falsa. (Fodor 1974, ma per alcune recenti prospettive alternative, vedi Kim 1993).

Una terza nozione di riduzionismo è più focalizzata sulla metafisica, che le idee concettuali o teoriche viste finora. Secondo questa nozione, riduzionismo significa che le proprietà espresse dai predicati di (per esempio) una teoria psicologica sono identiche alle proprietà espresse dai predicati di (per esempio) una teoria neurologica. In altre parole, questa versione del riduzionismo è in sostanza una versione del fisicalismo dei tipi o della teoria dell’identità. Tuttavia, come abbiamo visto, se i fisicalisti si impegnano a sostenere solo il fisicalismo della sopravvenienza, non si impegnano a sostenere un fisicalismo dei tipi. Di conseguenza, un fisicalista non ha necessità di essere riduzionista in tale senso metafisico.

Un’ultima nozione di riduzionismo, che deve essere distinta dalle tre precedenti, riguarda la questione se  affermazioni riguardanti il mentale seguano a priori da affermazioni che non riguardano il mentale. Di seguito una definizione di quest’idea,

(8) Il riduzionismo è vero se e solo se per ogni predicato mentale F esiste un predicato non mentale G tale che una frase della forma “Se x è F, allora x è G” è a priori.

Ciò che (8) sostiene è che se il riduzionismo è vero, la conoscenza a priori da sola, insieme alla conoscenza delle verità fisiche, permette di conoscere le verità mentali. Quest’idea è altamente controversa nella filosofia contemporanea. Tuttavia, essa viene solitamente affrontata nel contesto di un’altra questione, riguardante il fisicalismo a priori e il fisicalismo a posteriori. Quindi è di questo argomento che ci occuperemo ora.

 

8. Fisicalismo a priori e a posteriori

Si è visto prima che, se il fisicalismo è vero, allora (3) è vero, se si considera ‘ S ‘ enunciato che riguarda l’intera natura fisica del mondo e ‘ S* ‘ un enunciato che riguarda l’intera natura del mondo:

(3) S implica S *

Un altro modo per affermarlo è che se il fisicalismo è vero, allora il seguente condizionale è necessariamente vero:

(9) Se S allora S*

In effetti questa è una caratteristica generale del fisicalismo: se è vero, allora ci sarà sempre una verità necessaria che si esprime nella forma di (9).

Ora, se (9) è necessaria, si pone la questione se sia a priori, cioè conoscibile indipendentemente dall’esperienza empirica, o se sia a posteriori, ossia conoscibile non indipendentemente dall’esperienza empirica. Tradizionalmente, si presume che ogni asserzione necessaria sia a priori. Tuttavia, a partire da Naming and Necessity di Kripke (1980), i filosofi hanno accettato l’idea che vi possano essere verità che sono sia necessarie sia a posteriori. Pertanto, molti filosofi contemporanei hanno difeso il fisicalismo a posteriori, sostenendo che asserzioni come (9) sono necessarie e a posteriori (cfr. Loar 1997). Inoltre, in questo modo hanno tentato di risolvere molte obiezioni al fisicalismo, comprese quelle riguardanti i qualia e l’intenzionalità che prenderemo in considerazione tra poco. Infatti, come si è appena notato, alcuni filosofi hanno suggerito che il necessario a posteriori offre la corretta interpretazione del fisicalismo non riduzionista.

L’appello al necessario a posteriori è in apparenza molto accattivante, ma anche controverso. Un problema sorge dal fatto che l’idea di Kripke che esistono verità necessarie e a posteriori può es-sere interpretata in due modi piuttosto diversi. Nella prima interpretazione – che chiamerò di derivazione – le verità a posteriori necessarie possono essere derivate a priori da verità che sono a posteriori e contingenti. Nella seconda interpretazione – che chiamerò di non derivazione – esistono verità a posteriori necessarie non derivate, cioè verità necessarie che non derivano da alcuna verità contingente (o da alcuna verità a priori se è per questo). Il problema è che quando si uniscono l’interpretazione di derivazione con l’affermazione che (9) è necessaria e a posteriori, ci si imbatte in una contraddizione. Se l’interpretazione di derivazione è corretta, allora c’è qual-che asserzione contingente e a posteriori S# che logicamente implica (9). Tuttavia, se S# implica logicamente (9) allora (poiché ‘Se C, allora se A allora B ‘ è equivalente a ‘Se C & A, allora B’) si può dedurre che quanto segue è sia necessario sia a priori:

(10) Se S & S#, allora S*.

D’altra parte, se il fisicalismo è vero, e S compendia la natura totale del mondo, sembra ragionevole supporre che S# fosse già implicitamente incluso in S. In altre parole, sembra ragionevole supporre che (10) sia semplicemente un ampliamento di (9). Ma se (10) è solo un ampliamento di (9), allora se (10) è a priori, anche (9) deve essere a priori. Ma questo significa che la nostra ipotesi iniziale è falsa: (9) non è una verità necessaria a posteriori dopotutto (Jackson 1998).

Come potrebbe rispondere un fisicalista a posteriori a questa obiezione? La risposta ovvia è rifiutare l’interpretazione di derivazione del necessario a posteriori in favore dell’interpretazione di non derivazione. Dunque, se si vuole difendere il fisicalismo a posteriori, si dovrà difendere l’interpretazione di non derivazione del necessario a posteriori. Tuttavia, questa interpretazione è controversa. La questione di quale sia la giusta interpretazione dell’opera di Kripke è infatti una delle più controverse nella filosofia analitica contemporanea. Dunque, non è un qualcosa che possiamo sperare di risolvere qui. (Per la discussione, vedi Byrne 1999, Chalmers 1996, 1999, Jack-son 1998, Loar 1997, Lewis 1994, Yablo 1999 e gli articoli in Gendler e Hawthorne 2004)

 

9. La sopravvenienza è condizione sufficiente per il fisicalismo?

Si è notato sopra che mentre la sopravvenienza fornisce una risposta suggestiva alla questione del-la completezza, non è più così diffusa come una volta. Questo è in parte dovuto ai problemi menzionati in Fisicalismo della sopravvenienza: ulteriori questioni. Ma forse la considerazione più autorevole qui è quella che chiamerò il problema della sufficienza, cioè il fatto che apparentemente la sopravvenienza fornisce una condizione necessaria ma non sufficiente per la verità del fisicalismo.

Un modo per introdurre il problema della sufficienza si basa sull’emergentismo, una posizione sul problema mente-corpo importante nei primi quarant’anni del ventesimo secolo (cfr. Kim 1998; vedi anche Wilson 2005; per il contesto storico dell’emergentismo, vedi McLaughlin 1992). L’emergentismo stesso può essere interpretato in diversi modi, ma per quanto concerne l’obiezione della sufficienza, quel che si intende è una posizione che intreccia elementi sia del dualismo sia del fisicalismo. Da un lato, l’emergentista sostiene che i fenomeni mentali e quelli fisici sono metafisicamente distinti, proprio come fa un dualista. Dall’altro lato, l’emergentista è d’accordo con il fisicalista sul fatto che i fenomeni mentali sono resi necessari dai, e quindi sopravengono sui, fenomeni fisici. Se questo genere di posizione è coerente, (1) non esprime una condizione sufficiente per il fisicalismo. Perché se l’emergentismo è vero, qualsiasi duplicato fisico del mondo reale è un duplicato simpliciter. Eppure, se l’emergentismo è vero, il fisicalismo è falso.

Un modo diverso per far emergere il problema della sufficienza è quello di concentrarsi sull’idea di un essere necessario che sia essenzialmente non fisico (Cfr. Jackson 1998). (Alcuni teisti credono che Dio fornisca un esempio di tale essere.) Se esiste un tale essere non fisico, è naturale supporre che il fisicalismo sia falso. Ma se il fisicalismo è definito secondo (1), allora il fisicalismo può ancora essere vero, poiché resta possibile che qualsiasi minimo duplicato fisico del mondo sia un duplicato simpliciter. Quindi, ancora una volta, (1) non esprime una condizione sufficiente per la verità del fisicalismo.

Come rispondere al problema della sufficienza? Alcuni filosofi suppongono che la questione sia così grave che l’unica cosa da fare sia rifiutare il fisicalismo della sopravvenienza e introdurre un fisicalismo di tipo ( per esempio Kim 1998). La difficoltà principale di questa proposta, tuttavia, è che, come si è visto, il fisicalismo di tipo è stato abbandonato per un’ottima ragione,  per esempio la realizzabilità multipla.

Una proposta diversa evidenzia che il problema è autentico solo se gli argomenti che lo causano sono coerenti – e lo sono? Una delle ragioni per supporre di no è che entrambi sembrano violare il principio di Hume secondo cui non ci sono connessioni necessarie tra esistenze distinte. Secondo l’emergentismo, per esempio, le proprietà mentali e fisiche sono metafisicamente distinte, e tutta-via sono necessariamente connesse. E se l’essere necessario non fisico esiste, presumibilmente sarà necessariamente connesso al mondo fisico e tuttavia distinto da esso. Tuttavia, il principio di Hume è di per sé oggetto di controversia, quindi è poco chiaro se gli argomenti possono essere liquidati in questo modo (vedi Jackson 1993, Stalnaker 1996, Stoljar 2010 e Wilson 2005, 2010).

Alla luce della difficoltà di risolvere il problema della sufficienza abbracciando un fisicalismo di tipo o rifiutando gli esempi che causano il problema, un’alternativa a questo punto è concordare sul fatto che (1) non esprime una condizione sufficiente per il fisicalismo e dunque cercare una proposta correlata che invece lo faccia. Un’idea in questo senso,  per esempio, potrebbe essere quella di sostituire (1) con:

(11) Il fisicalismo è vero in un mondo possibile w se e solo se (a) qualsiasi mondo che è un duplicato fisico di w è un duplicato di w simpliciter; e (b) nessuna proprietà istanziata in w è metafisicamente distinta dalle proprietà fisiche istanziate in w.

A differenza di (1), (11) non ha come conseguenza che la sopravvenienza sia condizione sufficiente per il fisicalismo; quindi, non implica che il fisicalismo debba essere vero se l’emergentismo è vero o esistono esseri necessari essenzialmente non fisici. Naturalmente, (11) affronta l’ulteriore problema di dire cos’è la distinzione metafisica e, più in generale, qual è la relazione tra la condizione (a) e la condizione (b). Ma si potrebbe anche supporre, basandosi su  (11), che il sostenitore dell’obiezione di sufficienza debba già avere risposte a queste domande, altrimenti l’obiezione stessa non potrebbe essere avanzata.

 

10. Definizioni non-modali di fisicalismo

Si è esaminata l’obiezione della sufficienza e trovato un modo in cui la sopravvenienza potrebbe risolverla. Ma si potrebbe pensare che il problema vada più in profondità di quanto sia stato sollevato finora. Secondo questa linea di pensiero, ciò che sta dietro l’obiezione di sufficienza è il fatto che (1) è una definizione modale di fisicalismo, cioè in termini di necessità e possibilità. Ma, continua questa proposta, le definizioni modali devono inevitabilmente affrontare problemi di questo tipo. In tal caso, la risposta adeguata all’obiezione non è mantenere la forma base di (1) e arricchirla vari modi, ma di proporre una definizione completamente diversa, cioè di carattere non modale.

Come potrebbe essere questa alternativa? Penso sia lecito dire che questa è una domanda attualmente aperta nella letteratura. Quindi in questa sezione, il mio solo obiettivo è quello di esaminare tre candidati principali e di sottolineare le rispettive problematiche.

10.1 Proprietà del secondo ordine

La prima definizione non modale è stata approfondita nei minimi dettagli da Andrew Melnyk (ve-di Melnyk 2003 e i riferimenti in esso contenuti). Per Melnyk, una proprietà F realizza una proprietà G se e solo se (a) G è identica a una proprietà del secondo ordine, la proprietà di avere una proprietà che ha un certo ruolo causale o teorico; e (b) F è la proprietà che svolge il ruolo causale o teorico in questione. Si può chiamare questa nozione ‘realizzazione di secondo ordine’ per distinguerla da una diversa nozione di realizzazione che verrà considerata in un momento. Questo suggerisce la seguente definizione:

(12) Il fisicalismo è vero in un mondo possibile w se e solo se ogni proprietà istanziata in w è una proprietà fisica o è realizzata di secondo ordine in una proprietà fisica.

Si supponga di chiamare il fisicalismo così definito fisicalismo di realizzazione di secondo ordine; qual è il suo rapporto con il fisicalismo della sopravvenienza? Il fisicalismo della sopravvenienza non implica il fisicalismo della realizzazione di secondo ordine poiché il fatto che una proprietà F sopravviene su una proprietà G non implica che F sia una proprietà di secondo ordine.

Il fisicalismo della realizzazione di secondo ordine implica un fisicalismo della sopravvenienza? Di solito si presuppone di sì; e in effetti è normale presumere che qualsiasi definizione proposta di fisicalismo comporterebbe un fisicalismo della sopravvenienza, anche se non è vero il contrario (vedi comunque Montero 2013 per un argomento contrario). Tuttavia, come lo stesso Melnyk fa notare a un certo punto (2003, p. 23), qui c’è un problema che ha a che fare con la definizione di una proprietà di secondo ordine, la proprietà di avere qualche proprietà che ha un certo ruolo causale o teoretico. Quali sono le proprietà coinvolte nella definizione di questi ruoli causali o teoretici? Se il fisicalismo è vero, deve essere vero per queste proprietà tanto quanto per qualsiasi altra proprietà. Ma poi per il fisicalismo di realizzazione di secondo ordine, queste stesse proprietà sa-ranno fisiche o realizzate da proprietà fisiche. Se si sceglie la prima opzione, il fisicalista della realizzazione di secondo ordine si rivelerà un sostenitore di una versione del fisicalismo dell’identità (a un livello superiore, per così dire), e quindi dovrà affrontare l’obiezione della realizzazione multipla. Se si sceglie la seconda opzione, il fisicalista della realizzazione di secondo ordine sembra cadere in un regresso all’infinito, poiché ora abbiamo ulteriori proprietà realizzate da proprietà fisiche e, correlativamente, ulteriori ruoli causali o teoretici. Per evitare il regresso, il fisicalismo della realizzazione potrebbe dire che queste proprietà sopravvengono sulle proprietà fisiche. Ma così facendo diventa difficile vedere la differenza tra il fisicalista della realizzazione e il fisicalista della sopravvenienza.

10.2 Sottoinsiemi di poteri causali

La seconda definizione non modale di fisicalismo è stata elaborata da Wilson 1999, 2011 e Shoemaker 2007. In questa prospettiva, una proprietà F realizza una proprietà G se e solo se (a) G ha un insieme di poteri o caratteristiche causali S; (b) F ha un insieme di poteri o caratteristiche causali S*; e (c) S è un sottoinsieme di S*. (Si può chiamare questa nozione ‘realizzazione di sottoinsieme’ per distinguerla dalla diversa nozione di realizzazione appena considerata). Questo suggerisce:

(13) Il fisicalismo è vero in un mondo possibile w se e solo se ogni proprietà istanziata in w è una proprietà fisica o è realizzato come sottoinsieme in una proprietà fisica.

Si supponga di chiamare il fisicalismo così definito fisicalismo della realizzazione di sottoinsieme; qual è il suo rapporto con il fisicalismo della sopravvenienza? Il fisicalismo della sopravvenienza non implica il fisicalismo della realizzazione di sottoinsieme, poiché il fatto che una proprietà G sopravviene su una proprietà F non implica nulla riguardo ai loro poteri causali. Per esempio, può darsi che F non abbia alcun potere causale, mentre G lo abbia; questo potrebbe avvenire se la causalità è un macro-fenomeno, come alcuni filosofi hanno ritenuto che fosse.

Il fisicalismo della realizzazione di sottoinsieme implica il fisicalismo della sopravvenienza? Ebbene, anche qui c’è un problema che ha a che fare con (quella che a volte viene chiamata) una teoria causale delle proprietà, cioè una teoria secondo la quale i poteri o le caratteristiche causali che una proprietà conferisce alle cose che la possiedono sono esaustive sulla natura di quella proprietà. Si supponga che una teoria causale sia falsa. Allora, in linea di principio, una proprietà potrebbe realizzarsi come sottoinsieme di un’altra e tuttavia essere abbastanza diversa da questa per quanto riguarda la sua natura. E questo a sua volta suggerisce che il fisicalismo della realizzazione di sottoinsieme non implica di per sé un fisicalismo della sopravvenienza. Naturalmente, si potrebbe rispondere affermando che la teoria causale è vera. Ma farlo è controverso; anzi, anche quei filosofi che sostengono sia un modello di realizzazione di sottoinsieme sia una teoria causale vogliono tenere separate queste due tesi (es. Shoemaker 2007; vedi anche Wilson 2011). In alter-nativa, si potrebbe rispondere negando che il fisicalismo implichi affatto la sopravvenienza, dicendo che “l’assenza della… sopravvenienza è compatibile con il fisicalismo” (Wilson 2014, 255, vedi anche Wilson 2011). Ma anche questo è controverso; in ogni caso, l’obiezione di sufficienza di per sé non fornisce alcuna ragione per dubitare del fatto che la sopravvenienza è necessaria. Quindi la posizione della realizzazione di sottoinsieme rimane controversa.

10.3 Grounding

La terza definizione non modale si concentra sull’idea della fondazione (grounding), un’idea che è stata ampiamente discussa di recente nella letteratura metafisica (vedi,  per esempio, Fine 2001, Schaffer 2009, Rosen 2010, Wilson 2014 e i saggi in Correia e Schneider 2012). Intuitivamente, una proprietà F si fonda su una proprietà G solo nel caso in cui F esista grazie a G, o l’istanza di G spieghi l’istanza di F. Questo suggerisce:

(14) Il fisicalismo è vero in un mondo possibile w se e solo se ogni proprietà istanziata in w è una proprietà fisica o è fondata su una proprietà fisica.

Si supponga di chiamare il fisicalismo così definito fisicalismo di fondazione; qual è il suo rap-porto con il fisicalismo della sopravvenienza? Il fisicalismo della sopravvenienza non comporta il fisicalismo di fondazione, poiché il fatto che una proprietà F sopravviene su una proprietà G non implica che F sia fondata da G.

Il fisicalismo di fondazione implica un fisicalismo della sopravvenienza? Alcuni filosofi suppongono che sia così ( per esempio Rosen 2010) e quindi per loro il fisicalismo di fondazione comporterebbe un fisicalismo della sopravvenienza. Ma altri ritengono di no ( per esempio Schaffer 2009), il che solleva la questione se una tesi come (14) di per sé definizione renda conto del  fisicalismo, o se sia necessario raggiungere un compromesso tra essa e (1).

Anche se il fisicalismo di fondazione implica un fisicalismo della sopravvenienza, tuttavia, c’è un ulteriore problema, ossia che la nozione stessa di fisicalismo di fondazione è controversa. Wilson (2014),  per esempio, osserva che la fondazione di per sé è simile alla sopravvenienza in quanto lascia irrisolte molte delle domande a cui i filosofi della mente sono interessati, vale a dire, se il mentale esista, se sia riducibile al fisico, e se sia causalmente efficace. Wilson conclude poi che la fondazione “non può lavoro svolgere il ruolo” che i suoi sostenitori vogliono che abbia (2014, 542). Si potrebbe rispondere che questo dipende da quale lavoro dovrebbe portare avanti il fisicalismo di fondazione.  per esempio, se il fisicalismo di fondazione, come il fisicalismo della sopravvenienza, mira solo a cogliere l’essenza del fisicalismo, nel senso sopra descritto (vedi la sezione Fisicalismo della sopravvenienza come fisicalismo minimo), non può esserci obiezione che non riesca a rispondere a queste domande. Qualunque sia la verità su questo, tuttavia, non c’è dubbio che i contorni precisi della relazione di fondazione debbano ancora essere definiti. Dunque, un’adeguata valutazione del fisicalismo di fondazione è a questo punto ancora incerta.

 

11. Introduzione alla comprensione del termine “fisico”

In precedenza, si sono distinte due questioni interpretative rispetto al fisicalismo, la questione del-la completezza e la questione della condizione. Finora ci siamo occupati della prima. Passo ora invece alla seconda, ossia che cosa significhi per qualcosa (un oggetto, un evento, un processo, una proprietà) essere fisico.

La questione della condizione ha ricevuto meno attenzione in letteratura rispetto alle altre questioni che abbiamo studiato finora. Ma è altrettanto importante. Senza comprendere cosa sia il fisico, non possiamo avere una comprensione completa di cosa sia il fisicalismo. Dopotutto, se si dice che non esistono due mondi possibili che possono essere duplicati fisici senza essere duplica-ti simpliciter, non si sa cosa si è detto a meno che non si comprenda cosa è necessario per essere un duplicato fisico, anziché (per esempio) un duplicato chimico o un duplicato finanziario. (Il punto qui è abbastanza generale: se Talete dice che tutto è acqua, o il più informato Talete dice che ogni cosa sopravviene sull’acqua, non si comprende cosa intenda a meno che non dica qualcosa su cosa sia l’acqua. Il fisicalista è nella medesima posizione.)

Allora qual è la risposta alla questione della condizione? Se ci si concentra per semplicità sulla nozione di proprietà fisica, si possono discernere due tipi di risposte a questa domanda in lettera-tura. La prima vincola la nozione di proprietà fisica a una nozione di teoria fisica, per questo la si può chiamare la concezione basata sulla teoria di una proprietà fisica:

La concezione basata sulla teoria:

Una proprietà è fisica se e solo se è il tipo di proprietà di cui ci parla la teoria fisica oppure è una proprietà che metafisicamente (o logicamente) sopravviene sul tipo di proprietà di cui ci parla la teoria fisica.

Secondo la concezione basata sulla teoria,  per esempio, se la teoria fisica ci parla della proprietà di avere massa, allora avere massa è una proprietà fisica. Allo stesso modo, se la teoria fisica ci parla della proprietà di essere una roccia – o, più probabilmente, se la proprietà di essere una roccia sopravviene sulle proprietà di cui ci parla la teoria fisica – allora anche questa è una proprietà fisica. (La concezione basata sulla teoria ha una certa relazione con la nozione di fisico discussa in Feigl 1967; una difesa più esplicita si trova in Smart 1978, Lewis 1994, Braddon-Mitchell e Jack-son 1996 e Chalmers 1996.)

Il secondo tipo di risposta vincola il concetto di proprietà fisica al concetto di oggetto fisico, per questo motivo possiamo chiamarla la concezione basata sull’oggetto di una proprietà fisica:

La concezione basata sull’oggetto:

Una proprietà è fisica se e solo se: è il tipo di proprietà necessario in un resoconto completo della natura intrinseca degli oggetti fisici tipo e dei loro costituenti oppure è una proprietà che metafisicamente (o logicamente) sopravviene sul tipo di proprietà necessario in un resoconto completo della natura intrinseca degli oggetti fisici tipo e dei loro costituenti.

Secondo la concezione basata sull’oggetto,  per esempio, se rocce, alberi, pianeti e così via sono oggetti fisici tipo, la proprietà di essere una roccia, un albero o un pianeta è una proprietà fisi-ca. Allo stesso modo, se la proprietà di avere massa è necessaria in un resoconto completo della natura intrinseca degli oggetti fisici e dei loro costituenti, allora avere massa è una proprietà fisica. (I migliori esempi di filosofi che operano con la concezione oggettuale del fisico sono Meehl e Sellars 1956 e Feigl 1967; una difesa più recente si trova in Jackson 1998.)

È importante notare che entrambe le concezioni del fisico non rispondono alla questione se le proprietà funzionali o neutrali all’argomento debbano essere trattate come fisiche o meno. Prendendo in prestito una frase da Jackson (1998), tuttavia, la cosa migliore sembra sia trattare queste proprietà come proprietà dell’osservatore: dato qualsiasi insieme di proprietà fisiche, si potrebbero aggiungere proprietà dell’osservatore senza compromettere l’integrità dell’insieme. Ma le proprietà dell’osservatore non dovrebbero essere trattate come fisiche per definizione.

Queste concezioni individuano lo stesso genere di proprietà? Ci sono una serie di possibilità di-verse qui, non di tutte possiamo discutere. Ma una di queste che ha ricevuto una certa attenzione in letteratura è che la teoria fisica ci parla solo delle proprietà disposizionali degli oggetti fisici, e quindi non ci parla delle proprietà categoriche che hanno, se ce ne sono – una tesi di questo tipo è stata difesa da numerosi filosofi, tra cui Russell (1927), Armstrong (1968), Blackburn (1992) e Chalmers (1996). Tuttavia, se ciò è corretto, sembrerebbe che le proprietà fisiche descritte dalla concezione basata sulla teoria siano solo una sottoclasse delle proprietà fisiche descritte dalla concezione dell’oggetto. Perché se gli oggetti fisici hanno proprietà categoriali, quelle proprietà non contano come fisiche secondo gli standard della concezione basata sulla teoria. D’altra parte, non sembra esserci motivo per non considerarli fisici in un senso o nell’altro. Se ciò è corretto, tutta-via, allora sorge la possibilità che la concezione basata sulla teoria e quella basata sull’oggetto individuino generi distinte di proprietà.

12. Comprensione del termine “fisico”: ulteriori questioni

Insieme ai concetti di spazio, tempo, causalità, valore, significato, verità ed esistenza, il concetto di fisico è uno dei concetti centrali del pensiero umano. Quindi non dovrebbe sorprendere che qualsiasi tentativo di confrontarsi con ciò che è una proprietà fisica sarà controverso. Le concezioni basate sulla teoria e sull’oggetto non sono diverse: ciascuna ha provocato una serie di differenti domande e critiche. In questa sezione ne esaminerò alcune tra le principali.

12.1 Circolarità

Si potrebbe obiettare che entrambe le concezioni sono inadeguate perché sono circolari, ossia entrambe richiamano la nozione di qualcosa di fisico (una teoria o un oggetto) al fine di caratterizza-re una proprietà fisica. Ma si può legittimamente spiegare la nozione di un tipo di cosa fisica ri-chiamandone un’altra?

Tuttavia, la risposta a questo è che la circolarità è un problema solo nel caso in cui le concezioni vengano interpretate come un’analisi riduzionista della nozione di fisico. Ma non c’è motivo per cui dovrebbero essere interpretate come tentativi di fornire un’analisi riduzionista. Dopotutto, esistono numerosi concetti che comprendiamo senza saperli analizzare (cfr. Lewis 1970). Quindi non sembra esserci motivo per pensare che la concezione basata sulla teoria o sull’oggetto non stiano fornendo altro che un modo di comprendere la nozione di fisico.

Si tratta di un punto importante nel contesto della questione della condizione. Precedentemente si è affermato che la questione della condizione era perfettamente legittima perché è legittimo chiedersi quale sia condizione dell’essere fisico che, secondo il fisicalismo, sia presente in ogni essere fisico. Ma questa legittima domanda non dovrebbe essere interpretata come la richiesta di un’ana-lisi riduzionista della nozione di fisico. Si consideri ancora Talete: è corretto domandargli cosa in-tende per ‘acqua’ – e così facendo esigere la comprensione della nozione di acqua – ma è sbaglia-to domandargli un’analisi concettuale dell’acqua.

12.2 Il dilemma di Hempel

Si potrebbe obiettare che qualsiasi formulazione del fisicalismo che utilizza la concezione basata esclusivamente sulla teoria sarà irrilevante o falsa. Carl Hempel (cfr. Hempel 1969, vedi anche Crane e Mellor 1990) ha presentato una formulazione classica di questo problema: se il fisicalismo viene definito facendo riferimento alla fisica contemporanea, allora è falso – dopo tutto, chi pensa che la fisica contemporanea sia completa? — ma se il fisicalismo viene definito facendo riferimento a una fisica futura o ideale, allora è irrilevante— dopo tutto, chi può prevedere cosa rientra all’interno di una fisica futura? Potrebbe, per esempio, contenere anche elementi mentali. La conclusione del dilemma è che non si ha un concetto chiaro di cosa significhi proprietà fisica, o perlomeno nessun concetto abbastanza chiaro per poter svolgere il ruolo che i filosofi della mente vogliono che  concetto di fisico ricopra.

Una risposta a questa obiezione consiste nel prendere la sua prima parte, e insistere sul fatto che, almeno sotto certi aspetti, la fisica contemporanea sia effettivamente completa o che sia razionale credere che lo sia (cfr. Smart 1978, Lewis 1994 e Melnyk 1997, 2003). Sebbene questo questa affermazione sia in parte giusta, non lo è del tutto. Ciò che è corretto è in un certo senso è razionale credere che la fisica sia completa: dopo tutto, non è razionale credere che la maggior parte della scienza contemporanea sia vera? Ma anche accettando quanto si è appena detto — e qui si introduce quello che c’è di scorretto in questa proposta — è ancora sbagliato definire il fisicalismo ricorrendo alla fisica che appare essere corretta in questo mondo. La ragione di tale errore risiede nel fatto che se una teoria fisica è vera o meno ciò è in funzione di fatti contingenti, ma se una proprietà è fisica o meno non è in funzione di fatti contingenti. A conferma di quanto affermato, si consideri, per esempio, la teoria fisica medievale dell’impeto. Quest’ultima è falsa (anche se ovviamente potrebbe non esserlo stata) e quindi è irrazionale supporre che sia vera. Tuttavia, la proprietà di avere impeto – la proprietà fondamentale degli oggetti secondo la teoria dell’impeto – è una proprietà fisica, e, pertanto, un mondo controfattuale completamente descrivibile dalla teoria dell’impeto sarebbe un mondo in cui il fisicalismo è vero. Nonostante ciò, è difficile capire come tutto questo possa essere giusto se il fisicalismo fosse definito in riferimento alla fisica attuale o alla fisica che sembra essere vera nel nostro mondo. (Per lo sviluppo di questo punto, e per un dilemma simile a quello di Hempel ma che pone la questione in termini modali piuttosto che temporali, vedi Stoljar 2010.)

Una risposta diversa al dilemma di Hempel consiste nel ritenere che ciò che mostra, se effettivamente mostra qualcosa, è che una specifica proposta riguardo al modo di definire una proprietà fisica — cioè, tramite riferimento alla fisica in una particolare fase del suo sviluppo —sia sbagliata. Ma a partire da quanto si è appena detto non si può concludere che non abbiamo per nulla una chiara comprensione di tale concetto. Come abbiamo visto, abbiamo molti concetti che non sappiamo analizzare. Quindi il semplice fatto — fatto sempre che sia vero — che un certo stile di analisi della nozione di fisico non venga ritenuta soddisfacente non significa che non vi sia alcuna nozione di fisico, tanto meno che non comprendiamo la nozione in questione.

Si potrebbe obiettare che, sebbene queste osservazioni siano perfettamente vere, non rispondono comunque a qualcosa che è corretto del dilemma di Hempel, vale a dire che perché la concezione basata sulla teoria sia completa, bisogna sapere che tipo di teoria è una teoria fisica. Probabilmente, in riferimento a quest’ultimo punto, si potrebbe fare appello al fatto che abbiamo parecchi paradigmi che ci chiariscono che cos’è una teoria fisica: la teoria fisica del senso comune, la teoria fisica dell’impeto medievale, il meccanicismo cartesiano, la fisica newtoniana e la fisica quantistica moderna. Anche se sembra improbabile che ci sia un fattore che unisca questa classe di teorie, probabilmente c’è un insieme di fattori – un insieme comune o in intersezione di costrutti teorici, per esempio, oppure di una metodologia condivisa. Se fosse così, si potrebbe sostenere che la nozione di teoria fisica è un concetto molto simile a quello di Wittgenstein. Tuttavia, resta da vedere se questo sia sufficiente per rispondere alla domanda su quale tipo di teoria sia una teoria fisica.

12.3 Il problema del panpsichismo

Il dilemma di Hempel contro la concezione basata sulla teoria è simile a un’obiezione che si sente spesso proposta contro la concezione basata sugli oggetti (cfr. Jackson 1998). Prendete in considerazione l’ipotesi del panpsichismo, cioè quella secondo cui tutti gli oggetti fisici della nostra conoscenza siano esseri coscienti proprio come noi. Il fisicalismo sarebbe vero in questa circostanza? A livello intuitivo sembrerebbe di no; tuttavia, se il fisicalismo è definito tramite riferimento alla concezione basata sull’oggetto di una proprietà fisica, allora diventa difficile capire perché no. Dopotutto, secondo questa concezione, qualcosa è una proprietà fisica nel caso in cui ciò sia richiesto da un resoconto completo di oggetti fisici tipo. Ma questo non fa alcun riferimento alla natura degli oggetti fisici tipo, e quindi permette la possibilità che il fisicalismo sia vero nella situazione che è stata presa in considerazione.

Una prima risposta a questa obiezione è che la mera ipotesi del panpsichismo non possa essere davvero il punto che si sta affrontando in questa sede. Infatti, per quanto implausibile e inconsueto possa sembrare, il panpsichismo di per sé non è incompatibile con il fisicalismo (cfr. Lewis 1983). Dopotutto, il fatto che ci siano alcuni esseri coscienti non contraddice il fisicalismo — perché allora l’ipotesi che tutto sia un essere cosciente dovrebbe contraddire il fisicalismo? Se è così, quello che viene messo in discussione dall’obiezione non è tanto il panpsichismo quanto piuttosto l’ipotesi che i paradigmi o gli esemplari, nei termini secondo cui si caratterizza la nozione di fisico, si rivelino radicalmente diversi da quelli che normalmente assumiamo in un senso abbastanza specifico — potrebbero rivelarsi, in qualche aspetto essenziale o imprescindibile, mentali.

Una volta che il problema viene posto in questi termini, tuttavia, il problema del panpsichismo sembra simile al problema che ci si pone, in generale, ogni volta che si tenta di comprendere o definire un concetto in relazione agli oggetti tipo che rientrano al suo interno, vale a dire che queste definizioni hanno un certo tipo di presupposti empirici che potrebbero risultare falsi. Supponiamo che si sia cercato di definire il concetto di rosso ricorrendo alla somiglianza con le cose rosse paradigmatiche, come, per esempio, il sangue. Perseguire questa strategia vuol dire impegnarsi nel ritenere che la convinzione che il sangue sia rosso sia un pezzo di conoscenza comune condivisa tra tutti coloro che sono familiari con il termine in questione. Tuttavia, questo sembra sbagliato: se qualcuno pensasse che il sangue sia verde si sbaglierebbe sul sangue ma non sul rosso. Ora, questo problema è un problema difficile, sebbene — e questo è il punto cruciale per i nostri fini — sia un problema abbastanza generale, che nasce a causa dello stile della definizione in termini di paradigma. Quindi, in questo senso, il concetto di fisico non sembra essere peggiore del concetto di rosso, nonostante il problema del panpsichismo. (Per un  approfondimento si veda Lewis 1997)

Naturalmente, si respingerebbe l’intera linea di pensiero rifiutando il suo punto di partenza, vale a dire che il panpsichismo è coerente con il fisicalismo. Wilson (2006, 78-9), per esempio, sostiene che mentre il fisicalismo è coerente con l’ipotesi secondo cui esistono alcuni esseri coscienti, non è coerente con l’ipotesi secondo cui esistono alcuni esseri coscienti fondamentali, ed è quest’ultima affermazione che è determinante per il panpsichismo. Ma, in realtà, anche questo è coerente con il fisicalismo, anche se certamente di un tipo inusuale. Per illustralo, immaginate un mondo in cui le proprietà fondamentali siano sia mentali che fisiche. Questo è certamente uno scenario inverosimile, ma non sembra impossibile. Il fisicalismo sarebbe vero in un mondo del genere? Sarebbe difficile dire perché no: perlomeno può essere vero in quel mondo dove qualsiasi duplicato fisico di esso è un duplicato simpliciter. Anche il panpsichismo sarebbe vero in un mondo del genere? Ancora una volta, è difficile capire perché no, dal momento che le proprietà fondamentali istanziate in un tale mondo sono mentali, oltre che fisiche ovviamente.

12.4 La via negativa

Un’idea che spesso emerge nel contesto del dilemma di Hempel e del problema del panpsichismo, ma merita un trattamento separato, è la cosiddetta via negativa (vedi per esempio Montero e Papineau 2005, Wilson 2006).

Il modo più semplice per introdurre la via negativa è interpretarla come una definizione della nozione di proprietà fisica di questo tipo: F è una proprietà fisica se e solo se F è una proprietà non-mentale. Ma ci sono molte ragioni per opporsi a tale definizione. Si consideri, ad esempio, il vitalismo. Quest’ultimo non è vero, ma avrebbe potuto essere vero; non c’è contraddizione in esso, per esempio. Si immagini quindi un mondo in cui piante e animali istanziano la proprietà chiave associata al vitalismo, vale a dire, l’élan vital. Pertanto, in uno scenario simile sembra ragionevole dire che piante e animali istanzino una proprietà che non è fisica, in quanto l’élan vital non è fisica. Eppure, nonostante ciò, non si dovrebbe dire che piante e animali istanziano una proprietà mentale, in quanto l’élan vital non è mentale. In breve, l‘élan vital non è né mentale né fisica. Ma questa conclusione non può essere accettata dalla via negativa.

Si potrebbe tentare di rispondere a questa obiezione rivedendo la via negativa in modo tale che ciò che si intende sia solo una definizione parziale di questo tipo: F è una proprietà fisica solo se F non è mentale. Nonostante ciò, i problemi permangono. Come abbiamo visto, l‘élan vital fa problema perché non è né mentale né fisico. Ma potrebbero esserci proprietà sia mentali che fisiche. Si consideri una versione della teoria dell’identità secondo cui provare dolore consiste solamente nell’attivazione delle fibre c. Supponendo che una tale teoria sia vera, la proprietà di avere dolore è mentale o fisica? Probabilmente entrambe, ma questo non potrebbe essere vero secondo la via negativa interpretata come una definizione di cosa sia una proprietà fisica, anche per una definizione parziale. Perché se una proprietà è mentale e fisica, allora, per la via negativa, sarà sia mentale che non mentale che (ovviamente) non può essere! Ora, ovviamente, sorgono domande legittime sul fatto se una teoria dell’identità così intesa sia o possa essere vera, ma indipendentemente dal fatto che lo sia, non dovrebbe essere esclusa semplicemente a causa di una proposta su come definire le parole con le quali viene pronunciata.

In alternativa, si potrebbe cercare di rispondere all’obiezione adottando quello che Wilson (2006) chiama la restrizione: “ciò che è mentale non è fondamentale”. Secondo questa interpretazione, quello che i sostenitori della via negativa hanno in mente è che F è una proprietà fisica solo se F è non fondamentalmente mentale, che a sua volta è inteso nel senso che implica che se F è una proprietà fondamentale allora non è mentale. Questa versione evita il problema di avere fibre c poiché presumibilmente quella proprietà non è fondamentale. Nonostante ciò, ancora una volta permangono dei problemi. Si prenda nuovamente in considerazione il mondo che abbiamo citato sopra in cui le proprietà fondamentali sono sia mentali che fisiche; in effetti, ciò che vale per l’attivazione delle fibre c (se la teoria dell’identità è vera) vale per le proprietà fondamentali istanziate in questo mondo. Come ho detto, questo scenario è certamente inverosimile, ma non sembra impossibile, e certamente non è impossibile semplicemente per quel che riguarda la definizione dei termini con cui viene pronunciata. Eppure, sarebbe impossibile per tale ragione, se la versione del non avere “nessuna mentalità fondamentale” della via negativa fosse vera.

Naturalmente, sollevare questi problemi per la via negativa non significa negare che ci sia qualcosa di giusto in tale idea. Per esempio, quando pensiamo a proprietà che falsificherebbero il fisicalismo, spesso pensiamo a *certe* proprietà mentali, per esempio le proprietà distintive dell’ectoplasma o dell’ESP. Tuttavia, questo fatto – che certe proprietà mentali, se istanziate, falsificano il fisicalismo – può essere colto senza andare a definire il fisico, in generale, non mentale. Un modo migliore sarebbe quello di richiedere a qualsiasi specificazione della nozione di fisico, o la spiegazione basata su oggetti o quella basata sulla teoria, che rispetti il fatto che alcune proprietà mentali (non istanziate) non sono fisiche.

12.5 Il fisicalismo come atteggiamento

Di fronte alle difficoltà poste dal dilemma di Hempel e dai problemi correlati, alcuni filosofi hanno esplorato l’idea interessante che essere fisicalisti non significhi sostenere una determinata tesi o avere una certa credenza – ossia qualcosa che può essere vero o falso – ma piuttosto adottare una sorta di atteggiamento o posizione. Ad esempio, Alyssa Ney (2008, p. 9, vedi anche Van Fraassen 2002) sviluppa questa visione “attitudinale” del fisicalismo, affermando che “il fisicalismo è un atteggiamento che si assume per formare la propria ontologia completamente ed esclusivamente in base a ciò che la fisica dice che esiste”.

Ora, come per la via negativa, c’è sicuramente qualcosa di giusto nella visione attitudinale. Come vedremo di seguito, i fisicalisti contemporanei sono spesso naturalisti metodologici e pertanto potrebbero assumere l’atteggiamento descritto da Ney. Tuttavia, c’è un grosso problema in riferimento al fatto che assumere questo tipo di atteggiamento non è né necessario né sufficiente per essere un fisicalista.

Per dimostrare che non è necessario, si prendano in considerazione filosofi antichi come Democrito o Lucrezio. Questi filosofi sono fisicalisti, o perlomeno sono solitamente classificati in questo modo, poiché sostenevano la dottrina chiamata tradizionalmente “materialismo”. Nonostante ciò, non hanno assunto l’atteggiamento descritto da Ney, implicitamente o esplicitamente, perché la fisica (per lo meno riconosciuta in termini storico-sociologici ) non esisteva affatto ai loro tempi.

In risposta, si potrebbe regolare la visione attitudinale in modo che la “fisica”, verso cui si rivolge questo atteggiamento rilevante, non sia identificata socialmente, ma sia invece intesa come un certo tipo di teoria considerata in astratto. Ma allora, sorgono ulteriori problemi. In primo luogo, diviene ora difficile capire la differenza tra mantenere l’atteggiamento rilevante e credere semplicemente a una tesi. Se si decide di essere guidati nella propria ontologia dalla verità di una particolare teoria, in che modo ciò è diverso rispetto al semplice credere a quella teoria? In secondo luogo, se si assume un atteggiamento verso una particolare teoria, il dilemma di Hempel sembra riemergere, anche se in una forma leggermente diversa. A quale teoria fisica si fa riferimento? Se si intende la fisica attuale, come suggerisce in realtà Ney, allora si potrebbe sostenere che questo non è un atteggiamento che i fisicalisti dovrebbero ragionevolmente assumere, dal momento che la fisica attuale è incompleta; e se si intende la fisica ideale, è difficile capire qual è il contenuto o la natura dell’atteggiamento.

Per dimostrare che l’atteggiamento non è sufficiente, si immagini una situazione in cui la fisica postuli proprietà o oggetti come quelli postulati dai dualisti tradizionali; come afferma Ney si immagini che “sia l’anno 3000 d.C. e i fisici siano stati costretti a introdurre entità mentali irriducibili all’interno della loro teoria”. (2008, p. 12). In una situazione del genere, una persona potrebbe assumere l’atteggiamento descritto da Ney, ma intuitivamente non essere un fisicalista.

In risposta, Ney concorda sul fatto che questa sia una possibilità, ma sottolinea, in primo luogo, che sarebbe comunque ragionevole criticare le persone che assumono l’atteggiamento – per esempio, sulla base del fatto che coloro che hanno un atteggiamento diverso potrebbero essere arrivati in maniera più rapida all’ontologia corretta – e, in secondo luogo, che non ne segue che l’atteggiamento caratterizzante del fisicalismo è identico a quello del dualismo. (Le idee alla base di questo secondo punto sono: (a) se si adottasse la visione attitudinale del fisicalismo, allora si dovrebbe in tutta onestà adottarla anche sul dualismo; e (b) dal fatto che due atteggiamenti coincidono in una situazione possibile non ne deriva che sono identici). Tuttavia, sebbene entrambi questi suggerimenti potrebbero essere veri, è difficile considerarli come una risposta al punto fondamentale secondo cui una persona che assume l’atteggiamento descritto da Ney nella situazione immaginata non sia correttamente descritta come un fisicalista. In linea di principio, dopo tutto, una persona del genere può essere criticata in molti modi; inoltre, il fatto che assumere un determinato atteggiamento non sia sufficiente per essere fisicalisti non implica che questo sia necessario per essere un dualista.

13. Il fisicalismo e l’immagine fisicalista del mondo

Probabilmente a causa della sua stretta connessione con le scienze fisiche, il fisicalismo è spesso interpretato come un intero pacchetto di opinioni, di cui la tesi metafisica presa in esame è soltanto una parte. Se volessimo dare un nome a questo intero pacchetto di opinioni, in cui è inclusa anche la tesi metafisica, potremmo chiamarlo l’immagine fisicalista del mondo. Chiuderò la nostra discussione sulla questione dell’interpretazione prendendo in considerazione la relazione tra il fisicalismo (l’affermazione/la tesi metafisica) e altri elementi vari che sono stati considerati, almeno a volte, parte integrante dell’immagine fisicalista del mondo.

(a) Naturalismo metodologico: l’idea secondo cui il metodo di indagine tipico delle scienze fisiche consentirà una comprensione teorica del mondo, nella misura in cui questo tipo di comprensione può essere realizzata. Il fisicalismo non è naturalismo metodologico perché il fisicalismo è una tesi metafisica e non metodologica.

(b) Ottimismo epistemico: l’idea secondo cui il la modalità di comprensione tipica delle scienze possa essere usata da noi, cioè dagli esseri umani, per spiegare il mondo nella sua totalità, per fornire una teoria definitiva del mondo. Il fisicalismo non è ottimismo epistemico dal momento che, siccome l’impegno nei confronti del fisicalismo non costituisce un impegno nei confronti del naturalismo metodologico, allora chiaramente ciò non è vincolante verso l’ottimismo sul successo di quel metodo a lungo termine.

(c) Teoria definitiva: l’idea secondo cui esiste una teoria definitiva e completa del mondo, indipendentemente dal fatto che sia possibile che riusciamo a formularla. Si potrebbe pensare che è ovvio che se il fisicalismo è vero, allora esiste una teoria definitiva del mondo. Tuttavia, a causa di qualche elemento che non è evidente in riferimento alla nozione di “teoria”, le questioni in questo caso non sono del tutto chiare. Secondo alcune opinioni, qualcosa è una teoria solo se è completamente affermabile in una lingua che possiamo comprendere. Se è così, è chiaro che il fisicalismo non implica l’idea di una teoria definitiva. Secondo una concezione più vaga della nozione di teoria, tuttavia, è ragionevole affermare che il fisicalismo implica che esiste una teoria definitiva.

(d) Oggettività: l’idea secondo cui la teoria definitiva e completa del mondo, se esiste, non comporterà alcun riferimento essenziale a specifici punti di vista o esperienze. È ragionevole dire che il fisicalismo implica oggettività. Tuttavia, a causa della possibilità di un fisicalismo non-riduttivo o a posteriori anche in questo caso le questioni non sono del tutto risolte. Secondo questi approcci, sembra possibile avere punti di vista irriducibili o esperienze che sopravvengono su qualcosa di fisico, compromettendone l’oggettività.

(e) Unità della scienza: l’idea secondo cui tutte le branche delle scienze da noi sviluppate saranno o dovrebbero essere unificate in un’unica scienza, la quale viene solitamente (ma non sempre) individuata nella fisica. Questa è chiaramente una tesi metodologica che riguarda il modo in cui la scienza dovrebbe procedere. Come abbiamo visto, tuttavia, il fisicalismo è una tesi metafisica piuttosto che una tesi metodologica su come la scienza dovrebbe procedere. Ecco perché non è equivalente alla tesi dell’unità della scienza.

(f) Riduzionismo esplicativo: l’idea secondo cui tutte le spiegazioni autentiche devono essere formulate in termini fisici, e che le altre spiegazioni, sebbene pragmaticamente utili, possono o devono essere scartate man mano che la conoscenza si sviluppa. Il fisicalismo non è riduzionismo esplicativo perché, come abbiamo visto nella nostra discussione sul fisicalismo non-riduttivo, il fisicalismo è coerente con l’idea secondo cui le scienze speciali siano abbastanza distinte dalla fisica. Infatti, si potrebbe sostenere che le scienze speciali si occupano di modelli fisici di cui i fisici stessi non si occupano. Per questo motivo l’argomento delle scienze speciali è distinto dall’oggetto di cui si occupa la fisica.

(g) Generalità della fisica: l’idea secondo cui ogni particolare evento o processo spiegabile da una legge delle scienze speciali (cioè delle scienze diverse dalla fisica) è spiegabile anche da una legge della fisica. In generale, questa prospettiva presuppone una certa visione delle leggi e delle spiegazioni – ad esempio implica o sembra implicare che le scienze speciali abbiano delle leggi. Ma il fisicalismo non implica alcuna tesi del genere.

(h) Chiusura causale della fisica: l’idea secondo cui ogni evento ha una causa fisica, supponendo, ovviamente, che abbia una causa. Strettamente parlando, i fisicalisti non si impegnano nei confronti del realismo sulla causalità, perciò, di conseguenza, non si impegnano nei confronti della chiusura causale del mondo fisico. (Naturalmente, molti fisicalisti pensano che la chiusura causale del mondo fisico sia vera, come vedremo di seguito, ma la loro posizione non implica la chiusura causale).

(i) Empirismo: l’idea secondo cui tutta la conoscenza (con la possibile eccezione della conoscenza concettuale) sia in ultima analisi fondata sull’esperienza sensoriale o percettiva. L’empirismo può essere presentato secondo una lettura descrittiva o normativa. Per quanto riguarda quella descrittiva, è molto probabilmente falso. La maggior parte delle informazioni di cui dispongono normalmente gli esseri umani sembrano essere causate sia dall’esperienza che da una struttura innata e dalla maturazione. Per quanto riguarda la lettura normativa, viene affermato che la giustificazione si basa, in fin dei conti, sull’esperienza. Ma questa tesi epistemologica non ha nulla a che fare con il fisicalismo.

(j) Nominalismo: l’idea secondo cui non ci sono oggetti astratti, cioè entità non situate nello spazio e nel tempo, come numeri, qualità o proposizioni. Se assumiamo che gli oggetti astratti, se esistono, esistono necessariamente, ossia esistono in tutti i mondi possibili, allora la sopravvenienza del fisicalismo è completamente irrilevante al fine di dire se esistano oggetti astratti. Tutto ciò che la sopravvenienza afferma è che se un mondo è, a livello minimo, un duplicato fisico del mondo reale, allora è un duplicato simpliciter. Ma se esistono oggetti astratti, questi ultimi esistono chiaramente sia nel mondo reale che in qualsiasi duplicato di esso. Quanto appena detto suggerisce che il nominalismo è una questione distinta dal fisicalismo (Schiffer 1987, Stoljar 1996).

(k) Ateismo: l’idea secondo cui non ci sia un Dio concepito in senso tradizionale. Nel XVII e nel XVIII secolo, il fisicalismo (o materialismo, come era noto in quel periodo) era molto diffuso, ma non era visto universalmente come contraddittorio con la fede in Dio (Yolton 1983). Oggigiorno, la questione è un po’ meno discussa. Tuttavia, come abbiamo notato in precedenza, se Dio è considerato essenzialmente come un’entità non fisica, allora l’ateismo sembra essere una diretta conseguenza del fisicalismo, almeno per quanto concerne alcune interpretazioni delle nozioni modali di fondo.

 

14. Gli argomenti contro il fisicalismo, parte 1: qualia e coscienza

Dopo aver fornito una risposta alla questione dell’interpretazione, passo ora alla questione della verità: il fisicalismo (come l’abbiamo interpretato finora) è vero? Inizialmente, discuterò tre motivi per supporre che il fisicalismo non sia vero. Successivamente prenderò le parti del fisicalismo.

L’argomento principale che viene utilizzato di solito contro il fisicalismo concerne la nozione di qualia, ossia le qualità percepite dell’esperienza. La nozione di qualia solleva molti enigmi di suo, dagli enigmi che hanno a che fare con la connessione con altre nozioni quali coscienza, introspezione, accesso epistemico, conoscenza, prospettiva in prima persona e così via. Tuttavia, l’idea che verrà discussa in questa sede è l’apparente contraddizione tra l’esistenza dei qualia e il fisicalismo.

Probabilmente la versione più chiara e maggiormente in voga di questo argomento è l’argomento della conoscenza di Jackson. (Vi sono anche una serie di altri argomenti in quest’ambito — per una recente e ottima discussione, vedi Chalmers 1996). Questo argomento prende in considerazione Mary, una famosa neuroscienziata rinchiusa in una stanza in bianco e nero. Mary è costretta a conoscere il mondo attraverso una televisione e dei computer in bianco e nero. Tuttavia, nonostante queste difficoltà Mary impara (e quindi sa) tutto ciò che può imparare dalla teoria fisicalista. Ora, se il fisicalismo fosse vero, sarebbe plausibile supporre che Mary sappia tutto del mondo. Eppure — e in questo risiede l’argomentazione di Jackson — sembra che non sappia tutto. Questo perché una volta rilasciata nel mondo reale, il quale non si presenta solamente in bianco e nero, diventerà ovvio che, all’interno della sua stanza, Mary non sapeva niente in riferimento a ciò che si prova a vedere i colori, sia per se stessa che per gli altri – cioè, non sapeva che i qualia istanziano particolari esperienze del vedere i colori. Secondo Jackson (1986), possiamo riassumere l’argomento come segue:

P1. Mary (prima del suo rilascio nel mondo) sa tutto ciò che concerne il fisico e tutto ciò che c’è da sapere sulle altre persone.

P2. Mary (prima del suo rilascio nel mondo) non sa tutto ciò che c’è da sapere sulle altre persone (perché impara qualcosa su di loro al momento del rilascio).

Conclusione. Ci sono verità sulle altre persone (e se stessa) che sfuggono al resoconto della teoria fisicalista.

Chiaramente questa conclusione implica che il fisicalismo sia falso: se ci sono verità che sfuggono alla teoria fisicalista come può ogni cosa sopravvenire sul fisico? Quindi un fisicalista deve rifiutare una premessa o dimostrare che le premesse non implicano la conclusione.

Ci sono molte possibili risposte a questo argomento, ma in questa sede ne citerò brevemente solo tre. La prima risposta consiste nell’ipotesi dell’abilità dovuta a Lawrence Nemirow (1988) e sviluppata e difesa da David Lewis (1994). L’ipotesi dell’abilità segue Ryle (1949) nel tracciare una netta distinzione tra conoscenza proposizionale (come ‘Mary sa che la neve è bianca’) e la conoscenza procedurale (come ‘Mary sa come andare in bicicletta’), e poi suggerisce che la conoscenza che Mary ottiene consiste in quest’ultima. D’altra parte, P2 sarebbe vero solo se Mary avesse aumentato le sue conoscenze proposizionali.

La seconda risposta si appella alla distinzione tra fisicalismo a priori e fisicalismo a posteriori. Come abbiamo visto sopra, l’affermazione centrale del fisicalismo a posteriori è che (3) — cioè l’affermazione secondo cui S implica S* — è a posteriori. Dal momento che (3) è a posteriori, si avrà bisogno di fare una certa esperienza per saperlo. Ma si sostiene che Mary non ha avuto (e non può avere) l’esperienza richiesta. Quindi lei non lo sa (3). D’altra parte, il semplice fatto che Mary non abbia avuto (e non possa avere) l’esperienza necessaria per sapere (3) non toglie la possibilità che (3) sia vero. Quindi il fisicalismo a posteriori può eludere l’argomento della conoscenza. (Una domanda interessante è capire quale premessa dell’argomento della conoscenza venga attaccata da questa risposta. La risposta a questo quesito dipende dal fatto che (3) sia fisico o meno: se (3) è fisico, la risposta attacca P1, ma se (3) non è fisico, la risposta è che l’argomento non è valido).

Una terza risposta consiste nel distinguere tra le varie concezioni della nozione di fisico. Abbiamo visto sopra che potenzialmente la classe di proprietà del fisico definita dalla concezione basata sulla teoria era distinta dalla classe di proprietà definita dalla concezione basata sull’oggetto. Ma questo suggerisce che la prima premessa dell’argomento può essere interpretata in entrambi i modi. D’altra parte, l’esperimento mentale di Jackson sembra supportare la premessa solo se viene interpretata in una certa maniera, dal momento che Mary impara attraverso l’apprendimento tutto ciò che la teoria fisicalista può insegnarle. Ma, nonostante ciò, lascia aperta la possibilità che ci si possa appellare alla concezione basata sull’oggetto della nozione di fisico per definire una versione di fisicalismo che elude l’argomento della conoscenza.

Uno dei dibattiti più vivaci all’interno della filosofia della mente riguarda la questione se una di queste risposte all’argomento della conoscenza avrà successo e quale sarebbe. (Vedi gli articoli di Ludlow, Nagasawa e Stoljar 2004.) La risposta che consiste nell’ipotesi dell’abilità solleva interrogativi sul fatto che il sapere-come, ossia il sapere procedurale, sia veramente non proposizionale (cfr. Lycan 1996, Loar 1997 e Stanley e Williamson 2001) e se consideri i fatti in modo corretto, tanto per cominciare. (Braddon Mitchell e Jackson 1996). Rispetto al fisicalismo a posteriori, è stato sostenuto sia che si basa su un approccio sbagliato per quanto riguarda la necessità dell’a posteriori (Chalmers 1996, 1999, Jackson 1998), sia che il contenuto espresso da tale prospettiva sia comunque chimerico (cfr Stoljar 2000). La terza risposta solleva interrogativi sulla distinzione tra la concezione basata sull’oggetto e la concezione basata sulla teoria della nozione di fisico e questioni affini riguardo alle proprietà categoriche e disposizionali (cfr. Chalmers 1996, Lockwood 1992 e Stoljar 2000, 2001).)

 

15. Gli argomenti contro il fisicalismo, parte 2: significato e intenzionalità

I filosofi della mente solitamente dividono i problemi del fisicalismo in due: da un lato, ci sono i problemi dei qualia, espressi nel modo più usuale dall’argomento della conoscenza; dall’altro lato, ci sono problemi di intenzionalità. L’intenzionalità degli stati mentali riguarda il concernere qualcosa, ossia la loro capacità di rappresentare il mondo in un certo modo. Una persona non può semplicemente pensare, ma pensa a (o riguardo) Vienna; allo stesso modo, non è possibile semplicemente credere, ma si crede che la neve sia bianca. Proprio come nel caso dei qualia, alcuni dei problemi dell’intenzionalità derivano da elementi interni alla nozione stessa, oltre che dalla relazione di quest’ultima con altre nozioni come quella di razionalità, inferenza e linguaggio. Ma altre difficoltà derivano dal fatto che sembra difficile non rendere contraddittorio il fisicalismo con il fatto che gli stati mentali hanno intenzionalità. Ci sono diversi modi per sviluppare ulteriormente questa critica, ma molto lavoro recente si è concentrato su una certa linea di argomentazione che Saul Kripke ha rinvenuto nel lavoro di Wittgenstein (1982).

L’argomento di Kripke può essere affrontato in modo migliore considerando prima quella che viene solitamente chiamata teoria disposizionale del significato linguistico. Secondo quest’ultima, una parola significa effettivamente ciò che indica — ad esempio, la parola «rosso» significa rosso — perché coloro che hanno pronunciato la parola sono disposti ad applicare quest’ultima alle cose rosse. Ora, per una serie di ragioni, questo tipo di teoria è stata molto popolare tra i fisicalisti. Questo perché, in primo luogo, la nozione di disposizione che viene usata all’interno della teoria è chiaramente un concetto compatibile con il fisicalismo. Dopotutto, il semplice fatto che i vasi siano fragili e che i cubetti di zucchero siano solubili (entrambi sono esempi classici di proprietà disposizionale) non rappresenta un problema per il fisicalismo, quindi perché dovrebbero rappresentare un problema l’idea che gli esseri umani abbiano proprietà disposizionali simili? In secondo luogo, sembra possibile sviluppare la teoria disposizionale del significato linguistico in modo tale che possa applicarsi anche all’intenzionalità. Infatti, secondo una teoria disposizionale dell’intenzionalità, un concetto mentale significherebbe ciò che effettivamente indica, perché coloro che lo pensano sono disposti ad impiegare il concetto in un modo simile all’interno del pensiero. Dunque, una teoria disposizionale sembra rappresentare la soluzione migliore per rendere una teoria dell’intenzionalità compatibile con il fisicalismo.

L’argomento di Kripke è stato elaborato per confutare quella soluzione. (In realtà, l’argomento di Kripke è progettato per confutare molto di più: la conclusione della sua argomentazione è paradossale nel senso che non possa esistere una parola dotata di significato. Tuttavia, ci concentreremo sugli aspetti dell’argomento che hanno una forte incidenza sul fisicalismo). In sostanza il suo argomento si presenta come segue: si immagini una situazione in cui (a) la teoria disposizionale è vera; (b) la parola «rosso» significa effettivamente rosso per chi la pronuncia, ossia S; eppure (c) costui applica in modo errato la parola — per esempio, S sta guardando una cosa bianca attraverso degli occhiali rosa e la chiama rossa. Ora, in questa situazione, sembrerebbe che S sia disposto ad applicare la parola «rosso» a cose che sono (non solo rosse ma) sia-rosso-che-bianche–se-viste-attraverso- occhiali-rosa. Ma allora, secondo tale teoria, la parola «rosso» significa (non rosso ma) sia-rosso-che bianco-visto-attraverso-occhiali-rosa. Ma quanto appena detto contraddice la nostra affermazione iniziale (b), che «rosso» significa effettivamente rosso. In altre parole, la teoria disposizionale, se combinata con un’affermazione vera che concerne il significato della parola, più un’ovvietà per quanto riguarda il significato – ossia il fatto che le persone possono applicare male le parole dotate di significato – porta a una contraddizione ed è quindi falsa.

Come potrebbe un fisicalista rispondere all’argomento di Kripke? Come per l’argomento della conoscenza, anche in questo caso ci sono molte risposte, ma qui ne citerò solamente due. La prima risposta consiste nell’insistere sul fatto che tale argomento trascura la distinzione tra fisicalismo a priori e fisicalismo a posteriori. Kripke spesso dice che secondo i disposizionalisti, si dovrebbe essere in grado di “leggere” verità per quanto riguarda il significato da verità che un fisicalista può accettare. (Per una proposta come questa, vedi Horwich 2000.) Una difficoltà di questa risposta è, come abbiamo visto, che la sua spiegazione di fondo sulla necessità dell’a posteriori risulta controversa. Come abbiamo visto, i fisicalisti del fisicalismo a posteriori sono in convinti di quella che abbiamo chiamato la visione di non derivazione delle verità necessariamente a posteriori. Ma quest’ultima prospettiva è stata attaccata negli ultimi tempi.

La seconda risposta consiste nel difendere la teoria disposizionale dall’argomento di Kripke. Un modo per farlo è sostenere che l’argomento funziona solo contro un disposizionalismo molto semplice, e che una versione più complicata di una tale teoria eviterebbe questi problemi. (Per una proposta in questo senso, vedi Fodor 1992 e la discussione a Braddon-Mitchell e Jackson 1996). Un altro modo è quello di sostenere che l’argomento di Kripke sottovaluta la complessità nella nozione di disposizione. Infatti, il semplice fatto che in determinate circostanze qualcuno applichi il «rosso» alle cose bianche non significa che sia disposto ad applicare il rosso alle cose bianche, allo stesso modo di come il semplice fatto che in determinate circostanze qualcosa bruci non significa che sia infiammabile nel senso ordinario. (Per una proposta in questo senso si veda Hohwy 1998, e Heil e Martin 1998)

Come per l’argomento della conoscenza, le questioni che circondano l’argomento di Kripke sono molto aperte. Tuttavia, è importante notare che la maggior parte dei filosofi non considera le questioni dell’intenzionalità con la stessa serietà che viene, invece, rivolta alla questione dei qualia quando si tratta di fisicalismo. In un vocabolario diverso, ad esempio, sia Block (1995) che Chalmers (1996) distinguono tra gli aspetti intenzionali della mente o della coscienza e le caratteristiche fenomeniche o qualia, suggerendo che è davvero quest’ultimo il problema centrale. Come nota Chalmers (1996; p. 24), riprendendo la famosa distinzione di Chomsky, la questione dell’intenzionalità è un problema, ma la questione dei qualia è un vero e proprio mistero.

 

16. Gli argomenti contro il fisicalismo, parte 3: questioni metodologiche

L’ultimo argomento contro il fisicalismo che prenderò in considerazione è di natura metodologica. A volte viene suggerito non che il fisicalismo sia falso, ma che l’intero “progetto del fisicalismo” —  ossia il progetto che all’interno della filosofia della mente consiste nel discutere se il fisicalismo sia vero, cercando di stabilire o confutare la sua verità attraverso delle argomentazioni filosofiche — sia scorretto. Questo tipo di argomento è stato sostenuto da un certo numero di autori, ma forse il suo sostenitore più accanito è stato Noam Chomsky (2000; vedi anche Searle 1992, 1999).

Risulterà più facile mostrare la critica di Chomsky andando a chiarire preliminarmente due aspetti del naturalismo metodologico. In generale sembra razionale concordare con i naturalisti metodologici sul fatto che il modo migliore per comprendere, a livello teorico, il mondo consista nell’utilizzo dei metodi tipici delle scienze. In base a quanto appena detto, sembrerebbe di conseguenza razionale, nel caso specifico, credere che il modo migliore per comprendere, a livello teorico, la coscienza o l’esperienza sia quello di utilizzare i metodi tipici delle scienze, perseguendo in tal modo, si può dire, il progetto naturalistico rispetto alla coscienza. Dunque, il primo aspetto a partire dal quale si sviluppa l’argomento di Chomsky consiste nell’affermare che è razionale perseguire il progetto naturalistico rispetto alla coscienza.

Il secondo aspetto trattato da Chomsky è che il progetto fisicalista all’interno della filosofia della mente è, a prima vista, piuttosto diverso dal progetto naturalistico. Questo perché in primo luogo, il progetto fisicalista è, come abbiamo notato, di solito concepito assieme a una metafisica, mentre non c’è nulla di metafisico nel progetto naturalistico, in quanto quest’ultimo solleva semplicemente domande su ciò che possiamo sperare di spiegare. In secondo luogo, il progetto fisicalista è normalmente considerato ben disposto a eventuali argomentazioni filosofiche, mentre non è del tutto chiaro in che modo l’argomento filosofico possa rientrare all’interno del progetto naturalistico. In breve, non sembra esserci nulla di particolarmente “filosofico” nel progetto naturalistico: applica semplicemente i metodi della scienza al fenomeno della coscienza. Ma il progetto fisicalista ricopre un ruolo centrale all’interno della filosofia analitica.

Pertanto, è proprio nel momento in cui il progetto fisicalista si discosta da quello naturalistico che inizia a prendere forma la critica di Chomsky. Infatti, nella misura in cui è diverso dal progetto naturalistico, ci sono diversi modi in cui il progetto fisicalista può essere messo in discussione. In primo luogo, è difficile capire quale potrebbe essere il progetto: è vero che nel corso della storia della filosofia e della scienza si incontrano delle ipotesi sul mondo distinte da quelle delle scienze, ma queste ipotesi sono sempre state piuttosto oscure. In secondo luogo, è difficile immaginare come questo tipo di progetto possa essere proposto dai fisicalisti stessi: un progetto del genere sembra essere un allontanamento dal naturalismo metodologico, quando, invece, la maggior parte dei fisicalisti approva il naturalismo metodologico, considerandolo un dato di fatto. D’altra parte, se il progetto fisicalista non si discosta dal progetto naturalistico, allora i soliti modi di parlare e pensare a quel progetto sono altamente fuorvianti. Ad esempio, è fuorviante parlarne come una parte della metafisica piuttosto che come una scienza ordinaria.

In sintesi, la critica di Chomsky può essere intesa in modo migliore se concepita come una sorta di dilemma: il progetto fisicalista è identico al progetto naturalistico oppure non lo è. Se è identico, allora il linguaggio e i concetti che costituiscono il progetto sono potenzialmente estremamente fuorvianti, ma, se non è identico, allora ci sono una serie di modi in cui risulterà illegittimo.

Come rispondere a questa critica? A mio modo di vedere, la risposta più solida contro Chomsky accetta il primo punto del suo dilemma e afferma che ciò di cui i filosofi della mente si preoccupano realmente è il progetto naturalistico. Ora, naturalmente, ciò che li preoccupa non sono i dettagli del progetto, che non li distinguerebbero dal lavoro svolto dagli scienziati. Si preoccupano piuttosto dei limiti potenziali del progetto.

Questo argomento è stato sviluppato da Thomas Nagel (1983) e da un lavoro correlato di Bernard Williams (1985). Secondo loro, qualsiasi forma di indagine scientifica sarà oggettiva, o, perlomeno, si tradurrà in un quadro oggettivo del mondo. D’altro canto, abbiamo una serie di argomenti — il più importante dei quali è l’argomento della conoscenza — che dimostrano in maniera plausibile come non ci sia posto per l’esperienza o per i qualia in un mondo descritto in termini puramente oggettivi. Se Nagel e Williams hanno ragione sul fatto che qualsiasi forma di indagine scientifica rinuncerà a una descrizione del mondo espressa in termini oggettivi, l’argomento della conoscenza non è altro che un argomento negativo che sostiene l’incapacità del progetto naturalistico nel riferirsi alla coscienza.

Se si stanno prendendo in esame i limiti interni del progetto naturalista, perché il dibattito viene spesso inteso come un dibattito metafisico piuttosto che come un dibattito sui limiti dell’indagine? In risposta a questa domanda, dobbiamo staccare nettamente il quadro metafisico di fondo all’interno del quale i problemi della filosofia della mente trovano la loro espressione e i problemi stessi. Il fisicalismo è l’ipotesi metafisica di fondo contro la quale vengono posti e discussi i problemi della filosofia della mente. Data questa ipotesi, la questione dei limiti del progetto naturalistico consiste solamente nell’individuare se ci possa essere esperienza in un mondo totalmente fisico. Tuttavia, se ben compresi, i problemi che interessano ai filosofi della mente non sono relativi alla struttura stessa, e in tal senso non sono metafisici. Pertanto, la frase comune “metafisica della mente” è fuorviante.

 

17. Gli argomenti a favore del fisicalismo

Dopo aver considerato una parte della questione della verità, mi rivolgo ora all’altra questione: che motivo si ha per credere che il fisicalismo sia vero?

La prima cosa che è opportuno dire quando si considera la verità del fisicalismo è che viviamo in una cultura intellettuale prevalentemente fisicalista o materialista. Il risultato di ciò è che, nelle circostanze attuali, i requisiti necessari che rendono persuasiva l’argomentazione sulla verità del fisicalismo sono molto inferiori rispetto a quelli richiesti per persuadere qualcuno della sua negazione. (Il punto in questo caso è assolutamente generale: se credi già a qualcosa o vuoi che qualcosa sia vero, è probabile che accetterai standard di argomentazione abbastanza bassi per poter asserire la sua verità).

Tuttavia, anche se potrebbe essere difficile valutare in modo imparziale le argomentazioni a favore o contro il fisicalismo, questo è comunque qualcosa che dovremmo sforzarci di fare. Qui rivedrò due argomenti che comunemente si ritiene stabiliscano la verità del fisicalismo. Ciò che unisce questi due argomenti è che ognuno di essi prende qualcosa dal l’immagine fisicalista del mondo che abbiamo considerato in precedenza e tenta di stabilire l’affermazione metafisica secondo cui ogni cosa sopravvenga sul fisico.

Il primo argomento è (quello che chiamerò) l’argomento della chiusura causale. La prima premessa di questo argomento è la tesi della chiusura causale del mondo fisico, cioè la tesi secondo cui ogni evento che ha una causa ha una causa fisica. La seconda premessa afferma che gli eventi mentali causano eventi fisici – per esempio, normalmente pensiamo che eventi come voler alzare il braccio (un evento mentale) causino eventi come l’innalzamento effettivo del braccio (un evento fisico). La terza premessa dell’argomento consiste in un principio di causalità che viene spesso chiamato principio di esclusione causale (Kim 1993, Yablo 1992, Bennett 2003). La corretta formulazione del principio di esclusione causale è oggetto di alcune controversie, ma una formulazione semplice e plausibile è la seguente:

Principio di esclusione causale:

Se un evento e causa l’evento e*, non esiste alcun evento e# tale che e# non sopravvenga su e# e causi e*.

La conclusione dell’argomento è che gli eventi mentali sopravvengono sugli eventi fisici, o, più brevemente, che il fisicalismo è vero. Perché, naturalmente, se la tesi della chiusura causale del mondo fisico è vera, allora gli eventi comportamentali hanno cause fisiche e se gli eventi mentali causano anche eventi comportamentali, allora sopravvengono sul fisico se il principio di esclusione causale è vero.

L’argomento della chiusura causale del mondo fisico è forse l’argomento dominante a favore del fisicalismo nella letteratura contemporanea. Ma non è chiaro se abbia successo. Una risposta possibile per un anti-fisicalista consiste nel rifiutare la seconda premessa, assumendo una prospettiva che viene chiamata epifenomenismo: l’idea che gli eventi mentali siano causati da eventi fisici, ma non causino a loro volta eventi fisici. L’argomento solitamente usato contro questa posizione è epistemologico: se l’avere dolore non causa un comportamento specifico, come può la tua semplice affermazione di provare dolore indurmi a credere che lo provi sul serio? Questo argomento potrebbe mettere in difficoltà gli epifenomenisti, ma, come hanno sostenuto recentemente diversi filosofi, le questioni poste sono molto lontane dall’essere risolte (Chalmers 1996, Hyslop 1999). Il punto cruciale è che la teoria causale dell’evidenza è aperta a gravi controesempi, per cui non è chiaro come possa essere usata in maniera efficace contro l’epifenomenismo.

Un altro tipo di risposta possibile consiste nel rifiutare i principi causali su cui si basa l’argomento. Rispetto al principio di esclusione causale, per esempio, si fa spesso notare che alcuni eventi sono sovradeterminati. In riferimento a quanto appena detto, l’esempio classico è il plotone d’esecuzione: sia il tiro da parte del soldato A che quello da parte del soldato B ha causato la morte del prigioniero, ma poiché si tratta di spari distinte, il principio di esclusione causale è falso. Tuttavia, sebbene questa linea di risposta sia suggestiva, in realtà presenta grossi limiti. Anche se è vero che il caso del plotone d’esecuzione rappresenta un’eccezione al principio di esclusione causale — un’eccezione che indica al principio che dev’essere emendato per poterne tener conto – è, tuttavia, difficile credere che rappresenti un’eccezione che possa essere applicata diffusamente. Una risposta più raffinata è quella di rifiutare l’idea stessa della chiusura causale del mondo fisico constatando, probabilmente, che (come Bertrand Russell (1917) ha notoriamente sostenuto) la causalità non gioca alcun ruolo in un ritratto maturo del mondo. Ancora una volta, tuttavia, il contenuto di questa risposta è più immaginario che reale. Infatti, mentre è vero che molte scienze non usano esplicitamente la nozione di causalità, è estremamente improbabile che non sottintendano che varie affermazioni causali siano vere.

Il secondo argomento a favore del fisicalismo è (quello che chiamerò) l’argomento del naturalismo metodologico. La prima premessa di questo argomento ritiene che sia razionale essere guidati dai metodi delle scienze naturali all’interno dei propri impegni metafisici. alla base di questa premessa risiedono gli argomenti di Quine e di altri metafisici secondo cui il modo di approcciarsi alla metafisica non dovrebbe essere distinto dal modo di approcciare le scienze, ma dovrebbe piuttosto essere pensata come in una sorta di continuità. La seconda premessa dell’argomento è che, in effetti, a partire dai metodi della scienza naturale l’immagine metafisica del mondo strettamente conseguente è quella rappresentata dal fisicalismo. La conclusione è che è razionale credere al fisicalismo, o, più brevemente, che il fisicalismo è vero.

L’argomento del naturalismo metodologico ha suscitato meno attenzione nella letteratura rispetto all’argomento della chiusura causale del mondo fisico, anche se sembra altrettanto persuasivo rispetto a quest’ultimo, se non di più. Infatti, quale sarebbe una possibile risposta all’argomento del naturalismo metodologico? Una possibilità consiste nel rifiutare la prima premessa. Ma questo non è qualcosa verso cui la maggior parte delle persone si sente attratta (o perlomeno si sente attratta esplicitamente).

L’altra possibilità consiste nel rifiutare la seconda premessa. Tuttavia, una volta compreso il fisicalismo — e, cosa più importante, che cosa non è — non è molto chiaro a cosa esso equivarrebbe o quale sarebbe la motivazione che lo sostiene. In primo luogo, la nostra precedente discussione mostra come il fisicalismo non sia incompatibile con l’autonomia esplicativa delle varie scienze, e pertanto che non si debba rifiutare il fisicalismo solo perché non si può comprendere come ridurre quelle scienze alle altre. In secondo luogo, anche se è assolutamente vero che esistono tipi di approcci non fisicalisti al mondo — il vitalismo in biologia è forse l’esempio migliore — questo non tocca il punto centrale dell’argomento. La seconda premessa dell’argomento del naturalismo metodologico non nega che altri tipi di approcci siano possibili, ma semplicemente dice che il fisicalismo è l’approccio più probabile al momento. Infine, si potrebbe essere inclini ad appellarsi ad argomenti come quello della conoscenza per dimostrare che il fisicalismo è falso, e quindi che il naturalismo metodologico potrebbe non dimostrare che il fisicalismo è falso. Tuttavia, questa ipotesi rappresenta una sorta di confusione sull’argomento della conoscenza. Come abbiamo visto sopra, se l’argomento della conoscenza è vero, allora non sostiene semplicemente che il fisicalismo è falso, ma che qualsiasi approccio al mondo, compatibile con il naturalismo metodologico, è falso. Ma se è così, è sbagliato supporre che l’argomento della conoscenza fornisca una motivazione per sostenere l’anti-fisicalismo, dal momento che quest’ultimo dovrebbe essere una posizione compatibile con il naturalismo metodologico.

 

18. Ulteriori questioni

L’ultima parte del paragrafo precedente completa la nostra discussione sul fisicalismo. In alcuni aspetti è stata solo abbozzata, e ciò suggerisce che c’è molto lavoro da fare prima di arrivare a una valutazione finale della dottrina del fisicalismo e del ruolo che svolge all’interno del pensiero contemporaneo. In futuro, tuttavia, mi sembra una buona idea pensare almeno a quanto segue:

(a) Il contrasto tra definizioni modali e non modali di fisicalismo. Anche se la sopravvenienza, e in generale le definizioni modali di fisicalismo sono attraenti, sollevano problemi di natura difficile, come il problema dei bloccanti e il problema della sufficienza. Al momento della stesura di questa voce non è chiaro come queste difficoltà saranno risolte.

(b) La relazione tra la concezione basata sulla teoria e la concezione basata sull’oggetto della nozione di fisico e l’adeguatezza della prima. Sembra chiaro che il nostro modo di pensare al fisico sia ancorato in parte all’idea ordinaria di oggetto fisico e in parte all’idea di fisica. Ma sembra altrettanto chiaro che queste due idee possano essere e siano separabili. Quali sono le conseguenze di ciò per la nozione di fisicalismo?

(c) Il ruolo del fisicalismo all’interno della filosofia della mente. Come abbiamo visto sia per Nagel che per Williams, le domande sul fisicalismo sono in realtà domande sull’oggettività sotto mentite spoglie. Ciò solleva la questione più generale se gli argomenti e le tesi presenti nella filosofia della mente (e in altre aree della filosofia), che sono formulati in termini propri del fisicalismo, siano necessariamente formulati in questo modo. Forse il fisicalismo in questo senso sta semplicemente intralciando una  corretta comprensione di come funzionano questi problemi?

 

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Strumenti accademici

Altre risorse in Internet

Voci correlate

behaviorism | color | Davidson, Donald | epiphenomenalism | multiple realizability | qualia | supervenience

Riconoscimenti

L’autore vorrebbe ringraziare Hossein Ameri, Tim Bayne, Rich Cameron, Brian Garrett, Robert Pasnau, Stewart Saunders, Jessica Wilson, e in particolare David Chalmers per il loro aiuto nel dare corpo a questa voce. In aggiunta, l’autore e gli editori vorrebbero ringraziare due lettori, Joshua R. Stern and Greg Stokley, per aver scoperto diversi errori tipografici in una versione precedente della voce. I loro sforzi sono stati completamente volontari e molto apprezzati.

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Daniel Stoljar <daniel.stoljar@anu.edu.au>