Géraud De Cordemoy

Nell’immagine: Géraud De Cordemoy (1626-1684).

 

Traduzione di Filippo Pelucchi. 

Revisione di Angelo Trocchia, pagina originale di Fred Ablondi. 

Versione: Autunno 2022 (aggiornata). 

The following is the translation of Fred Ablondi’s entry on “Géraud De Cordemoy ” in the Stanford Encyclopedia of Philosophy. The translation follows the version of the entry in the SEP’s archives at https://plato.stanford.edu/archives/fall2022/entries/cordemoy/ . This translated version may differ from the current version of the entry, which may have been updated since the time of this translation. The current version is located at <https://plato.stanford.edu/entries/cordemoy>. We’d like to thank the Editors of the Stanford Encyclopedia of Philosophy for granting permission to translate and to publish this entry on the web.

 

Géraud de Cordemoy (1626–1684) fu uno dei più importanti filosofi cartesiani nei decenni immediatamente successivi alla morte di Cartesio. Sebbene per alcuni aspetti sia stato molto ortodosso, Cordemoy fu l’unico cartesiano ad abbracciare l’atomismo e uno dei primi a sostenere l’occasionalismo. Anche se faceva l’avvocato di professione, Cordemoy era una figura di spicco nei circoli filosofici parigini. Le sue due opere più importanti sono Le Discernement du corps et de l’âme (1666) e il suo Discours physique de la parole (1668). Nel primo difende l’atomismo, il meccanicismo, l’occasionalismo e il dualismo; la seconda opera è uno studio della natura del discorso.

 

1. Vita e opere

Géraud (o Gerauld) de Cordemoy nacque nell’ottobre del 1626. Era figlio di un professore dell’Università di Parigi e il terzo di quattro figli nati da Géraud e Nicole de Cordemoy, unico figlio maschio. Suo padre morì quando aveva nove anni e, a parte questo, non si sa quasi nulla dei primi anni di Cordemoy. Sebbene non sia attestata la data del suo matrimonio (con Marie de Chazelles), si sa che il primo dei suoi cinque figli nacque il 7 dicembre 1651, quando Cordemoy aveva venticinque anni.

Cordemoy si guadagnava da vivere come avvocato, ma era molto attivo nei circoli filosofici parigini. Frequentò vari saloni di filosofia e conobbe il Minim Emmanuel Maignan e il fisico Jacques Rohault, entrambi organizzatori di conferenze filosofiche. Nel 1664, il saggio di Cordemoy Discours de l’áction des corps fu incluso, insieme a un discorso di Rohault, nella pubblicazione postuma di Le Monde di Descartes di Claude Clerselier. Quel saggio sarebbe poi diventato il secondo dei sei discorsi che compongono una delle due opere più importanti di Cordemoy, Le Discernement du corps et de l’âme en six discours pour servir à l’éclaircissement de la physique (1666). In quest’opera, Cordemoy presenta il suo atomismo, le sue argomentazioni a favore dell’occasionalismo e le sue teorie sulla distinzione e sull’interazione tra la mente e il corpo.

L’altra importante opera di Cordemoy, il Discours physique de la parole, apparve nel 1668, così come la sua Copie d’une lettre ecrite à un sçavant religieux de la Compagnie de Jésus. Quest’ultimo è il tentativo di Cordemoy di conciliare la filosofia cartesiana con la storia della creazione che si trova nel Libro della Genesi. Il primo è una teoria sulla produzione del linguaggio e la sua popolarità ha portato Cordemoy a essere riconosciuto come uno dei più importanti filosofi francesi del suo tempo. Fu anche il modello per il personaggio del maestro di filosofia nell’opera teatrale di Molière Le Bourgeois Gentilhomme.

Altre opere più brevi di Cordemoy includono il suo Traitez de Metaphysique e il suo Traitez sur l’Histoire et la Politique. Al momento della sua morte, Cordemoy stava lavorando a una storia della Francia, che sarebbe stata completata dal figlio maggiore Louis-Géraud e che apparve in due volumi, nel 1685 e nel 1689. Oltre alle sue pubblicazioni filosofiche e storiche, Cordemoy prestò servizio per un breve periodo come direttore dell’Academie Français (essendo stato eletto membro nel 1675) e per un certo periodo fu tutore del Gran Delfino, il futuro re Luigi XV. Poco dopo il suo 58° compleanno, Cordemoy si ammalò e dopo una breve malattia morì il 15 ottobre 1684.

2. Atomismo

Cartesio aveva affermato che l’essenza del corpo è l’estensione e che di conseguenza la materia si può dividere all’infinito. Se è nella natura di un corpo occupare spazio in tre dimensioni, cioè avere larghezza, lunghezza e altezza, allora possiamo sempre concepire che larghezza, lunghezza e altezza siano divisibili. Inoltre, secondo la metafisica cartesiana, l’estensione è l’attributo principale del corpo, e come tale non può esistere indipendentemente da esso (né il corpo può esistere indipendentemente dall’estensione). Quindi, secondo Cartesio, ovunque ci sia dello spazio esteso, c’è un corpo che occupa quello spazio, rendendo impossibile l’esistenza di un vuoto. E così è sorprendente trovare Cordemoy, la cui metafisica per molti altri aspetti è piuttosto cartesiana, che sostiene all’inizio del suo Discerniment l’esistenza sia degli atomi indivisibili che dello spazio vuoto.

Il Primo Discorso del Discerniment si apre con cinque affermazioni sui corpi che gettano le basi per la fisica di Cordemoy (che continua a discutere nei Discorsi due e tre). Ci dice che i corpi sono: (1) limitati nella loro estensione, e questo limite è chiamato la “figura” del corpo; (2) in quanto ogni corpo è una sostanza, i corpi non sono divisibili in corpi più piccoli, né i corpi sono penetrabili da altri corpi; (3) la relazione che un corpo ha con altri corpi è chiamata il suo “luogo”; (4) un cambiamento in questa relazione è il movimento del corpo; e (5) quando la relazione continua invariata, il corpo si dice che è a riposo. Cordemoy afferma poi che la materia è intesa in maniera chiara e distinta come un insieme di corpi. Considerati correttamente, i corpi sono parti della materia e, a seconda di come questi corpi sono collegati tra loro, determinano quale tipo di porzione di materia è l’insieme: se sono molto vicini l’uno all’altro, è un mucchio (un tas); se stanno “cambiando posizione incessantemente” (1968, 96), è un fluido (une liqueur); e se i corpi non si muovono e non possono essere separati l’uno dall’altro, è una massa (une masse).

Sebbene non venga affermato in maniera esplicita, il motivo per cui Cordemoy accetta l’atomismo sembra essere basato sulla sua comprensione del concetto di sostanza. Seguendo Cartesio, Cordemoy ritiene che la sostanza sia ciò che non richiede nient’altro per esistere. A rigor di termini, questo renderebbe Dio l’unica sostanza, ma nel nostro mondo Cartesio riteneva che possiamo considerare la mente e il corpo come sostanze in un senso qualificato. Ognuna di queste sostanze ha un attributo, in principio, distinguibile da essa solo per mezzo della ragione. È questo l’attributo attraverso cui concepiamo la sostanza, ed è quello a cui si riferiscono tutte le altre proprietà della stessa. Per le menti questo attributo è il pensiero, e per il corpo, come detto sopra, è l’estensione.

Per quanto riguarda il corpo, Cordemoy avverte che bisogna stare attenti ad evitare l’errore commesso da altri cartesiani, che hanno confuso quelle che in realtà sono due cose distinte, cioè “corpo” e “materia”. Le prime sono, secondo Cordemoy, le vere sostanze estese, mentre le seconde sono assemblaggi, o insiemi, delle prime. Il punto essenziale è che in quanto sostanze, i corpi devono essere semplici: se i corpi avessero delle parti, dipenderebbero da esse per essere ciò che sono, e in questo modo le parti minaccerebbero lo statuto stesso di un corpo in quanto sostanza. Così siamo portati all’atomismo su basi strettamente a priori: nel postulare i corpi come sostanze, ci è precluso attribuire loro delle parti, perché se lo facessimo, allora non sarebbero più sostanze. La materia allora è divisibile non perché la sua natura è estensione e ogni estensione può sempre essere divisa, ma piuttosto perché è composta di corpi che possono essere separati l’uno dall’altro, sebbene ciascuno sia esso stesso indivisibile.

Il motivo di questa confusione tra corpo e materia è dovuto, dice Cordemoy, a un’eccessiva dipendenza dai sensi: “Abbiamo un’idea molto chiara dei corpi, e poiché sappiamo che sono sostanze estese, senza pensare chiaramente, uniamo a questa nozione che abbiamo del corpo a quella che abbiamo della materia. Prendendo una massa per un corpo, la consideriamo una sostanza, credendo che tutto ciò che vediamo sia solo l’estensione stessa. E poiché tutto ciò che vediamo di esteso è divisibile, uniamo così la nozione di ciò che è esteso alla nozione di ciò che è divisibile, in modo tale che riteniamo divisibile tutto ciò che è esteso” (1968, 97). Essendo i corpi troppo piccoli per essere percepiti, possiamo essere indotti in errore nel pensare che un insieme di corpi, cioè la materia, sia la vera sostanza estesa, e dalla divisibilità della materia arrivare a concludere, erroneamente, che la sostanza materiale dunque è divisibile.

Cordemoy sostiene anche la possibilità di un vuoto, cioè uno spazio realmente vuoto e, come prima, la sua argomentazione si basa sulla sua comprensione del concetto di sostanza. Se abbiamo tre corpi contigui e quello nel mezzo viene distrutto in un istante, ci ritroveremo, afferma Cordemoy, con uno spazio vuoto tra i due corpi rimanenti (cioè, i due non si unirebbero insieme nell’immediato). Questi due corpi, essendo sostanze, sono metafisicamente indipendenti da ciò che accade agli altri corpi. Per Cordemoy, sostenere il contrario squalifica i corpi (gli atomi) dall’essere sostanze, in base a come egli intende il concetto di sostanza. Allo stesso modo, se si potesse rimuovere tutta la materia riempiendo un vaso, i lati del vaso, pace Cartesio e altri, non crollerebbe, secondo Cordemoy. I corpi che compongono i lati sono ciascuno a loro volta delle sostanze, e come tali sono ontologicamente indipendenti da ciò che accade agli altri corpi (perché, ancora una volta, se non lo fossero, non si qualificherebbero come sostanze).

Cordemoy conclude il Primo Discorso con una discussione su tre inconveniens, tre problemi di cui deve occuparsi la teoria del pieno [plenum] di Cartesio ma che l’atomismo di Cordemoy riesce ad evitare. Il primo comporta una distinzione tra due concetti, “indefinito” e “infinito”, che Cordemoy sostiene equivalgono alla stessa cosa: “Quando chiedo [ai cartesiani] se questa sostanza, che ritengono divisibile, sia divisibile all’infinito, cosa che mi sembra di comprendere dalle loro supposizioni, essi rispondono che non lo è, ma che è divisibile indefinitamente. Quando li supplicai di spiegarmi questa divisione indefinita, fui portato a comprenderla allo stesso modo in cui tutto il mondo comprende l’infinito” (1968, 99). Solitamente Cartesio era attento a distinguere tra ciò di cui non possiamo vedere o comprendere un fine, che chiamava “indefinito”, e ciò che sappiamo in maniera positiva essere senza limiti, che chiamava “infinito”. La divisibilità della materia è per Cartesio indefinita, mentre solo Dio si può giustamente dire infinito. L’obiezione di Cordemoy è che se “indefinito” e “infinito” equivalgono davvero alla stessa cosa – e secondo la spiegazione dei cartesiani stessi è così – allora “c’è qualcosa di inconcepibile” (ibid.) nell’affermare che i corpi sono divisibili ad infinitum, poiché ciò minaccerebbe il loro status di sostanze. (Chiaramente, tuttavia, questa obiezione funziona solo previa accettazione dell’atomismo di Cordemoy.)

Il secondo e il terzo inconveniens riguardano entrambi la teoria di Cartesio sull’individuazione dei corpi fisici. Per Cartesio i corpi sono individuati in termini di movimento: un corpo individuale è quella porzione di materia che si muove insieme, cioè che cambia posto rispetto ai corpi che gli sono vicini. La prima domanda di Cordemoy è come facciamo, secondo questa teoria, a individuare un corpo in quiete: “Secondo la loro dottrina, non si può concepire un corpo in quiete tra altri corpi, perché supponendo che li tocchi, questa dottrina insegna che insieme a essi costituisce un solo corpo. Eppure, mi sembra che abbiamo un’idea molto chiara e naturale di un corpo perfettamente in quiete tra altri corpi, dove nulla si muove, e ciò che dico di ciascun corpo si accorda perfettamente con questa idea” (1968, 99). Dunque, è la nostra concezione chiara di un corpo in quiete tra altri corpi, ma allo stesso tempo distinta da essi a segnalare dei guai per la teoria cartesiana. Cordemoy, d’altra parte, non ha problemi del genere, poiché secondo lui gli unici veri individui fisici sono i corpi/atomi; tutti gli altri “corpi” sono giustamente chiamati “materia”, e sono individui solo in un senso vago della parola.

Il terzo problema sollevato da Cordemoy riguarda un corpo che ha le sue diverse parti in movimento in direzioni diverse, come un albero e i suoi rami mossi dal vento. Secondo la definizione di individuo fisico di Cartesio, sembrerebbe che abbiamo un problema, poiché le diverse parti cambiano in modo diverso rispetto agli altri individui che sarebbero considerati suoi vicini. In tali casi, sembrerebbe seguire che “quando i corpi vicini lo spingono in punti diversi lungo linee opposte, lo divideranno in tanti modi quante le loro spinte” (ibid.). Come per la seconda obiezione, ciò viola l’idea chiara che abbiamo dell’oggetto in quanto cosa. E come prima, Cordemoy osserva che non si pone alcun problema del genere per il suo atomismo.

Cordemoy era, come accennato in precedenza, l’unico tra i seguaci di Cartesio ad accettare l’atomismo. Uno dei suoi critici più aspri fu il suo collega cartesiano Don Robert Desgabets, che accusava Cordemoy di rifornire i nemici di Cartesio, vale a dire i Gassendisti, anche loro degli atomisti. A Desgabets era stata inviata una copia del Discernement da Clerselier, e prontamente vi rispose con la sua Lettre écrite a M. Clerselier touchant les nouveaux raisonnements pour les atomes et le vide contenus dans le livre du discernement du corps et de l’âme. Oltre alla sua accusa di tradire la vera filosofia, Desgabets difese l’intelligibilità della distinzione indefinito/infinito e offrì diverse critiche alla posizione di Cordemoy. Egli osserva che in termini cartesiani, poiché la distanza è un modo, può esistere solo come modo di una sostanza. Così, ovunque abbiamo una distanza, essa deve essere una distanza di qualcosa, e poiché la distanza è espressa quantitativamente, qualcosa si può sempre dividere, anche se solo da Dio. La stessa linea di pensiero mostra l’impossibilità del vuoto: se si afferma che tra due punti c’è solo spazio vuoto, non c’è nulla che possa avere alcuna proprietà, compresa la lunghezza. Quindi, la lunghezza tra i due punti è una proprietà di che cosa? Cordemoy non ha risposto a Desgabets per iscritto, ma sembrerebbe che il benedettino abbia sollevato alcune questioni importanti per chiunque sostenga un atomismo fondato su una metafisica cartesiana.

 

3. Occasionalismo

Cordemoy è stato uno dei primi, se non il primo, a sostenere che la metafisica cartesiana porta all’occasionalismo, la teoria secondo cui Dio è l’unica vera causa attiva nel mondo. (Il Traité de l’esprit de l’homme et de ses facultez et fonctions, et de son union avec le corps di Louis de La Forge, il quale sosteneva anche l’occasionalismo su basi cartesiane, apparve pochi mesi prima del Discerniment, sebbene Cordemoy affermi di aver accettato l’occasionalismo già nel 1658 (1968, 145). È improbabile che Cordemoy o de La Forge si siano influenzati a vicenda.)

L’argomento di Cordemoy a favore dell’occasionalismo sull’interazione corpo-corpo appare nel Quarto Discorso del Discerniment (in seguito amplierà il suo occasionalismo di modo che copra tutte le “interazioni” nel mondo). Qui ci viene data una serie di definizioni e assiomi, e le conclusioni che ne derivano. Cordemoy inizia affermando come assiomi che (1) una cosa non ha di per sé (de soy) ciò che può essere perso senza cessare di essere ciò che è, e (2) i corpi possono perdere il loro movimento senza cessare di essere corpi. La conclusione che trae è che i corpi non hanno movimento di per sé (cioè, non possiedono la proprietà del movimento nella loro essenza), poiché continuano ad essere corpi quando non sono in movimento. Inoltre, un corpo non può fornire movimento a un altro. Questo non è affermato come uno degli assiomi da parte di Cordemoy, ma segue piuttosto dalla sua metafisica cartesiana, che considera il movimento come un modo o uno stato di un corpo, e non una qualità distinta da esso. In quanto tale un modo – cioè lo stesso identico modo – non può essere trasferito da un corpo all’altro.

Quanto al primo motore, non potrebbe essere esso stesso un corpo, poiché se lo fosse, dovrebbe avere il moto di sé stesso (dato che, come primo motore, in quale altro luogo potrebbe prenderlo?), e questo si è dimostrato impossibile per i corpi. Dunque, possiamo anche concludere che il primo motore non è un corpo. Ma dato che esistono solo due tipi di sostanze (terzo assioma di Cordemoy), corpi e menti, solo una mente rimane la candidata per essere il primo motore. Inoltre, è chiaro che le nostre menti (finite) non sono la fonte del movimento nei corpi. In primo luogo, le nostre menti non possono influenzare i nostri corpi in certe situazioni, o perché essi sono inerti rispetto a tale influenza (ad esempio, non posso volere che le cellule del mio fegato smettano di dividersi) o a causa della vecchiaia e delle malattie (ad esempio, un paralitico non può semplicemente convincersi a camminare). In secondo luogo, e degno di nota in quanto anticipa sia Malebranche che Hume, se ci limitiamo a ciò che osserviamo, non facciamo mai esperienza di una connessione causale, ma solo di una successione temporale tra le nostre volizioni in un dato momento e le azioni del nostro corpo in quello successivo. Terzo, se potessimo produrre movimento nei corpi solo volendolo, dice Cordemoy, ciò sconvolgerebbe il piano di Dio in riferimento alla quantità di movimento che Egli conserva nel mondo. Quindi, conclude, una volontà infinita deve essere il primo motore.

Sono il quarto e il quinto assioma di Cordemoy che, insieme a questa conclusione, ci conducono all’occasionalismo. Il quarto assioma afferma che muoversi è un’azione, e il quinto afferma che un’azione può essere portata avanti solo dall’agente che l’ha iniziata. Pertanto, la mente che avvia il movimento dei corpi, Dio, è lo stesso agente che continua il loro movimento nel presente. Come per coloro che non riescono a distinguere i corpi dalla materia, l’errore di coloro che pongono cause finite è quello di fare un’inferenza non supportata dalla loro esperienza sensoriale. Presentando un argomento che Malebranche e Hume avrebbero poi riecheggiato, Cordemoy dice: “Quando diciamo, per esempio, che il corpo B allontana il corpo A dalla sua posizione, se esaminiamo bene ciò che è riconosciuto per certo in questo caso, vedremo solo che quel corpo B è stato mosso, che ha incontrato C, che era in quiete, e che dopo questo incontro il primo ha smesso di muoversi [e] che il secondo ha cominciato a muoversi. Ma se riconosciamo che B ha dato parte del suo moto a C, questo è davvero solo un pregiudizio che deriva da ciò che non vediamo.” Con buon spirito cartesiano, Cordemoy afferma che è la ragione a indicare come deve essere il mondo e che l’accettazione acritica delle deliberazioni dei sensi porterà solo all’errore.

 

4. La mente e il corpo

Come le Meditazioni di Cartesio, il Discerniment contiene sei sezioni, e si conclude con delle discussioni sull’unione e sulla distinzione tra la mente e il corpo (anche se, mentre Cordemoy le affronta in quest’ordine, Cartesio, nella VI Meditazione affronta prima la distinzione e poi la natura di tale unione). Ma a differenza di Cartesio, che si era dilungato per argomentare che la natura della mente è il pensiero, il Quinto Discorso di Cordemoy lo accetta come un dato di fatto. Inoltre, Cordemoy non fornisce un argomento a favore dell’idea che la mente e il corpo formano un’unione sostanziale, ma fornisce un esempio per mostrare che sono uniti: quello del corpo che si muove quando la mente lo desidera. In effetti, l’unione è definita attraverso questo tipo di interazione: dire che mente e corpo sono uniti significa semplicemente sostenere che interagiscono tra di loro. (Quindi, la questione se il problema dell’unione mente-corpo sia distinto da quello dell’interazione mente-corpo, che è stato molto discusso negli studi di Cartesio, non si pone per Cordemoy.) Il Quinto Discorso contiene anche l’espansione di Cordemoy del suo occasionalismo per coprire l’interazione tra la mente e il corpo. L’attività di Dio qui è richiesta sulla base del fatto che, poiché l’unione è definita in termini di interazione di sostanze essenzialmente distinte con essenze che si escludono a vicenda, dobbiamo cercare al di fuori di tale unione per rendere conto della capacità di una sostanza di apportare cambiamenti nell’altra.

L’ultimo dei sei discorsi che compongono il Discerniment affronta la questione della distinzione tra la mente e il corpo, nonché l’argomento secondo cui l’esistenza della mente è conosciuta più correttamente dell’esistenza del corpo (ma si noti: non è che la natura della prima è conosciuta più correttamente della natura della seconda, come aveva affermato Cartesio) e un glossario degli affetti della mente, del corpo e dell’unione mente-corpo. Il primo argomento di Cordemoy a favore della distinzione prende piede da un elenco di una serie di caratteristiche dei corpi, contrapposte ad un elenco di caratteristiche delle menti. Vedendo che ciò che è più fondamentale per il corpo è assente dall’elenco delle proprietà della mente, e viceversa, egli conclude che così “abbiamo motivo di giudicare che sono due cose completamente diverse” (1968, 153).

Cordemoy utilizza un secondo argomento a favore di questa distinzione, che, sebbene molto meno rigoroso di quello di Cartesio, segue nello spirito l’argomento del Discorso sul metodo facendo appello al dubbio: “Vedo anche che quando desidero dubitare di tutto ciò che so, quando penso ai corpi, non posso allo stesso tempo dubitare del mio pensiero. Perché sia ​​falso, se vuoi, che ci sono dei corpi nel mondo; non può essere che non vi siano dei pensieri, visto che io penserei. Come potevo credere che il mio pensiero potesse essere la stessa cosa che chiamo “corpo”? Posso supporre che non ci siano corpi, e non posso supporre di non pensare, essendo la supposizione stessa un pensiero. Così, so anzitutto che l’anima, o ciò che pensa, è diversa dal corpo” (1968, 153). Cordemoy prosegue sostenendo in maniera analoga che può essere certo dell’esistenza della sua mente, ma che l’esistenza del suo corpo, e di tutti gli altri corpi, deve essere considerata un oggetto di fede.

 

5. Linguaggio e discorso

Sebbene sia nel Discerniment che troviamo le basi della filosofia di Cordemoy, è stato il suo Discours physique de la parole ad essere maggiormente identificato con le sue idee. (A differenza del Discerniment, il Discours è stato tradotto in inglese durante la vita di Cordemoy.) Il Discours si apre con la domanda sulle altre menti: mentre io so di essere una cosa pensante, come posso essere certo che gli altri esseri umani lo siano – non potrebbero essere degli automi senza cervello che si comportano solo come se dietro il loro comportamento ci fossero dei pensieri intelligenti? Seguendo Cartesio, Cordemoy afferma che è l’uso del linguaggio da parte di altri esseri umani, sia nella sua complessità che nella sua creatività, ad assicurarmi che essi hanno una mente, in quanto tale comunicazione non può essere spiegata solo attraverso dei principi meccanici. Cordemoy conclude poi questa discussione, dicendo: “Ora che non mi è più possibile dubitare che i corpi che somigliano ai miei siano uniti alle anime, e poiché sono sicuro che ci sono altri uomini oltre a me, penso che dovrei guardare con attenzione a ciò che resta da sapere sulla parola” (1968, 209). Il resto dei Discours è occupato da questa indagine.

L’uso “vero” del linguaggio, in contrapposizione alla mera produzione di suoni, è secondo Cordemoy una questione di “dare segni ai propri pensieri” (1968 196). Il linguaggio è per lui un sistema artificiale di segni, il cui scopo è quello di comunicarci l’un l’altro i nostri pensieri, di cui le parole sono le sue rappresentazioni. È l’aspetto creativo del linguaggio che richiede la presenza di un’anima razionale. Il discorso autentico richiede due cose, dice Cordemoy: “la formazione della voce, che può venire solo dal corpo, e il significato o l’idea ad essa collegata, che può venire solo dall’anima” (1968, 198). Tuttavia, mentre c’è bisogno di un’anima per impegnarsi a quello che sarebbe giustamente chiamato uso del linguaggio “genuino”, la capacità di emettere suoni può essere spiegata su basi interamente meccanicistiche (la spiegazione è per Cordemoy molto simile a quella di come gli strumenti musicali producono il suono). In questo modo la produzione del suono è come l’alimentazione, la circolazione e la respirazione, nessuna delle quali, come credeva anche Cartesio, richiede un’anima, ma che risultano invece da una corretta disposizione dei propri organi. Per quanto riguarda animali come i pappagalli che non solo emettono suoni, ma pronunciano parole, Cordemoy afferma che il “ritorno delle parole” non è segno che queste creature possiedono un’anima, non più di quanto l’eco di un canyon implichi che le rocce ne abbiano una. A testimonianza del significato dello studio del linguaggio di Cordemoy, uno studioso ha scritto che egli “raccolse uno degli argomenti di Cartesio – che si basava sulla mancanza di un vero discorso tra gli animali – e lo sviluppò completamente; in modo così completo, infatti, che dopo Cordemoy si è prestata pochissima attenzione alla questione, come se gli autori successivi considerassero questa l’ultima parola sull’argomento” (Rosenfield 1968, 40).

 

Bibliografia

Testi primari

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Studi a scelta e discussioni critiche

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Strumenti accademici

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Altre risorse in Internet

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