Atti linguistici [DRAFT]

Traduzione di Francesco Pesci.

Revisione di Angelo Trocchia, pagina originale di Mitchell Green. 

Versione: Autunno 2022 (aggiornata). 

The following is the translation of Mitchell Green’s entry on “Speech Acts” in the Stanford Encyclopedia of Philosophy. The translation follows the version of the entry in the SEP’s archives at https://plato.stanford.edu/archives/fall2022/entries/speech-acts/ . This translated version may differ from the current version of the entry, which may have been updated since the time of this translation. The current version is located at <https://plato.stanford.edu/entries/speech-acts>. We’d like to thank the Editors of the Stanford Encyclopedia of Philosophy for granting permission to translate and to publish this entry on the web.

Nelle nostre conversazioni quotidiane non siamo sintonizzati in primo luogo sulle frasi che pronunciamo, quanto piuttosto sugli atti linguistici che compiamo per mezzo di quegli enunciati: richieste, avvisi, inviti, promesse, scuse, predizioni e così via. Questi atti sono gli elementi basilari della vita comunicativa, ma sono diventati oggetto di un’indagine sostenuta, almeno nel mondo anglofono, soltanto nella seconda metà del ventesimo secolo. [1] A partire da quel periodo “la teoria degli atti linguistici” è diventata influente non solo in filosofia, ma anche in linguistica, psicologia, teoria del diritto, intelligenza artificiale, teoria letteraria, e pensiero femminista tra le altre discipline accademiche. [2] Il riconoscimento dell’importanza degli atti linguistici ha portato alla luce la capacità del linguaggio di fare altre cose oltre a descrivere la realtà. Nel corso di questo processo i confini tra filosofia del linguaggio, filosofia dell’azione, estetica, filosofia della mente, filosofia politica, ed etica sono diventati meno netti. In aggiunta, l’apprezzamento degli atti linguistici ha aiutato a mettere a nudo la struttura normativa implicita nella pratica linguistica, inclusa quella che ha a che fare con la descrizione della realtà. Molta della ricerca recente punta a una accurata caratterizzazione di questa struttura normativa sottesa alla pratica linguistica.

 

1. Introduzione

La teoria delle descrizioni di Russell fu un paradigma di riferimento per molti filosofi del ventesimo secolo. Una ragione ne fu il fatto che suggeriva un modo di rispondere ad alcuni problemi filosofici di vecchia data mostrando che si trattava di problemi apparenti. Russell sosteneva che frasi come “l’attuale re di Singapore è calvo” e “il quadrato tondo è impossibile” possiedono alcune caratteristiche grammaticali superficiali che ci ingannano sulla loro struttura logica sottostante. Nel sostenere questo, Russell mostrò come tali frasi possono essere dotate di significato senza che ciò ci obblighi a postulare entità quali l’attuale re di Singapore o il quadrato tondo. Molti filosofi appartenenti a quello che divenne noto come il movimento del linguaggio ordinario furono ispirati da queste scoperte e sostennero che i classici problemi filosofici (per esempio il libero arbitrio, la relazione mente-corpo, la verità, la natura della conoscenza, del giusto e dello sbagliato) posavano analogamente su un fraintendimento del linguaggio in cui quei problemi venivano posti. In Come fare cose con le parole, J. L. Austin per esempio scrive,

Ma ora, in anni recenti, molte cose, che una volta sarebbero state accettate senza problemi come «asserzioni» sia dai filosofi che dagli studiosi di grammatica, sono state esaminate con attenzione nuova. […] Si è giunti a ritenere comunemente che molti enunciati che sembrano asserzioni non sono affatto intesi, o lo sono solo in parte, a riportare o comunicare semplici informazioni riguardo ai fatti […] Lungo queste linee è stato ormai a poco a poco dimostrato, o perlomeno fatto sembrare verosimile, che molte confusioni filosofiche tradizionali sono nate attraverso un errore – l’errore di considerare come pure e semplici asserzioni di fatto enunciati che sono o (in interessanti modi non-grammaticali) privi di senso oppure intesi come qualcosa di alquanto diverso. Qualunque cosa possiamo pensare di ognuna di queste idee e proposte […] non v’è dubbio che esse stanno producendo una rivoluzione in filosofia (Austin, 1962, p.1-2, ed. it. Come fare cose con le parole, Marietti 2005, pp. 7-8)

Il movimento del linguaggio ordinario, con l’affermazione generale che il significato di un’espressione dovrebbe essere equiparato al suo uso, e il desiderio di superare le perplessità filosofiche tradizionali, non è culminato in quella rivoluzione di cui parla Austin. Cionondimeno una delle sue eredità durevoli è la nozione di atto linguistico.

Un modo per apprezzare le caratteristiche distintive degli atti linguistici è di porli in contrasto con altri fenomeni ben definiti in filosofia del linguaggio e linguistica. In questa voce considereremo le relazioni tra atti linguistici e: semantica, contenuto, modo grammaticale, significato del parlante, linguaggi logicamente perfetti, perlocuzioni, performativi, presupposizioni e implicature.  Questo ci permetterà di collocare gli atti linguistici nella loro nicchia ecologica.

 

2. Contenuto, forza e come il dire possa essere un fare

Mentre un atto di discorso è ogni atto di enunciazione [3] di parole dotate di significato, “atto linguistico” è un termine tecnico. Come prima approssimazione, possiamo dire che gli atti linguistici sono quegli atti che possono essere (ma non è necessario che siano) compiuti dicendo che lo si sta facendo. In base a questa concezione, dimettersi, promettere, affermare e chiedere sono tutti atti linguistici, mentre convincere, insultare e crescere di sei pollici non lo sono. Ci si può per esempio dimettere dicendo “mi dimetto…”, sebbene ci si possa dimettere anche senza dire che lo si sta facendo. Tuttavia, questa concezione è troppo inclusiva, poiché include anche il sussurrare come un atto linguistico, sebbene si possa sussurrare una sequenza di parole senza senso senza intendere nulla. Una caratterizzazione più accurata degli atti linguistici si può costruire a partire dalla nozione di Grice di significato del parlante. Questa nozione è discussa più avanti nella sezione 5, ma per il momento è sufficiente notare che nel guardare il mio orologio, può darsi che stia cercando di leggere l’ora; oppure può darsi che stia cercando di segnalarti che è ora di andare. Il secondo (ma non il primo) è un caso di significato del parlante.

Di conseguenza, un atto linguistico è un atto che può essere compiuto nel voler dire, da parte del parlante, che lo si sta compiendo. Questa concezione include ancora il dimettersi, il promettere, l’affermare e il chiedere come atti linguistici, mentre esclude il convincere, l’insultare e il sussurrare. Questa definizione lascia aperta sia la possibilità che gli atti linguistici siano compiuti senza uso di parole, sia la possibilità di atti linguistici compiuti senza dire che li si sta compiendo. La nostra caratterizzazione di atto linguistico cattura questo aspetto enfatizzando il significato del parlante anziché il pronunciamento di parole.

Gli atti linguistici sono quindi da distinguere anche dai performativi. “Performativo” è un altro termine tecnico, ed è usato qui per riferirsi anzitutto a un genere di frase. Una frase performativa è in prima persona, al tempo presente, modo indicativo, voce attiva, e descrive il proprio parlante che compie un atto linguistico. “Affermo che George è il colpevole”, è un performativo secondo questo test. Inoltre, poiché si tratta solo di un tipo di frase, si può enunciare un performativo senza compiere un atto linguistico. Per esempio, se parlo nel sonno potrei dire “prometto quindi di scalare la Torre Eiffel”, senza per questo fare nessuna promessa. Possiamo anche definire un enunciato performativo come l’enunciazione di una frase performativa che è anche un atto linguistico. [4]

Altra nomenclatura: “atto linguistico” e “illocuzione” saranno usati come sinonimi. Il secondo termine si deve a Austin, che ha usato “forza illocutoria” per riferirsi a una dimensione degli atti comunicativi. (Oggi è anche comune usare “illocute” [in inglese N.d.T.] come verbo col significato di “compiere un atto linguistico”.) La ragione per cui Austin usa il termine “forza” prende le mosse dall’osservazione che il valore comunicativo di un atto, se lo pensiamo in termini di comportamento osservabile, può essere sottodeterminato da ciò che viene detto o fatto. Mi inchino profondamente davanti a te. Per quanto tu ne sappia non sai se ti sto rendendo i miei omaggi, reagendo a un’indigestione o cercando una lente a contatto un po’ ribelle. Analogamente, una frase dotata di significato (che Austin chiama atto locutorio) come “sarai più puntuale in futuro” può lasciare il dubbio se si tratti di una predizione, un comando o perfino una minaccia. La domanda colloquiale, “qual è la forza di quelle parole?” è spesso usata per suscitare una risposta. Nel fare una domanda del genere indichiamo di riconoscere il significato delle parole, ma cerchiamo di sapere come quel significato debba essere accolto – se come una minaccia, una predizione o un comando.

O così sembra. In una delle prime obiezioni a Austin, Cohen (1964) sostiene che la nozione di forza illocutoria sia oziosa, ammesso che abbiamo già a disposizione la nozione di significato della frase (il significato locutorio di Austin). Cohen sostiene che per una frase performativa come “prometto di leggere quel romanzo”, il suo significato garantisce già che si tratta di una promessa. D’altro lato, per una frase che non è un performativo, come “leggerò quel romanzo”, se è compresa come se fosse usata per fare una promessa, allora la promessa è implicita nel significato della frase. In ogni caso, Cohen conclude, il significato già garantisce la forza e perciò non richiede un’altra nozione extra-semantica a garanzia.

Il ragionamento di Cohen assume che ogni enunciato di “prometto di leggere quel romanzo” è una promessa. Ma come abbiamo visto con il caso di chi parla nel sonno, né una frase, né l’enunciare una frase sono sufficienti di per sé per la messa in atto di un atto linguistico, sia esso una promessa o altro. In uno spirito simile a quello di Cohen, Searle (1968, p. 407) osserva che un enunciato serio e letterale di “prometto di leggere quel romanzo” fatto in quelle che chiama “condizioni di successo dell’enunciato”, conta anche come una promessa. Searle conclude da questo che alcuni atti locutori sono anche atti illocutori, e ne deduce che per alcune frasi, il loro significato locutorio determina la loro forza illocutoria. Quest’ultima inferenza, tuttavia, è un non sequitur. Come abbiamo visto, il summenzionato significato di una frase non determina la forza illocutoria con la quale è enunciato. Piuttosto, quando la frase è enunciata in tal modo da costituire una promessa, ciò che determina la forza è il significato della frase insieme a fattori quali il fatto che il parlante è serio e altre condizioni contestuali.

Possiamo quindi essere d’accordo con Searle che alcuni atti locutori sono anche atti illocutori, senza perdere di vista la nostra osservazione precedente che il significato locutorio sotto-determina la forza illocutoria. Questo aspetto riguardo la sottodeterminazione è implicato dalla tesi di Davidson sull’autonomia del significato linguistico, secondo la quale ogni parte di linguaggio che ha acquisito un significato convenzionale, può essere usata per una varietà di scopi extra-linguistici (Davidson, 1979). Green 1997 argomenta a favore di una qualificazione della tesi di Davidson che riguarda il riconoscimento di frasi che hanno la caratteristica che, se sono usate in un qualunque atto linguistico, allora c’è almeno un’altra forza illocutoria che il loro enunciato deve possedere. Anche in vista di questa versione qualificata della tesi dell’autonomia, il massimo che può esser detto di “prometto di scalare la Torre Eiffel” è che è designata per essere usata per fare una promessa, allo stesso modo in cui i nomi comuni sono designati per riferirsi alle cose e i predicati sono designati per caratterizzare le cose a cui ci si riferisce. Più avanti (sezione 6.3) considereremo la concezione per cui la forza è una componente del significato, sebbene non del significato di una frase. [5]

2.1 L’indipendenza di forza e contenuto

Torniamo dunque a delucidare la distinzione tra ciò che il parlante dice e la forza del suo enunciato. Si ritiene comunemente che una frase grammaticale composta da parole dotate di significato esprima un “contenuto”, che è determinato da ciò che quella frase significa letteralmente e da altre caratteristiche del contesto di enunciazione. Supponiamo che dica a qualcuno in una metropolitana affollata, “mi sta pestando il piede”. Sto molto probabilmente cercando di trasmettere il messaggio che dovrebbe spostarsi. Tuttavia, ciò che dico letteralmente è solamente che l’interessato mi sta pestando il piede. Molti, se non la maggior parte, degli enunciati di frasi grammaticali composte da parole dotate di significato esprimono più dei contenuti di quelle frasi. I pragmatisti [in filosofia del linguaggio N.d.T.], tuttavia, comunemente distinguono il contenuto da altri aspetti del significato comunicato da un enunciato. Secondo questo modello, due frasi inter-traducibili di due linguaggi diversi esprimeranno lo stesso contenuto, e alcune trasformazioni di quella frase in uno stesso linguaggio esprimeranno comunemente lo stesso contenuto. Così, “Mary ha visto John”, e “John è stato visto da Mary”, esprimeranno lo stesso contenuto anche se l’uso di una o dell’altra frase trasmetterà una sfumatura diversa. Per frasi al modo indicativo, questi contenuti sono tipicamente chiamati Proposizioni. (in ciò che segue userò il termine con la maiuscola per indicare che è in parte un termine tecnico.) Le Proposizioni, quindi, sono i contenuti di frasi al modo indicativo, sono ciò che quelle frasi esprimono e, inoltre, sono spesso considerati i portatori primari di valore di verità.

La forza illocutoria e il contenuto semantico sono spesso distinti l’uno dall’altro, non solo nel senso in cui la nostra mano destra e quella sinistra sono distinte, ma anche per il fatto di appartenere a due categorie diverse. Stenius 1967 delucida questa distinzione, notando che in chimica un radicale è un gruppo di atomi normalmente incapace di esistenza indipendente, mentre un gruppo funzionale è quel raggruppamento di atomi in un certo composto che è responsabile di alcune proprietà di quel composto. Analogamente, una Proposizione è comunicativamente inerte. Per esempio, esprimere semplicemente la Proposizione che sta nevicando non è fare una mossa in un “gioco linguistico”, Una tale mossa è fatta soltanto nel presentare la Proposizione con una forza illocutoria come l’asserzione, la congettura, il comando, etc. L’analogia con la chimica guadagna ulteriore supporto dal fatto che così come il chimico può isolare i radicali in comune tra vari composti, lo studente del linguaggio può isolare un elemento comune tra “la porta è chiusa?”, “chiudi la porta!”, e “la porta è chiusa”. Questo elemento comune è la Proposizione che la porta è chiusa, messa in questione nella prima frase, richiesta di esser resa vera nella seconda, e asserita nella terza. Secondo l’analogia chimica, dunque:

Forza illocutoria : contenuto Proposizionale = gruppo funzionale : radicale

Alla luce di questa analogia possiamo vedere, seguendo Stenius, che così come il raggruppamento di un insieme di atomi non è esso stesso un altro atomo o un insieme di atomi, così anche la presentazione di una Proposizione con una particolare forza illocutoria non è essa stessa una componente aggiuntiva del contenuto Proposizionale.

Con l’incoraggiamento dell’analogia chimica, una tesi diventata centrale nello studio degli atti linguistici è quella secondo cui il contenuto può rimanere fisso, mentre la forza varia. La forza di un enunciato sottodetermina anche il proprio contenuto: dal semplice fatto che un parlante fa una promessa non possiamo dedurre che cosa ha promesso di fare. Per questi motivi gli studiosi degli atti linguistici sostengono che un dato atto comunicativo può essere analizzato in due componenti: la forza e il contenuto. Mentre la semantica studia il contenuto degli atti comunicativi, la pragmatica ne studia la forza.

La distinzione forza/contenuto trova dei paralleli nella comprensione della mente. Gli atti linguistici non sono solamente delle mosse in un “gioco linguistico”. Spesso mirano a esprimere stati mentali con delle proprietà strutturali analoghe. Un’asserzione che sta nevicando mira a esprimere la credenza del parlante che sta nevicando. Una promessa di leggere Middlemarch mira a esprimere l’intenzione del parlante di leggere Middlemarch. Possiamo trovare evidenza di queste relazioni nel fatto che sarebbe in qualche modo assurdo dire, “sta nevicando, ma non credo che stia nevicando”, e “prometto di leggere Middlemarch, ma non ho nessuna intenzione di leggerlo”. [6] Inoltre, così come possiamo distinguere tra l’asserire e ciò che è asserito (la cosiddetta “ambiguità re/to” per verbi come “asserire”), e il promettere da ciò che è promesso, possiamo altrettanto distinguere tra la stato mentale di credere da ciò che è creduto, e lo stato (o atto) mentale di intendere da ciò che è inteso. Searle 1983 delinea delle analogie strutturali tra gli atti linguistici e gli stati mentali che esprimono. Pendelbury 1986 spiega in breve i meriti di un tale approccio.

Nonostante queste analogie strutturali, ci possiamo ancora chiedere perché una delucidazione della nozione di forza sia importante per una teoria della comunicazione. Che A è una componente importante della comunicazione, e che A sottodetermina B non giustificano la conclusione che B è una componente importante della comunicazione. Il contenuto sottodetermina anche il livello di decibel al quale parliamo, ma questo non giustifica l’aggiunta del decibel al nostro repertorio di concetti centrali per la pragmatica o la filosofia del linguaggio. Perché la forza dovrebbe meritare maggiormente l’ammissione a questo insieme di concetti centrali al posto del decibel? Una ragione per questa asimmetria è che la forza, ma non il decibel sembra essere una componente del significato del parlante: la forza è una caratteristica non di ciò che è detto ma di come ciò che è detto viene inteso; il livello di decibel, al contrario, è al massimo una caratteristica del modo in cui qualcosa viene detto. Questo punto sarà sviluppato nella Sezione 5 più avanti.

Ci siamo espressi fino a questo punto come se i contenuti degli atti linguistici debbano essere Proposizioni, e in effetti Searle analizza tipicamente gli atti linguistici come se avessero la forma F(p) (p.es., 1975, p. 344), dove “F” è la forza e “p” il contenuto Proposizionale. Tuttavia negli ultimi due decenni la semantica linguistica ha sviluppato delle rappresentazioni formali degli altri due principali modi grammaticali oltre all’indicativo, ossia l’interrogativo e l’imperativo. Secondo le analisi di Hamblin (1958), Bell (1975), Pendlebury (1986) e altri una strategia possibile per la semantica degli interrogativi è quella di costruirli come se esprimessero insiemi di proposizioni anziché una proposizione singola, dove ogni elemento dell’insieme è una risposta completa alla domanda in oggetto. Perciò il contenuto espresso da “quante porte sono chiuse?” sarà {<nessuna porta è chiusa>, <una porta è chiusa>, … } dove il vuoto sarà riempito da tante Proposizioni quante è ragionevole attribuire all’interpretazione della domanda fatta dal parlante. Chiamiamo questo insieme Interrogativo. Una risposta completa a un Interrogativo è un elemento dell’insieme da cui è definito; una risposta parziale è un sottoinsieme che contiene due o più membri, come sarebbe espresso naturalmente dalla frase “sono chiuse dalle due alle quattro porte”. In base a questa concettualizzazione, così come possiamo distinguere tra esprimere e asserire un contenuto Proposizionale, allo stesso modo possiamo distinguere tra esprimere un Interrogativo e fare una domanda. Esprimiamo un Interrogativo in una frase come “John si chiede quante porte sono chiuse”. In effetti, un singolo enunciato può esprimere due Interrogativi senza chiederne alcuno, come in “quante porte sono chiuse dipende da quanti clienti stanno provando i vestiti”. Fare una domanda non è una mossa nella conversazione meno sostanziale del fare un’asserzione.

Similmente, il lavoro di Hamblin (1987), Belnap (1990), Portner (2004) e altri suggerisce un’analisi semantica per il modo imperativo: secondo un approccio l’imperativo esprime una proprietà e, quando un parlante impartisce un imperativo che il destinatario accetta, quella proprietà è aggiunta alla sua “lista delle cose da fare”, un parametro di ciò che più tardi chiameremo lo score conversazionale (Sezione 7).

Alla luce di questa complessiva liberalizzazione della nozione di contenuto che permette di render conto dei contenuti delle frasi non-indicative, possiamo rivisitare l’analogia chimica di Stenius come segue:

Forza illocutoria : contenuto della frase  = gruppo funzionale : radicale

con l’intendimento che i diversi tipi di contenuto della frase corrisponderanno ai diversi modi grammaticali. Questa analogia rivista richiederà a sua volta l’esistenza di diversi tipi di radicali. [7]

2.2 Dire può essere fare?

In alcuni casi possiamo far sì che qualcosa sia il caso dicendo che lo sia. Ahimè, non posso perdere dieci libbre dicendo che le sto perdendo, né posso persuaderti di una affermazione dicendo che ti sto persuadendo. D’altro canto posso prometterti di incontrarti domani enunciando le parole, “prometto di incontrarti domani”, e se ho l’autorità per farlo, posso anche nominarti a un ufficio dicendo, “ti nomino”. (posso anche nominarti senza rendere la forza del mio atto esplicita: potrei semplicemente dire, “sei ora tesoriere della società”.) Solo un’autorità appropriata, parlando al tempo e nel luogo appropriati, può: battezzare una nave, dichiarare una coppia sposata, nominare qualcuno per una carica amministrativa, dichiarare il procedimento aperto o revocare un’offerta. Austin, in Come fare cose con le parole, espone in dettaglio le condizioni che devono essere soddisfatte perché un atto linguistico sia compiuto con felicità.

I fallimenti di felicità si dividono in due classi: colpi a vuoto e abusi. I primi sono i casi in cui il putativo atto linguistico non viene messo in atto affatto. Se enuncio di fronte alla Queen Elizabeth II, “dichiaro che questa nave è la Noam Chomsky”, non ho dato il nome a nulla con successo perché non ho l’autorità per farlo. Il mio atto va quindi a vuoto poiché ho compiuto un atto di linguaggio senza aver compiuto un atto linguistico. Altri tentativi di atti linguistici possono andare a vuoto perché il destinatario non risponde con l’accettazione  [uptake] appropriata: non posso scommettere 100$ con te su chi vincerà le elezioni se tu non accetti la scommessa. Se non accetti la scommessa, allora ho cercato di scommettere ma non ci sono riuscito. Come vedremo nella sezione 9, una indisponibilità sistematica da parte degli interlocutori del parlante a rispondere con l’accettazione richiesta può compromettere la libertà di parola del parlante.

Alcuni atti linguistici possono essere portati a compimento – cioè non andare a vuoto – e purtuttavia non soddisfare pienamente le condizioni di felicità appropriate. Posso prometterti che ci incontreremo domani a pranzo, ma non avere alcuna intenzione di dare seguito alla promessa. In questo caso ho effettivamente fatto una promessa, ma l’atto non è felice perché ero insincero. Più precisamente, il mio atto è un abuso poiché, sebbene sia un atto linguistico, non soddisfa gli standard appropriati per questo genere di atti. La sincerità è infatti una condizione paradigmatica per la felicità degli atti linguistici. Austin immaginò lungo queste linee un programma di ricerca in cui migliaia di tipi di atti linguistici fossero studiati in dettaglio, fornendo le condizioni di felicità di ognuno.

Come osservato da Sbisà 2007, non solo posso compiere un atto linguistico come parlante che intende che lo stia facendo, ma posso anche successivamente revocare quell’atto. A quanto pare non possiamo cambiare il passato e perciò nulla di quanto possa fare di mercoledì cambierà il fatto che ho fatto una promessa di lunedì. Tuttavia, posso ritirare di mercoledì un’asserzione che ho fatto di lunedì. Non posso certo ritirare un pugno o un rumore emesso con la bocca; il massimo che posso fare è scusarmi per uno di questi atti e, forse, farmi perdonare. In contrasto, non solo posso scusarmi o farmi perdonare per un’affermazione di cui mi rammarico; posso anche ritirarla. Allo stesso modo tu puoi permettermi, il mercoledì, di revocare la promessa che ho fatto di lunedì. In entrambi questi casi di affermazione e promessa, quindi, non sono più legato agli impegni generati dagli atti linguistici, nonostante il passato sia immutabile. Così come si può, nelle circostanze appropriate, compiere un atto linguistico come parlante che vuole dire che lo sta facendo, così, alle condizioni giuste, si può revocare tale atto.

2.3 Teorie della performatività

Austin ha notoriamente negato che i performativi siano asserzioni (1962, p.6 [p. 10 nell’edizione italiana]). Questo può significare o i) negare che le frasi performative, anche quando sono all’indicativo, abbiano un valore di verità, oppure ii) negare che gli enunciati di frasi performative, anche quando abbiano un valore di verità, siano delle asserzioni. Si può coerentemente sostenere che una frase indicativa abbia un valore di verità, e anche che sia pronunciata in modo da dire qualcosa di vero, e al contempo negare che questo enunciato sia un’asserzione. (Mentre sto verificando che il microfono funzioni in una stanza senza finestre dico “sta piovendo”, e si dà il caso che fuori stia piovendo. Ho detto qualcosa di vero ma non ho fatto alcuna asserzione.)

Lemmon 1962 sostiene che gli enunciati performativi sono veri poiché sono casi di una più ampia classe di frasi la cui enunciazione garantisce la loro verità. Se corretto, questo argomento mostrerebbe che i performativi hanno un valore di verità, ma non che sono asserzioni. Lascerebbe anche senza risposta la domanda sul perché alcune frasi-verbo tipo “prometto” possono essere usate performativamente mentre altre no. Anche Sinnott-Armstrong 1994 sostiene che i performativi abbiano un valore di verità tralasciando la questione se siano usati per fare asserzioni. Reimer 1995 sostiene che mentre i performativi hanno un valore di verità, non sono anche asserzioni. Adottando una strategia simile, Jary 2007 tenta di spiegare come gli enunciati di frasi come “ti ordino di pulire la cucina”, possano riuscire a essere degli ordini. Nel fare questo si appoggia all’analisi di Green 2007, dove si mostra che tali enunciati mostrano (piuttosto che descrivono) la forza dell’enunciato del parlante. Poiché “mostrare” è un fattivo, se un tale enunciato mostra la propria forza, allora deve avere quella forza.

La maggior parte delle obiezioni a Austin, tuttavia, solitamente costruisce i performativi come asserzioni e tenta di spiegarne le proprietà sotto questa luce. Ginet 1979 sostiene che i verbi performativi (“prometto”, “nomino”, etc.) indicano i tipi di atti che si possono compiere nell’asserire che lo si sta facendo, e elabora una spiegazione del perché. In questo modo egli offre un resoconto del funzionamento dei performativi che dipende dall’assunto che gli enunciati di performativi sono asserzioni. Partendo dallo stesso assunto, Bach 1975 sostiene che “ti ordino di pulire la cucina” è un’asserzione, e procede a spiegare su questa base come il parlante stia anche indirettamente impartendo un ordine. Questa spiegazione dipende dall’abilità del parlante di fare affidamento sulla capacità del destinatario di discernere le intenzioni comunicative del parlante. In lavori successivi, come Bach e Harnish 1978 e 1992, questa visione è rifinita con la nozione di standardizzazione, secondo cui la pratica sufficientemente diffusa di fare asserzioni con effetti performativi permette a parlanti e ascoltatori di aggirare il ragionamento inferenziale complesso e saltare direttamente alla conclusione che l’illocuzione è compiuta. Reimer 1995 pone un problema a Bach e Harnish osservando che gli ascoltatori non sembrano attribuire forza assertoria alle frasi indicative con effetti performativi enunciate dai parlanti; la sua critica si applica evidentemente anche alla proposta di Ginet. Reimer sostiene invece che gli enunciati performativi poggiano su dei sistemi di “convenzioni illocutorie” per il raggiungimento dei loro effetti performativi.

Searle 1969, p. 62-4, ha provato a sostenere che una formula performativa come “prometto di…” è un indicatore di forza illocutoria nel senso che si tratta di un dispositivo il cui ruolo è quello di rendere esplicita la forza dell’enunciato del parlante. L’idea di rendere qualcosa esplicito, tuttavia, sembra che comporti la descrizione di un evento o di uno stato di cose indipendente e il risultato è che la spiegazione di Searle presuppone che i parlanti possano infondere ai propri enunciati la forza di una destituzione o di una scomunica; e tuttavia questo è proprio il fenomeno di cui stavamo cercando una spiegazione. Essendosi resi conto di ciò, Searle e Vanderveken (1985) caratterizzano i performativi come atti linguistici che hanno la forza di dichiarazioni: esempi non controversi di questi atti linguistici sono il dichiarare guerra e l’aggiornare una riunione. Searle 1989 riconosce che questa spiegazione ci spinge indietro alla domanda su come certe espressioni possano avere il potere di fare delle dichiarazioni. Nello stesso lavoro offre una risposta basata sulla visione che nell’enunciare una frase con un prefisso performativo, un parlante manifesta un’intenzione di compiere un atto di un certo tipo: nel pronunciare le parole “ti ordino di chiudere la porta”, manifesto un’intenzione di ordinarti di chiudere la porta, etc. Searle assume anche che manifestare un’intenzione di compiere un atto linguistico è sufficiente al compimento di quell’atto. Su questa base Searle cerca di derivare la natura assertoria dei performativi sostenendo che quando sono enunciati in modo tale da dire qualcosa di vero sono anche asserzioni.

 

3. Aspetti della forza illocutoria

Austin distingue gli atti illocutori in cinque categorie: verdettivi (in cui un parlante dà un verdetto, p.es., assolvere o diagnosticare), esercitivi (in cui i parlanti esercitano un potere, un diritto o un’ascendenza, p.es. scomunicare o dare le dimissioni), commissivi (in cui i parlanti si impegnano in certe cause o in certi corsi d’azione, p.es. promettere e scommettere), comportativi (riguardanti gli atteggiamenti e i comportamenti sociali, p.es. chiedere scusa e fare un brindisi), e gli espositivi (in cui i parlanti chiariscono come i propri enunciati si inseriscano nel filo del ragionamento, p.es. postulare e definire).

Searle (1975) critica la tassonomia di Austin su due basi. Anzitutto, la metodologia di Austin è eccessivamente lessicografica, assume che possiamo imparare l’estensione e i limiti degli atti illocutori studiando i verbi illocutori in inglese o in altri linguaggi naturali. Eppure, Searle osserva, nulla esclude la possibilità che ci siano degli atti illocutori che non hanno il nome di un verbo né in un linguaggio naturale come lo Swahili o il Bengali, né in alcun altro linguaggio; similmente, due verbi illocutori non-sinonimi possono cionondimeno nominare lo stesso atto illocutorio.

In secondo luogo, Searle sostiene che i principi di distinzione nelle categorie di Austin non sono chiari. Per esempio, i comportativi sembrano un gruppo eterogeneo senza un principio unificatore. Similmente, “descrivere” compare sia come un verdittivo sia come un espositivo mentre verrebbe di aspettarsi che le categorie tassonomiche siano mutualmente esclusive. Più in generale, la breve spiegazione che Austin dà per ogni categoria non offre alcuna indicazione sul perché questo modo di tracciare le distinzioni catturerebbe le loro caratteristiche fondamentali. Searle offre una nuova categorizzazione degli atti linguistici basata su dei principi di distinzione relativamente chiari. Per apprezzarla sarà d’aiuto spiegare alcuni dei concetti base che usa allo scopo.

3.1 Direzione d’adattamento

Si consideri un esempio derivato da Anscombe (1963): una donna manda il marito a fare la spesa con una lista di cose da procurarsi; a sua insaputa l’uomo viene seguito da un detective che deve fare una lista di ciò che l’uomo compra. Nel momento in cui il marito e il detective arrivano in cassa, le loro liste contengono esattamente le stesse cose. I contenuti delle due liste, tuttavia, differiscono lungo un’altra dimensione. Il contenuto della lista del marito ha una direzione d’adattamento mondo-parola: è, per così dire, compito degli oggetti nel carrello di conformarsi a ciò che è nella lista. Al contrario, è compito della lista del detective conformarsi al mondo, in particolare a ciò che è nel carrello del marito. In questo senso, la lista del detective ha una direzione d’adattamento parola-mondo: l’onere è sulle parole di conformarsi a come le cose sono. Atti linguistici come le asserzioni e le predizioni hanno direzione d’adattamento mondo-parola, mentre atti linguistici come i comandi hanno direzione d’adattamento parola-mondo.

Non tutti gli atti linguistici sembrano avere una direzione d’adattamento. Posso ringraziarti dicendo “grazie” ed è largamente riconosciuto che ringraziare è un atto linguistico. Tuttavia, ringraziare sembra non avere alcuna delle direzioni di adattamento discusse fin qui. Similmente, chiedere chi è alla porta è un atto linguistico, ma sembra non avere alcuna delle direzioni di adattamento menzionate finora. Alcuni affrontano questa difficoltà costruendo le domande come una forma di imperativi (p.es. “dimmi chi è alla porta!”), per poi attribuire loro le caratteristiche della direzione di adattamento degli imperativi. Questo lascia fuori, tuttavia, casi banali come il ringraziare o anche “forza Arsenal!” Alcuni autori, come Searle e Vanderveken 1985, descrivono questi casi come aventi direzione di adattamento “nulla”. Questa caratterizzazione è evidentemente diversa dal dire che tali atti linguistici non hanno direzione d’adattamento [9]. La direzione d’adattamento non ha neanche grana sufficientemente fine da permettere di distinguere atti linguistici che meritano trattamenti diversi. Si consideri l’asserire che al centro della Via Lattea c’è un buco nero, in contrasto con il congetturare che al centro della Via Lattea ci sia un buco nero. Questi due atti linguistici sono soggetti a norme diverse: il primo mira a essere la manifestazione di conoscenza, mentre il secondo no. Questo è suggerito dal fatto che è appropriato rispondere all’asserzione con “come lo sai?” (Williamson 1996), mentre questa non è una risposta adeguata alla congettura (Green 2017). Tuttavia, sia l’asserzione sia la congettura hanno direzione d’adattamento parola-mondo. Ci sono altre nozioni che permettono di tracciare una differenza tra atti linguistici con la stessa direzione d’adattamento?

3.2 Condizioni di soddisfazione

Un suggerimento potrebbe venire dalla nozione di condizioni di soddisfazione. Questa nozione generalizza quella di verità. Come abbiamo visto nella sezione 2.3, è caratteristico dell’asserzione che miri a catturare come le cose sono. Quando un’asserzione ci riesce, non è soltanto vera, ma ha anche colpito nel segno; l’obiettivo dell’asserzione è stato raggiunto. Possiamo dire qualcosa di simile per gli imperativi: è caratteristico dell’attività di impartire un imperativo che al mondo sia richiesto di conformarsi a esso. L’imperativo è soddisfatto se e solo se è esaudito. Asserzioni e imperativi hanno entrambi condizioni di soddisfazione – verità nel primo caso, e conformità nel secondo. Inoltre, si potrebbe sostenere che le domande abbiano come condizione di soddisfazione il fatto di ricevere una risposta. Una domanda raggiunge il proprio obiettivo se e solo se trova una risposta, spesso in un atto linguistico, come un’asserzione, che risponda alla domanda posta. Come la nozione di direzione d’adattamento, tuttavia, la nozione di condizioni di soddisfazione è a grana troppo grossa per consentirci di tracciare delle distinzioni preziose tra atti linguistici. Possiamo fare riferimento al nostro esempio di prima: un’asserzione e una congettura che P hanno condizioni di soddisfazione identiche, ossia che si dia il caso che P. Siamo in grado di discernere delle caratteristiche che distinguano questi due atti linguistici, in un modo che ci permetta di fare delle distinzioni a grana più fine anche tra altri atti linguistici? Tornerò su questa domanda nelle sezioni 6-7.

3.3 Sette componenti della forza illocutoria

Nel tentativo di sistematizzare e approfondire l’approccio di Austin, Searle e Vanderveken 1985 distinguono tra quelle forze illocutorie impiegate dai parlanti in una data comunità linguistica e l’insieme di tutte le possibili forze illocutorie. Mentre una certa comunità linguistica può non fare alcun uso di forze quali congetturare e nominare, queste appartengono all’insieme di tutte le forze possibili. (Questi autori sembrano assumere che, sebbene l’insieme di tutte le forze possibili possa essere infinito, questo abbia cardinalità definita.) Searle e Vanderveken definiscono la forza illocutoria nei termini di sette caratteristiche, ossia:

  1. Fine illocutorio [illocutionary point]: questo è l’obiettivo caratteristico di ogni atto linguistico. Per esempio, l’obiettivo caratteristico di un’asserzione è di descrivere come le cose sono, e forse di generare credenza nell’interlocutore; l’obiettivo caratteristico di una promessa è di impegnarsi in un corso d’azione futuro.
  2. Grado di forza del fine illocutorio: due illocuzioni possono avere lo stesso fine ma differire lungo la dimensione della forza. Per esempio, richiedere e insistere che il destinatario faccia qualcosa hanno entrambi il fine di tentare di far sì che il destinatario faccia quella cosa; tuttavia il secondo è più forte del primo.
  3. Modo di realizzazione. Questa è la modalità speciale, ammesso che vi sia, in cui il fine illocutorio di un atto linguistico deve essere realizzato. Testimoniare e asserire hanno entrambi il fine di descrivere come le cose sono; tuttavia, il primo coinvolge anche l’invocare la propria autorità come testimone mentre il secondo no. Testimoniare significa asserire la propria capacità in qualità di testimone. Ordinare e richiedere mirano entrambi a ottenere che il destinatario faccia qualcosa; eppure solo chi impartisce un ordine lo fa nella capacità di persona in una posizione di autorità.
  4. Condizioni di contenuto: alcune illocuzioni possono essere realizzate solamente con il contenuto proposizionale appropriato. Per esempio, posso promettere solo ciò che è nel futuro ed è sotto il mio controllo; o, quantomeno, non posso promettere di fare ciò che, tanto per me quanto per chi riceve la promessa, è ovvio che non possa fare. Ugualmente posso chiedere scusa solo per ciò che in un certo senso è sotto il mio controllo ed è già accaduto. (Alla luce della nostra discussione sopra sulla semantica dei contenuti non-indicativi, questa condizione potrebbe essere riformulata in termini di condizioni di contenuto imperative, interrogative e proposizionali.)
  5. Condizioni preparatorie: queste sono tutte le altre condizioni che devono essere soddisfatte affinché l’atto linguistico non vada a vuoto. Queste condizioni spesso riguardano lo status sociale degli interlocutori. Per esempio, una persona non può lasciare in eredità un oggetto a meno che non lo possieda o abbia una procura per farlo; una persona non può sposare una coppia a meno che non sia investita dell’autorità legale per farlo.
  6. Condizioni di sincerità: molti atti linguistici hanno a che fare con l’espressione di uno stato psicologico. L’asserzione esprime una credenza; la scusa esprime pentimento, una premessa esprime un’intenzione, e così via. Un atto linguistico è sincero solo se il parlante è nello stato psicologico che il suo atto linguistico esprime.
  7. Gradi di forza delle condizioni di sincerità: due atti linguistici possono essere gli stessi lungo le altre dimensioni, ma esprimere stati psicologici diversi l’uno dall’altro lungo la dimensione della forza. Richiedere e implorare esprimono entrambi desideri, e sono identici per quanto riguarda le altre sei dimensioni; tuttavia il secondo esprime un desiderio più forte del primo.

Searle e Vanderveken (1985) suggeriscono, alla luce di queste sette caratteristiche, che ogni forza illocutoria sia definita come una settupla di valori, ognuno dei quali è la “configurazione” di un valore entro una delle sette caratteristiche. Secondo questo suggerimento, segue che due forze illocutorie F1 e F2 sono identiche se e solo se corrispondono alla stessa settupla.

3.4 Forza diretta e indiretta

Non posso rallentare l’espansione dell’universo o convincerti della verità di un’affermazione semplicemente dicendo che ti sto convincendo. Tuttavia, questi due casi differiscono nel fatto che il secondo, ma non il primo, è un obiettivo caratteristico dell’atto linguistico. Un obiettivo caratteristico dell’asserzione è la produzione di credenza nel destinatario, mentre non esiste alcun atto linguistico che abbia come uno dei propri obiettivi caratteristici quello di rallentare l’espansione dell’universo. Un tipo di atto linguistico può avere un obiettivo caratteristico senza che ogni atto linguistico di quel tipo sia eseguito con quell’obiettivo: a volte i parlanti fanno asserzioni senza l’obiettivo di generare credenze in alcuno, neanche in se stessi. Invece, l’idea che un atto linguistico abbia un obiettivo caratteristico è simile all’idea che un tratto biologico ha una funzione. Il ruolo caratteristico delle ali è di sostegno al volo anche se alcune creature che non volano hanno le ali.

Austin chiama questi obiettivi caratteristici degli atti linguistici perlocuzioni (1962, p. 101, ed. it. p. 76). Posso sia sollecitarti che persuaderti a chiudere la porta, ma il primo esempio è un’illocuzione mentre il secondo è una perlocuzione. Come possiamo distinguerle? Possiamo farlo notando che alle condizioni giuste, si può sollecitare semplicemente dicendo e intendendo, “ti sollecito a chiudere la porta”, mentre non ci sono circostanze nelle quali possa persuaderti semplicemente dicendo, “ti persuado a chiudere la porta”. Un obiettivo caratteristico del sollecitare è, nondimeno, la produzione di una risoluzione ad agire (1962, p.107, ed. it. p.80). Cohen (1973) sviluppa l’idea delle perlocuzioni quali obiettivi caratteristici degli atti linguistici.

Le perlocuzioni sono obiettivi caratteristici di una o più illocuzioni, ma non sono esse stesse illocuzioni. Tuttavia, un atto linguistico può essere compiuto attraverso il compimento di un altro. Per esempio, la mia osservazione che mi stai pestando il piede è normalmente considerata, in aggiunta, come una richiesta che tu ti sposti; la mia domanda che tu mi passi il sale è normalmente considerata come una richiesta che tu me lo passi. Questi sono esempi di cosiddetti atti linguistici indiretti (Searle 1979). Frasi che sono comunemente usate al servizio di atti linguistici indiretti sono, “ti spiace se io…”, “posso suggerire…” e “a me sembra che…”, oppure semplicemente “per favore”, come nell’espressione “puoi passarmi il sale, per favore?” Si osservi che quest’ultima frase, con la sua etichetta interrogativa, non può essere interpretata come una richiesta di informazioni (riguardo alle abilità del destinatario di passare il sale), ma può essere compresa solamente come una richiesta. Asher e Lascarides (2001) forniscono un modello formale di atto linguistico indiretto secondo cui alcuni atti sono convenzionalizzati mentre altri richiedono il ragionamento Griceano per la loro interpretazione.

Mentre la comunicazione indiretta è ubiquitaria, gli atti linguistici indiretti sono meno comuni di quanto possa inizialmente sembrare. Nel chiederti se intendi smettere di fumare, si potrebbe pensare che ti stia anche esortando a smettere. Tuttavia, mentre il fumatore sotto accusa potrebbe affrettarsi a una simile interpretazione, sarebbe bene considerare quale evidenza ci obbliga a essa. Dopotutto, se non sperassi che tu smetta, probabilmente non ti avrei chiesto se intendi smettere, ma posso sempre manifestare tale speranza senza esortarti. Manifestare uno stato psicologico, anche se fatto intenzionalmente, verosimilmente non costituisce un atto linguistico. Piuttosto, manifestare intenzionalmente uno stato psicologico può essere compreso semplicemente come l’espressione di quello stato (si veda Green, 2020, cap. 2).

Se, in aggiunta a un dato atto linguistico, sto anche compiendo un atto linguistico indiretto sembra dipendere dalle mie intenzioni. La mia domanda se tu possa passarmi il sale è una richiesta solo se intendo essere compreso così. Inoltre, l’intenzione deve essere plausibilmente riconosciuta da parte del proprio uditorio. Per quanto nel commentare sul bel tempo intenda anche farti la richiesta di passarmi il sale, non ho fatto alcuna richiesta, se non ho in qualche modo reso manifesta la mia intenzione.

Come potrei farlo? Un modo è facendo un’inferenza alla miglior spiegazione. Forse la miglior spiegazione del fatto che ti sto chiedendo di passarmi il sale è che ti sto facendo una richiesta in tal senso, e forse la miglior spiegazione del mio osservare che mi stai pestando il piede, in particolare se uso un tono di voce stentoreo, è che esigo che tu scenda. Al contrario, si può dubitare che la miglior spiegazione del mio chiederti se intendi smettere di fumare è che intendo esortarti a smettere. Un’altra spiegazione possibile è la mia speranza, o l’espressione della speranza, che tu smetta. Bertolet 1994 sviluppa una posizione più scettica di quella indicata qui, sostenendo che ogni caso putativo di atto linguistico indiretto può essere costruito semplicemente come un’indicazione, attraverso indizi contestuali, dello stato intenzionale del parlante – speranza, desiderio, etc., a seconda del caso. Postulare un ulteriore atto linguistico oltre a quello che è stato compiuto in modo (relativamente) esplicito è, egli sostiene, esplicativamente immotivato. McGowan et al. (2009) rispondono offrendo tre condizioni che ritengono sufficienti per un caso di quella che chiamano comunicazione linguistica. Essi sosterrebbero che anche in un caso come, per esempio, quello del fumare, il parlante soddisfa queste tre condizioni, e perciò conta come un caso di esortazione al destinatario a smettere di fumare. Bertolet (2017) risponde che queste tre condizioni non sono sufficienti per il significato del parlante e, dato che (come abbiamo visto) il significato del parlante è una condizione necessaria per degli atti linguistici (non-convenzionali), ne conclude che McGowan et al. non hanno stabilito che i casi di cui si interessano siano degli atti linguistici indiretti.

Queste considerazioni suggeriscono che gli atti linguistici indiretti, ammesso che abbiano luogo, possono essere spiegati nella cornice dell’implicatura conversazionale – quel processo in base al quale intendiamo dire di più (e talvolta di meno) di quello che diciamo, ma in un modo che non è dovuto esclusivamente ai significati convenzionali delle nostre parole. Anche l’implicatura conversazionale dipende sia dalle intenzioni comunicative sia dalla disponibilità di un’inferenza alla miglior spiegazione (Grice, 1989). L’influente spiegazione di Searle 1979 degli atti linguistici indiretti è infatti posta in termini di implicatura conversazionale (sebbene Searle non usi questa espressione). Lo studio degli atti linguistici è in questo senso intrecciato con lo studio delle conversazioni; torneremo su questo tema nella Sezione 6. [10]

 

4. Modo, forza e convenzione

Non solo il contenuto sotto-determina la forza; il contenuto e il modo grammaticale insieme fanno altrettanto. “Sarai più puntuale in futuro” è nel modo grammaticale indicativo, ma, come abbiamo visto, questo non ne determina la forza. Lo stesso vale per altri modi grammaticali. Sebbene ti senta di sfuggita enunciare le parole “chiudere la porta’, non posso da questo inferire che tu stia impartendo un comando. Forse stai semplicemente descrivendo le tue intenzioni dicendo “intendo chiudere la porta”. In tal caso, hai usato il modo imperativo senza impartire un comando. Lo stesso accade con il modo interrogativo: sento di sfuggita le parole “chi è al telefono”. Fin qui non se se hai fatto una domanda, dato che potresti aver detto queste parole nell’affermare “John chiede chi è al telefono”. La lettera maiuscola a inizio frase o il punto interrogativo alla fine, o entrambi insieme, potrebbero risolvere la questione? Apparentemente no. Ciò che confonde Meredith è la domanda seguente: Chi è al telefono?

Il modo insieme al contenuto sotto-determina la forza. D’altro lato è plausibile sostenere che il modo grammaticale sia uno dei dispositivi che usiamo (insieme a indizi contestuali, come l’intonazione e altri) per indicare la forza con cui stiamo esprimendo un contenuto. Interpretato in questa forma debole, risulta ineccepibile costruire il modo interrogativo come usato per fare domande, l’imperativo per impartire comandi e così via. Se lo interpretiamo così, resta però aperta la domanda su come i parlanti segnalino la forza dell’atto linguistico, dato che non possono affidarsi unicamente al modo grammaticale e al contenuto per farlo.

4.1 Convenzionalismo della forza

Una ben nota risposta è chiamata convenzionalismo della forza. Secondo una versione forte di questa visione, per ogni atto linguistico che viene compiuto, c’è qualche convenzione che sarà stata invocata affinché quell’atto linguistico abbia luogo. Questa convenzione trascende le convenzioni che infondono alle parole il loro significato letterale. Perciò, il convenzionalismo della forza implica che affinché l’uso di “prometto di incontrarti domani a mezzogiorno” costituisca una promessa, non solo le parole usate devono avere il loro significato letterale normale, ma deve anche esistere una convenzione per cui, alle condizioni giuste, l’uso di parole di questo tipo costituisce una promessa. Austin sembra aver sostenuto una visione di questo tipo. Per esempio nella sua caratterizzazione delle “condizioni di felicità” per gli atti linguistici, Austin sostiene che per ogni atto linguistico

Deve esistere una procedura convenzionale accettata avente un certo effetto convenzionale, procedura che deve includere l’atto di pronunciare certe parole da parte di certe persone in certe circostanze […] (1962, p.14, ed. it, p. 17)

Searle, studente di Austin, lo segue in questo, scrivendo

[…] gli atti di enunciazione stanno rispetto agli atti proposizionali e illocutori nel modo in cui, per esempio, fare una X su una scheda di voto sta al votare (1969, p. 24)

E chiarisce questo affermando,

[…] la struttura semantica di una linguaggio può esser considerata come una realizzazione convenzionale di una serie di insiemi di regole costitutive sottostanti, e…. gli atti linguistici sono atti caratteristicamente compiuti nell’enunciare frasi in accordo con questi insiemi di regole costitutive (1969, p. 37)

Searle sposa una forma più debole di convenzionalismo della forza rispetto a Austin lasciando aperta la possibilità che alcuni atti linguistici possano essere compiuti senza regole costitutive; Searle considera il caso del cane che chiede di uscire (1969, p. 39). Tuttavia Searle non obietta al fatto che gli atti linguistici siano caratteristicamente compiuti invocando regole costitutive.

4.2 Una specie biosemantica di convenzionalismo della forza

Millikan (1998) sposa una concezione parsimoniosa delle convenzioni che chiama “convenzioni naturali” e, sulla base dell’assunto che le convenzioni naturali sono un tipo di convenzioni, sarebbe lecito aspettarsi che questa strategia renda più facile difendere la visione che gli atti linguistici sono intrinsecamente convenzionali. Per Millikan una convenzione naturale è costituita da schemi che sono riprodotti in virtù dell’influenza [weight] del precedente [11]. Uno schema è riprodotto se e solo se ha una forma che deriva da una entità precedente che ha la stessa forma sotto certi aspetti, e in uno modo tale che se la forma precedente fosse stata diversa sotto quegli aspetti, anche la forma attuale sarebbe diversa sotto quegli aspetti (1998, p. 163). Fotocopiare è una forma di riproduzione che soddisfa questi criteri; la mappa retinotopica che va dagli schemi di stimolazione sulla retina agli schemi di stimolazione nella corteccia visiva è chiaramente un’altra di queste forme. Ma Millikan non tratterebbe la mappa retinotopica come un tipo di convenzione, poiché questa non sembra essere perpetuata in virtù dell’influenza [weight] della precedente. Il punto è comunque difficile da discernere, poiché nella sua trattazione Millikan discute le condizioni alle quali uno schema è considerato convenzionale, piuttosto che le condizioni alle quali questo è convenzionale,

Per essere pensato come convenzionale, uno schema riprodotto deve essere percepito come proliferato, in una parte importante, dall’influenza [weight] del precedente, e non dalla sua capacità intrinsecamente superiore di produrre un risultato desiderato, o, per esempio, dall’ignoranza delle alternative (ibid, p. 66)

Millikan quindi sembra caratterizzare ciò che per uno schema conta come l’avere influenza [weight] del precedente nei termini del fatto che quello schema viene percepito avere tale influenza [weight]. La nozione di influenza [weight] non è delucidata, e il risultato è che la nozione di influenza del precedente resta oscura nella sua spiegazione. Cionondimeno, Millikan ci dice che così come le convenzioni degli scacchi stabiliscono che quando un re è sotto scacco, si compiono quelle mosse che permettono di uscire dallo scacco, così le convenzioni del linguaggio stabiliscono che quando A dice a B che p, B risponde credendo che p. Millikan descrive la risposta dell’ascoltatore nei termini di un atto interiore nascosto che non è sotto il controllo volontario di B. Millikan descrive anche questa risposta come imparata nel modo in cui impariamo ciò che chiama “schemi di segni naturali”, come l’imparare che il suono di onde che si infrangono è il segno che c’è una costa nelle vicinanze.

Nella visione di Millikan, quindi, l’asserzione di A che p , seguita dalla credenza di B che p è un processo che non è intrinsecamente superiore ad altri che avrebbero potuto seguire. Questo può essere messo in questione tuttavia. Dopotutto, quali possono essere delle alternative percorribili? Non credere che p? Restare neutrali circa la domanda se p? Grattarsi il lobo sinistro? Ognuna di queste risposte tenderebbe a intaccare l’uso del linguaggio come mezzo di trasmissione di informazioni. Inoltre, se la formazione di credenze non è sotto il controllo volontario dei destinatari, resta oscuro come questo aspetto della comunicazione possa essere più convenzionale di quanto lo sia la stimolazione della nostra corteccia visiva quando quello schema è il risultato di uno schema isomorfico sulla retina.

4.3 Un’alternativa intenzionalista al convenzionalismo della forza

Il convenzionalismo della forza, sposato prima da Austin e poi da Searle, è stato messo in questione da Strawson, che scrive,

Non voglio negare che ci possano essere posture o procedure convenzionali per supplicare: uno può, per esempio, inginocchiarsi, sollevare le braccia e dire “ti supplico”. Ma voglio certamente negare che un atto di supplica possa essere compiuto solo conformandosi a tali convenzioni […] Supporre che c’è sempre e necessariamente una convenzione conforme sarebbe come supporre che non possano esserci relazioni amorose che non procedano dai versi del Roman de la Rose o che ogni disputa tra uomini debba seguire gli schemi specificati nel discorso di Pietraccia sulla rimbeccata contenziosa e la smentita diretta (1964, p. 444)

Strawson sostiene che piuttosto che richiamarsi a una serie di convenzioni extra-semantiche per spiegare la possibilità degli atti linguistici, dobbiamo spiegare tale possibilità nei termini dell’abilità di discernere le nostre intenzioni comunicative. Ciò che rende l’enunciato di una frase nel modo indicativo una predizione piuttosto che un comando, per esempio, è che manifesta un’intenzione di essere considerata così; similmente per le promesse e le predizioni. Questa posizione è compatibile con la tesi che in alcuni casi speciali le comunità linguistiche hanno istituito convenzioni per certi atti linguistici particolari come il nominare e lo scomunicare. Quindi, come osserva Skinner (1970), comprendere gli enunciati di una figura storica dipende in modo cruciale dalla sensibilità alle convenzioni della società in cui sono fatti.

Intendere (di) fare un’asserzione, promessa, o richiesta, tuttavia, non è sufficiente per compiere uno di questi atti. Le intenzioni devono essere efficaci. Lo stesso si applica ai casi in cui si sta tentando di compiere un atto linguistico e ciò che si sta tentando di fare è chiaro agli altri. Questo emerge riflettendo su un passaggio di Searle citato spesso:

La comunicazione umana ha alcune proprietà straordinarie, non condivise dalla maggior parte degli altri comportamenti umani. Una delle più straordinarie è questa: se sto cercando di dire qualcosa a qualcuno, (assumendo che certe condizioni siano soddisfatte) appena questi riconosce che sto cercando di dirgli qualcosa e riconosce esattamente cosa sto cercando di dirgli, allora ho avuto successo nel dirglielo (1969, p. 47)

Come osserva Green 2013, questo aspetto può essere messo in dubbio. Supponiamo che io stia cercando il coraggio per chiedere la mano di Sidney in matrimonio. Sidney se ne avvede sulla base di una conoscenza di certi fattori di sfondo come il mio visibile imbarazzo, e il mio rovistare nella tasca alla ricerca di un anello di fidanzamento. In questo caso non possiamo inferire che ho avuto successo nel chiedere alcunché a Sidney. Niente di inferiore al rivelarsi e dirle qualcosa potrà essere efficace. Similmente, può essere una conoscenza diffusa che il mio zio moribondo, mentre esala gli ultimi respiri, stia cercando di lasciarmi in eredità la sua fortuna; tuttavia, non erediterò neanche un centesimo se esala prima di dire ciò che sta cercando di dire. [12] Per essere più vicini all’esempio di Searle, si può considerare il seguente caso: anche se tu trovassi, sulla base di un’analisi fMRI della mia attività neuronale, che stavo cercando di dirti che domani pioverà, io non avrei comunque detto ancora nulla sul tempo di domani (se fossi completamente paralizzato come nella sindrome Locked-In allora compiere un tale sforzo neuronale potrebbe essere il massimo che posso sperare di fare; in quel caso, la tua informazione basata sulla fMRI potrebbe essere sufficiente a giustificarti nel credere che io abbia compiuto un atto linguistico)

Il nucleo di questi esempi non è sostenere che delle parole debbano essere enunciate in ogni atto linguistico – abbiamo già osservato che gli atti linguistici possono essere compiuti silenziosamente. Piuttosto, il nucleo è dire che gli atti linguistici hanno a che fare con il farsi carico intenzionale di un impegno pubblicamente accessibile, anche quando è una conoscenza diffusa che questo è ciò che sto cercando di fare. Possiamo, tuttavia, fornire una caratterizzazione delle intenzioni rilevanti che sia più illuminante del mero dire, per esempio, che per asserire P si debba presentare intenzionalmente P come un’asserzione? Strawson (1964) propone di farlo con l’aiuto della nozione di significato del parlante – alla quale ci rivolgiamo ora.

 

5. Significato del parlante e forza

Come abbiamo visto, il fatto che A sia una componente importante della comunicazione, e che A sotto-determini B , non giustifica la conclusione che B sia una componente importante della comunicazione. Una ragione per l’asimmetria nel trattamento della forza e del livello di decibel è che la prima, ma non il secondo, sembra cruciale riguardo al come intendo ciò che dico. Intendo parlare a un certo volume, e qualche volta ci riesco, ma nella maggior parte dei casi il fatto che mi capita di parlare a un certo volume non è parte di come intendo ciò che dico. D’altro lato, la forza del mio enunciato è un aspetto di ciò che intendo. Non include, come abbiamo visto, ogni aspetto di ciò che dico – una nozione associata da vicino al contenuto. Tuttavia, se intendo ciò che dico in qualità di asserzione, congettura, promessa o qualcos’altro, è cruciale nel determinare come intendo ciò che sto facendo.

5.1 La spiegazione di Grice del significato del parlante

Nel suo influente articolo del 1957 Grice distingue due usi di “significare” [mean]. Uno è esemplificato da osservazioni come “quelle nuvole significano pioggia” e “quelle bollicine significano morbillo”. La nozione di significato in gioco in questi casi è chiamata da Grice “significato naturale”. Grice suggerisce di distinguere questo uso di “significato” da un altro uso della parola più rilevante per la comunicazione, esemplificato in enunciati come

Nel dire “sei meglio come porta che come finestra”, George voleva dire [meant] che ti dovresti spostare

e

Nel gesticolare in quel modo Salvatore vuole dire [means] che laggiù ci sono le sabbie mobili

Grice usa il termine “significato non-naturale” per questo uso di “significare / voler dire” [mean] e nella letteratura recente questo gergo è stato rimpiazzato dal termine “significato del parlante” [13] Dopo aver distinto tra significato naturale e (ciò che d’ora in poi chiameremo) significato del parlante, Grice tenta di caratterizzare quest’ultimo. Non è sufficiente che io faccia qualcosa che induca credenze in un osservatore: nell’indossare un cappotto potrei indurre un osservatore a pensare che sto uscendo per una passeggiata. Tuttavia, in un caso del genere, è implausibile sostenere che io voglia dire che sto uscendo per una passeggiata nel senso attinente al significato del parlante. Compiere un’azione con l’intenzione di indurre credenze in qualcuno è sufficiente per il significato del parlante? No: potrei lasciare segretamente il fazzoletto di Smith sulla scena del crimine affinché la polizia pensi che Smith sia il colpevole. Tuttavia, che io riesca o no a far pensare alle autorità che Smith è il colpevole, in questo caso non è plausibile che io voglia dire che Smith è il colpevole.

Ciò che manca nell’esempio del fazzoletto è l’elemento dell’esplicitezza. Questo suggerisce un altro criterio: compiere un’azione con l’intenzione (o un’intenzione) di indurre credenze in qualcuno e intendere che questa intenzione sia riconosciuta. Grice sostiene che neanche questo è sufficiente per il significato del parlante. Erode presenta a Salomé la testa tagliata di S. Giovanni su un destriero, con l’intenzione che lei discerna che S. Giovanni è morto e con l’intenzione che questa intenzione sia riconosciuta. Grice osserva che nel fare questo Erode non sta dicendo nulla a Salomé, ma sta invece deliberatamente e apertamente facendole sapere qualcosa. Grice conclude che neanche l’azione di Erode è un esempio di significato del parlante. Il problema non è che Erode non usa parole, abbiamo già considerato il caso di comunicatori che vogliono dire qualcosa senza usare parole. Il problema sembra essere che per inferire ciò che Erode vuole che Salomé inferisca, non è necessario che Salomé creda a lui. Può vedere da sé la testa tagliata fintantoché riesce a guardare. In contrasto, nei suoi usi centrali, il dire richiede che un parlante intenda trasmettere informazioni (o ipotetiche informazioni) affidandosi in modo cruciale al fatto che il destinatario lo prenda in parola. Grice sembra assumere che almeno per il caso in cui ciò che è inteso è una proposizione (piuttosto che una domanda o un imperativo), il significato del parlante richiede un dire in questo senso centrale. In quest’ultimo esempio viene sì compiuta un’azione con un’intenzione di indurre credenze in qualcuno e con un’intenzione che tale intenzione venga riconosciuta; eppure non è un caso di dire. Grice inferisce che non è nemmeno un caso di significato del parlante.

Grice sostiene che perché il significato del parlante abbia luogo, non solo si deve (a) intendere produrre un effetto su un uditorio e (b) intendere che tale intenzione sia riconosciuta, ma anche (c) intendere che questo effetto sull’uditorio sia prodotto almeno in parte dal loro riconoscimento dell’intenzione del parlante. L’intenzione di produrre una credenza o un altro atteggiamento (almeno in parte) proprio attraverso il riconoscimento di questa intenzione, è diventata nota in letteratura come intenzione comunicativa riflessiva.

5.2 Obiezioni a Grice

Si può dubitare che il significato del parlante richieda intenzioni comunicative riflessive. Dopotutto un’insegnante di matematica che prova un teorema T per la sua classe vuole verosimilmente che i suoi allievi credano T sulla base della cogenza della prova, piuttosto che sulla base del loro riconoscimento della sua intenzione che giungano a credere T (Vlach 1981). Si può anche dubitare del tutto che il significato del parlante richieda intenzioni di produrre effetti cognitivi sui destinatari: Davis (1992) offre una serie di casi come il parlare a bambini pre-linguistici, a macchine fotocopiatrici non cooperative, e a fotografie di persone decedute. [14],[15] Anziché parlare di intenzioni di produrre effetti psicologici in un destinatario, alcuni autori hanno favorito una costruzione del significato del parlante come se manifesti apertamente un aspetto dei propri impegni o stati mentali (Green 2019). Si confronti il mio andare nello sgabuzzino per tirare fuori il mio soprabito (non un caso di significato del parlante) con il caso seguente: dopo aver discusso animatamente sul tempo metereologico, marcio verso lo sgabuzzino e, con la fronte imperlata, fisso il tuo sguardo in atto di sfida ed esco infuriato dal portone mentre mi infilo ostentatamente il cappotto. Qui è più plausibile che voglia dire che fuori stia piovendo e la ragione sembra essere che sto rendendo esplicito un mio atteggiamento; non lo sto solo mostrando, sto rendendo chiara la mia intenzione di mostrarlo.

5.3 La forza come un aspetto del significato del parlante

In che modo questo detour sul significato del parlante ci aiuta a delucidare la nozione di forza? Un modo di asserire che P, sembra, è di manifestare apertamente il mio impegno verso P, e in effetti un impegno di tipo particolare: un impegno a difendere P in risposta a sollecitazioni della forma, “come lo sai?”; devo anche manifestare apertamente la mia responsabilità di avere ragione o torto riguardo a P a seconda se si dà il caso che P. In contrasto, congetturo che P manifestando allo stesso modo il mio impegno verso P nella modalità della “responsabilità per l’errore”, ma non prendo allo stesso modo un impegno a rispondere alle domande di piena giustificazione. Devo, tuttavia, offrire qualche ragione per credere che P; e questo non avviene nel tirare a indovinare.

Dunque compiamo un atto linguistico quando ci impegniamo apertamente in un certo modo verso un contenuto – dove questo modo è un aspetto di come intendiamo quel contenuto come parlanti. Un modo è di invocare una convenzione per farsi carico dell’impegno; un altro modo è di manifestare apertamente la propria intenzione di farsi carico dell’impegno. Possiamo delucidare le forme rilevanti di impegno rendendo esplicite le norme sottese. Abbiamo già adombrato un approccio simile nella discussione delle differenze tra asserire e congetturare. Sviluppando la discussione ulteriormente, si confronti

  • asserire
  • congetturare
  • tirare a indovinare

Questi tre atti hanno tutti direzione di adattamento parola-mondo e tutti e tre hanno condizioni di soddisfazione che impongono che siano soddisfatti se e solo se il mondo è come il loro contenuto dice che sia. Inoltre, uno che asserisce, congettura o tira a indovinare che P ha ragione o torto riguardo a P a seconda se si dà il caso che P. Tuttavia, nel muoverci lungo la lista troviamo un ordine decrescente di severità verso l’impegno. Chi asserisce P si espone alla sfida, “come lo sai?” ed è obbligata a ritrattare P se non è in grado di rispondere alla sfida adeguatamente. In contrasto, tale sfida sarebbe inappropriata per la congettura o il tirare a indovinare. D’altro canto, possiamo giustificatamente richiedere a chi fa una congettura che ci dia qualche ragione per la congettura; ma questo non può esser chiesto a chi tira  indovinare (la “stima ragionata” [educated guess] è intermedia fra questi due casi.)

Questa dimensione illocutoria del significato del parlante non  caratterizza cosa è inteso, ma come è inteso. Così come possiamo dire che la tua osservazione a me diretta “sei stanco” e la mia osservazione “sono stanco” dicono la stessa cosa in modi diversi, così possiamo dire che la mia asserzione che P, seguita da una ritrattazione, seguita da una congettura che P sono due casi consecutivi in cui voglio dire che P (significato del parlante) ma lo faccio in modi diversi. Questa idea verrà sviluppata ulteriormente nella Sezione 8 sotto la rubrica sul “modo” dell’impegno illocutorio. [16]

Il significato del parlante, quindi, abbraccia non solo il contenuto ma anche la forza e possiamo delucidare questa alla luce della struttura normativa caratteristica di ogni atto linguistico: quando manifesti apertamente un impegno caratteristico di quell’atto linguistico, hai compiuto quell’atto linguistico. Si tratta anche di una condizione necessaria? Questo dipende dalla risposta alla domanda se si possa compiere un atto linguistico senza intendere farlo – un argomento per la Sezione 9 più in basso. Per ora, tuttavia, si confronti la visione alla quale siamo arrivati con la visione di Searle secondo cui si compie un atto linguistico quando gli altri diventano consapevoli dell’intenzione di compiere quell’atto linguistico. Ciò che manca alla caratterizzazione di Searle è la nozione di esplicitezza: l’agente in questione deve non solo manifestare la propria intenzione di farsi carico di un certo impegno; deve anche intendere che questa intenzione sia manifesta. C’è di più nella nozione di esplicitezza che l’avere il cuore (o la mente) in mano.

 

6. Forza, norme e conversazione

Nel delucidare questa dimensione normativa della forza, abbiamo cercato di caratterizzare gli atti linguistici nei termini dei loro ruoli conversazionali. Questo non significa che gli atti linguistici possono essere compiuti solo nel contesto di una conversazione: mi posso avvicinare a te, indicarti che il tuo veicolo sta bloccando il mio e andarmene infuriato. In questo caso ho fatto un’asserzione ma non ho intrapreso una conversazione. Forse posso farmi una domanda nel privato del mio studio e lasciarla così – senza continuare una conversazione con me stesso. Ciononostante può darsi che la “nicchia ecologica” di un atto linguistico sia comunque la conversazione. In tale spirito, sebbene si possa rimuovere un tipo di atto linguistico dal suo ambiente ed esaminarlo nell’isolamento della cattività, fare questo può impedirci di vedere alcune delle sue caratteristiche distintive.

6.1 Atti linguistici e conversazioni

L’analogia ecologica getta luce su una disputa relativa alla domanda se gli atti linguistici possano essere studiati proficuamente in isolamento dalle conversazioni in cui hanno luogo. Una cornice empirista, esemplificata dal Sistema di Logica di John Stuart Mill, suggerisce di tentare di discernere il significato di una parola, per esempio quello di un nome proprio, in isolamento. In contrasto, Gottlob Frege (1884) ci impone di comprendere il significato di una parola nei termini del contributo che porta alla frase intera in cui occorre. Questo metodo è indispensabile per un trattamento appropriato di espressioni come i quantificatori, e rappresenta un progresso considerevole rispetto agli approcci empiristi. Gli studiosi degli atti linguistici sono andati oltre, insistendo sul fatto che l’unità di significato non è la proposizione ma l’atto linguistico. Vanderveken scrive

Gli atti illocutori sono importanti per la semantica filosofica perché sono le unità primarie di significato nell’uso e nella comprensione del linguaggio naturale (Vanderveken, 1990 p.1)

Perché non andare ancora oltre, dal momento che gli atti linguistici occorrono caratteristicamente nelle conversazioni? L’unità di significato non potrebbe essere il dibattito, il colloquio o l’interrogazione?

Gli studiosi dell’analisi conversazionale hanno sostenuto esattamente questo, osservando che molti atti linguistici possono essere classificati naturalmente in coppie. [17] Per esempio, le domande si accoppiano naturalmente con le asserzioni quando queste mirano a essere risposte a quelle domande. Similmente, le offerte si accoppiano naturalmente con le accettazioni o i rifiuti ed è facile moltiplicare gli esempi. Searle, che favorisce lo studio degli atti linguistici in isolamento, ha risposto a queste considerazioni (Searle 1992). In quello scritto sfida gli studiosi della conversazione a fornire un resoconto della conversazione parallelo a quello degli atti linguistici, sostenendo che le prospettive di tale resoconto sono deboli. Una delle sue ragioni è che a differenza degli atti linguistici le conversazioni non hanno uno scopo o un senso. Green 1999 ribatte che molte conversazioni possono in realtà essere costruite in termini teleologici. Per esempio, è possibile rendere conto di molte conversazioni dicendo che mirano a rispondere a una domanda, anche quando quella domanda riguarda qualcosa di banale come il tempo del pomeriggio o la collocazione della stazione della metropolitana più vicina. Asher e Lascardes (2003) sviluppano un trattamento sistematico degli atti linguistici nel loro ambiente conversazionale che risponde anche alla sfida di Searle. In aggiunta, Roberts (2004, 2012) sviluppa un modello di cinematica conversazionale secondo cui le conversazioni mirano invariabilmente a rispondere a quella che chiama una questione in discussione (QID). Si può apprezzare al meglio questa visione nella cornice del “modello dello scorekeeping”, al quale ci volgiamo ora.

6.2 Atti linguistici e scorekeeping

Molta della letteratura che si occupa di atti linguistici è curiosamente scollegata dalla ricerca sulla semantica del linguaggio naturale che enfatizza gli aspetti pragmatici. Per esempio, Stalnaker (1972, 1973, 1974), Lewis (1979, 1980), Thomason (1990) e altri hanno sviluppato modelli di cinematica delle conversazioni che puntano a capire il ruolo della quantificazione, della presupposizione (sia semantica che pragmatica), dell’anafora, della deissi e della vaghezza nel discorso. Questi modelli costruiscono tipicamente la conversazione come se coinvolgesse un insieme di Proposizioni in costante sviluppo che può essere presupposto dagli interlocutori. Questo insieme di Proposizioni è il terreno comune conversazionale, definito come quell’insieme di proposizioni che tutti gli interlocutori considerano vere e che ogni interlocutore crede che tutti gli altri interlocutori considerano vere. Se una Proposizione p è nel terreno comune della conversazione, allora un parlante può felicemente presupporre la verità di p. Supponiamo quindi che la Proposizione che Singapore ha un unico re sia nel terreno comune della conversazione in un dato momento; allora un parlante può felicemente enunciare una frase come “l’attuale re di Singapore è saggio” o “il re di Singapore sta dormendo’. Altri parametri che caratterizzano una conversazione in un dato momento includono il dominio del discorso, un insieme di oggetti salienti percepibili, gli standard di precisione, il tempo, il mondo o la situazione, il parlante, e il destinatario. Ci si riferisce spesso all’insieme di tutti i valori assegnati a questi oggetti in un momento dato della conversazione come al “punteggio conversazionale”.

Gli approcci di “scorekeeping” all’uso del linguaggio tipicamente costruiscono un contributo alla conversazione come una Proposizione: se quella “asserzione” è accettata, allora il punteggio è aggiornato aggiungendo quella Proposizione al terreno comune. In questo spirito, MacFarlane (2011) considera un resoconto dell’atto linguistico dell’asserzione nei termini della capacità di un enunciato di aggiornare il punteggio conversazionale. Questo approccio, tuttavia, si trova di fronte a delle difficoltà quando deve spiegare come due atti linguistici con lo stesso contenuto, come l’asserzione che la Via Lattea contiene un buco nero, e la congettura che la Via Lattea contiene un buco nero, possano offrire contributi conversazionali diversi. Un arricchimento del modello dello “scorekeeping” dovrebbe includere una sensibilità a questo tipo di differenze.

Un altro sviluppo nel modello di “scorekeeping” raffina la visione teleologica adombrata sopra incorporando le Domande, costruite (lungo le linee della Sezione 2.1) come insiemi di Proposizioni. Quando un interlocutore proferisce un’asserzione che non incontra obiezioni da parte di altri partecipanti alla conversazione, il contenuto proposizionale di quella illocuzione entra nel terreno comune. Quando un interlocutore pone una domanda che è accettata dagli altri, possiamo rappresentare il cambiamento come l’aggiunta al Terreno Comune dell’insieme delle proposizioni che è il contenuto Interrogativo di quella illocuzione. La presenza di quell’Interrogativo obbliga gli interlocutori a lavorare per escludere tutte le Proposizioni tranne una che è una risposta completa all’Interrogativo. Poiché gli Interrogativi sono in relazioni inferenziali gli uni con gli altri (Q1 implica Q2 se e solo se ogni risposta a Q1 è anche una risposta a Q2), una strategia per rispondere a una domanda è di dividerla in domande trattabili che ne sono implicate: si può rispondere a “quanti ponti coperti ci sono in Giappone?” rispondendo a quella domanda per ognuna delle 47 prefetture del Giappone. Roberts (2004, 2012) sviluppa un modello di Questione In Discussione per la dinamica conversazionale secondo cui il terreno comune contiene un insieme parzialmente ordinato di Interrogativi in aggiunta a un insieme di Proposizioni. Questo approccio teleologico alla conversazione ha buone probabilità di arricchire la nostra comprensione delle relazioni fra atti linguistici e altri temi centrali della pragmatica come la presupposizione e l’implicatura. [18]

 

7. Indicatori di forza e il linguaggio logicamente perfetto

Il Begriffsschrift (1879) di Frege costituisce il primo tentativo esaustivo di formulare un rigoroso sistema formale nel quale svolgere il ragionamento deduttivo. Tuttavia, Frege non vedeva il suo Begriffsschrift come un semplice mezzo di valutazione della validità degli argomenti. Piuttosto, sembra averlo visto come un organon per l’acquisizione di conoscenza a partire da principi primi indiscutibili; in aggiunta a questo, intendeva usarlo per chiarire le fondazioni epistemiche su cui poggia la nostra conoscenza. A questo scopo il suo sistema formale contiene non solo i simboli per indicare la proposizioni (incluse le costanti logiche), ma anche i simboli che indicano la forza con cui queste sono avanzate. In particolare, Frege insiste che quando usiamo il suo sistema formale per acquisire nuova conoscenza a partire da proposizioni che conosciamo già, usiamo un segno di asserzione per indicare il nostro riconoscimento della verità della proposizione usata come assioma o inferita da un assioma. Frege, perciò, impiega quello che oggi sarebbe chiamato un indicatore di forza: un’espressione il cui uso indica la forza con cui la proposizione associata è avanzata (Green 2002).

Reichenbach espande l’idea di Frege nel suo 1947. Oltre a usare un segno di asserzione Reichenbach usa anche degli indicatori per la forza interrogativa e imperativa. Similmente Hare introduce degli indicatori di forza per mettere a nudo il modo in cui sono fatti gli enunciati etici e affini (Hare 1970). Davidson (1979), tuttavia, mette in discussione il valore dell’intera impresa di introdurre gli indicatori di forza nei linguaggi formali o non formali. La ragione offerta da Davidson è che, dal momento che il linguaggio naturale già contiene molti mezzi per indicare la forza di un atto linguistico, un indicatore di forza avrebbe interesse soltanto se potesse garantire la forza di un atto linguistico. Ma nulla può farlo: qualunque mezzo che miri a essere un indicatore infallibile della forza assertoria è suscettibile di essere usato da un burlone o da un attore per  intensificare il realismo della propria performance. Nel riferirsi a un ipotetico indicatore di forza con il termine di “modo rafforzato”, scrive:

E’ evidente che il semplice dire la frase nel modo rafforzato non può garantire che venga fatta un’asserzione: qualunque burlone, cantastorie, e attore approfitterebbe immediatamente del modo rafforzato per simulare un’asserzione. Non c’è ragione, perciò, di ricorrere al modo rafforzato; l’indicativo fa tutto ciò che un linguaggio può fare al servizio dell’asserzione (Davidson 1979, p. 311).

Hare 1989 risponde che potrebbe esserci una società con una convenzione secondo cui l’enunciato di una certa espressione costituisce un certo atto illocutorio, anche quegli enunciati usati sul palco o dai burloni e i cantastorie. Green 1997 disputa la rilevanza di questa osservazione per quanto riguarda l’asserire, che, come abbiamo visto, sembra aver bisogno delle intenzioni per essere messo in atto. Come nessuna convenzione potrebbe stabilire che io credo che P, così nessuna convenzione potrebbe stabilire che io intendo avanzare una certa frase come un’asserzione.

D’altro canto, Green 1997 e Green 2000 osservano che anche se non può esserci alcun indicatore di forza nel senso criticato da Davidson, nulla impedisce che il linguaggio naturale contenga dei mezzi per indicare la forza, a condizione che un atto linguistico sia compiuto: un tale indicatore di forza non mostrerebbe se si sta compiendo un atto linguistico, ma, dato che lo si sta compiendo, quale atto linguistico si stia compiendo. Per esempio, espressioni parentetiche quali “come si dà il caso” possono apparire nell’antecedente di un condizionale, come in: “se, come si dà il caso, il pianeta si sta riscaldando, l’Antartide si scioglierà”. L’uso dei parentetici non può garantire che la frase, o qualche parte di essa, venga asserita, ma se l’intera frase è asserita, allora, Green sostiene, l’uso dei parentetici garantisce che il parlante è impegnato verso il contenuto dell’antecedente. Se questo è vero, allora il linguaggio naturale già contiene degli indicatori di forza in questo senso. Se valga la pena introdurre simili indicatori di forza nella notazione logica resta un problema aperto.

Successivamente all’introduzione da parte di Austin della nozione di performativo, è stato suggerito che ciò che potremmo chiamare le cornici della frase si comportano come degli indicatori di forza: “dichiaro che oggi c’è il sole”, sembra un modo un po’ prolisso per dire che c’è il sole, dove il “dichiaro” sembra solo indicare come si debba prendere ciò che lo segue. Secondo l’approccio di Urmson (1952), per esempio, una frase simile dovrebbe essere analizzata secondo il modello di “c’è il sole, dichiaro”. Si può trovare sostegno a una tale ipotesi nel fatto che mentre una risposta possibile a un enunciato del genere è “no, non c’è il sole, fuori diluvia!”, non lo può essere “no, non lo dichiari”. Anche qui, se il parlante non crede che fuori ci sia il sole, non può evitare l’accusa di mentire semplicemente dicendo che ciò che aveva asserito era che aveva dichiarato che ci fosse il sole, ma che non aveva asserito nulla riguardo al tempo meteorologico.

Cionondimeno, rifacendosi a Cohen 1964, Lycan 2018 si oppone all’idea che tali cornici performative non diano alcun contributo alla frase o al significato dell’enunciato. Se Marissa enuncia felicemente “dichiaro che c’è il sole”, mentre Abdul enuncia felicemente, “congetturo che c’è il sole”, la teoria implica che i loro enunciati significhino la stessa cosa. I due parlanti, però, hanno chiaramente detto cose diverse. D’altro lato, se sosteniamo che la cornice performativa non contribuisce al contenuto di quello che Marissa e Abdul hanno detto, allora, Lycan osserva, diventa difficile spiegare come i loro enunciati impegnino uno qualunque dei due ad avere una qualunque posizione circa il tempo. E’ evidente che non possiamo emendare questo aspetto introducendo delle regole d’inferenza tipo “stabilisco che p”, ergo p”. Prenderemo in considerazione una soluzione a quello che Lycan chiama “il problema di Cohen” dopo aver sviluppato la nozione di inferenza illocutoria nella prossima sezione.

 

8. Gli atti linguistici hanno una logica?

Gli studiosi degli atti linguistici sostengono, come abbiamo visto, che l’unità di significato comunicativo è l’Illocuzione anziché la Proposizione. Questa impostazione solleva la questione se la logica stessa non possa essere arricchita incorporando in essa le relazioni inferenziali tra atti linguistici anziché limitarsi alla relazioni inferenziali tra Proposizioni. Così come due tipi di evento E1 e E2 (per esempio, correre velocemente e correre) potrebbero essere logicamente relati l’uno all’altro poiché non è possibile che uno occorra senza che occorra l’altro, così due tipi di atto linguistico S1 e S2 potrebbero essere relati inferenzialmente l’uno all’altro se non è possibile compiere uno senza compiere l’altro. Un avvertimento che il toro sta per caricare è anche un asserzione che il toro sta per caricare, ma l’inverso non è vero. Se, dunque, avvertire implica asserire ma non viceversa, allora una simile relazione inferenziale non è tipicamente colta dalla rete delle relazioni inferenziali tra proposizioni.

Nel loro Foundations of Illocutionary Logic (1985), Searle e Vanderveken tentano un trattamento generale delle relazioni logiche tra atti linguistici. Descrivono il loro problema centrale in termini di impegno:

Una teoria della logica illocutoria del tipo che abbiamo descritto è essenzialmente una teoria dell’impegno illocutorio per come questo è determinato dalla forza illocutoria. La singola domanda più importante a cui deve rispondere è questa: nel momento in cui un parlante in un contesto di enunciazione compie con successo un atto linguistico di una certa forma, in quali altre illocuzioni lo impegna un tale atto? (1985, p. 6)

Per spiegare la loro nozione di impegno illocutorio, gli autori invocano la definizione di forza illocutoria in termini dei sette valori menzionati sopra nella Sezione 2.3. Sulla base di questa definizione, definiscono due nozioni che pertengono alle relazioni di implicazione tra atti linguistici, ossia impegno illocutorio forte e impegno illocutorio debole. Secondo la definizione precedente, un atto illocutorio Simpegna un parlante in un altro atto illocutorio Sse e solo se non è possibile compiere S1 senza compiere S2 . Se questa relazione esista tra due atti illocutori dipende dalle particolari settuple con cui sono identificati. Perciò supponiamo che S1 sia identico a  <FI1, Forz1, Modo1, Cont1, Prep1, Sinc1, Forzsinc1> (che corrispondono rispettivamente a fine illocutorio, forza, modo di realizzazione, contenuto proposizionale, condizioni preparatorie, condizioni di sincerità, e forza delle condizioni di sincerità); e supponiamo che S2 sia identico a  <FI2, Forz2, Modo2, Cont2, Prep2, Sinc2, Forzsinc2>. Supponiamo inoltre che Forz1 e Forz2 differiscano solo per il fatto che 1 è più forte di 2. Allora non sarà possibile compiere S1 senza compiere S2 ; da cui segue che il primo implica il secondo nel modo illocutorio forte. (Questa definizione di impegno illocutorio forte si generalizza linearmente al caso in cui un insieme di atti linguistici S1,…, Sn-1 implica un atto linguistico Sn.)

Searle e Vanderveken definiscono anche una nozione di impegno illocutorio debole in questo modo: Simplica debolmente Sse e solo se ogni performance di S1 impegna un parlante a soddisfare le condizioni stabilite nella settupla che è identica a S2 (1985, p. 24). Searle e Vanderveken ne deducono che questo implica che se P implica logicamente Q, e un agente asserisce che P, allora l’agente è impegnato a credere che Q. Tuttavia gli autori enfatizzano che questo non significa che l’agente che asserisce che P è impegnato a coltivare la credenza che Q quando P implica Q. Ma a questo punto non è chiaro di quale nozione di impegno stiamo parlando. Non è chiaro, per esempio, cosa significhi essere impegnati a credere che Q (anziché essere semplicemente impegnati in Q) se questo non viene interpretato come l’essere impegnati a coltivare la credenza che Q.

Altri approcci tentano di aggirare questi problemi definendo riduttivamente la nozione di impegno in termini di obbligazioni ad agire e responsabilità per l’errore e/o la giustificazione. Il compimento di un atto linguistico o di un insieme di atti linguistici può impegnare un agente verso un contenuto preciso, e lo fa in relazione a qualche forza. Se P e Q insieme implicano R, allora il mio asserire sia P sia Q mi impegna verso R. Ciò non vuol dire che ho anche asserito R: se l’asserzione fosse chiusa sotto la conseguenza deduttiva allora asserirei un numero infinito di cose solo in virtù del fatto che ne asserisco una. In contrasto, se congetturo che P e Q, allora sono di nuovo impegnato verso R ma non nel modo in cui lo sarei stato se avessi asserito P e Q. Per esempio, nel caso dell’asserzione, una volta che il mio impegno verso R è chiarito, rientra nei diritti del mio interlocutore chiedere come faccio a sapere che R si dà; questa non sarebbe stata una risposta accettabile al mio mero congetturare che P e Q. Possiamo sviluppare questa linea così: si dica che S è un parlante arbitrario e <ΔlAl, …, ΔnAn, ΔB> una sequenza di coppie forza/contenuto; allora:

lAl, …, ΔnAn, ΔB> è illocutoriamente valido se e solo se, se il parlante S è impegnato in ognuno di Ai nel modo Δi, allora S è impegnato in B nel modo Δ. [19]

La validità illocutoria è essenzialmente una nozione deontica, poiché riguarda la coppia forza/contenuto verso la quale un parlante si impegna a partire da un’altra coppia: verrà articolata o in termini dell’obbligazione a usare un contenuto in un certo modo conversazionale oppure in termini di responsabilità per l’errore o giustificazione in base a come è il mondo.

La nostra discussione circa la possibilità di una logica illocutoria risponde a una domanda posta alla fine della Sezione 6.3, ossia se sia possibile compiere un atto linguistico senza intendere farlo. Questo sembra verosimile data la definizione di Searle e Vanderveken dell’impegno illocutorio forte: dobbiamo solo immaginare un agente che compie un ampio numero di atti linguistici, S1,…,Sn-1, i quali, a sua insaputa, garantiscono tutti insieme la soddisfazione delle sette condizioni per la definizione di un altro atto linguistico Sn. Anche in un caso del genere, l’agente compie Sn solo in virtù del fatto che compie intenzionalmente qualche altro insieme di atti linguistici S1,…,Sn-1; è difficile immaginare come si possa compiere Sn e al contempo non avere alcuna intenzione di compiere un atto linguistico.

Siamo anche in posizione di fare progressi sul problema di Cohen formulato da Lycan. Come sostenuto da Green 2000, in un’asserzione come “(con il presente atto) asserisco che p” , un parlante si impegna verso  p anche se le sue parole non lo implicano logicamente; né lo presuppongono, né lo implicano conversazionalmente o convenzionalmente. Tuttavia, lo implicano illocoturiamente: qualcuno impegnato assertoriamente verso “asserisco che p” è, per ciò stesso, impegnato assertoriamente verso p. Al contrario, qualcuno impegnato verso “asserisco che p” solo per amor di supposizione non è per ciò stesso impegnato verso p. Infatti, una frase come “asserisco che” è semanticamente opaca (e contribuisce in modo non triviale alle condizioni di verità delle frasi in cui occorre) ma pragmaticamente trasparente nel senso che un parlante che intraprende un impegno assertorio verso una frase che ha ambito [scope] ampio è impegnato verso il suo complemento. Delle osservazioni analoghe si applicano a “congetturo che” e simili.

 

9. Atti linguistici e aspetti sociali

In un evento illocutorio paradigmatico, un parlante ha a disposizione una scelta circa se compiere un atto linguistico e quale questo debba essere, e il destinatario farà del suo meglio per discernere le intenzioni del parlante e, laddove necessario, quali convenzioni il parlante stia invocando.  Pratt (1986) osserva che questo paradigma non si applica a molte aree della vita comunicativa,

Una spiegazione dell’interazione linguistica basata sull’idea dello scambio sorvola grossolanamente sul fatto che, per dirla crudamente, alcune persone parlano più di altre, alcune si presume ascoltino di più, e non le parole di tutti valgono lo stesso (1986, p.68)

Sebbene Pratt intenda questa come un’osservazione critica sulla teoria degli atti linguistici, essa suggerisce anche un modo in cui la stessa teoria possa gettar luce su alcune sottili forme di oppressione. Abbiamo visto nella sezione 2.2 che una scommessa putativa può andare a vuoto se non è accettata. In un caso del genere il parlante tenta di scommettere ma non ci riesce per via della mancata accettazione dell’uditorio. Allo stesso modo una persona può non trovarsi nella posizione sociale adeguata per, ad esempio, scomunicare o nominare, e i suoi tentativi di compiere tali illocuzioni andranno a vuoto. Più significativamente, un schema ricorrente di abuso delle istituzioni degli atti linguistici può deprivare una persona dell’abilità di compiere atti linguistici: colui che ostinatamente rompe le promesse condurrà, nel corso del tempo, altri nella sua comunità a essere indisposti ad accettare le promesse che tenta di fare. Potrà compiere infiniti atti locutori, ma diventerà incapace di compiere l’atto illocutorio della promessa, perlomeno in questa comunità.

Uno schema ricorrente di comportamento colposo può rendere un parlante incapace di compiere un atto linguistico di un certo tipo. Può uno schema ricorrente di comportamento colposo da parte della comunità – intenzionale o accidentale – ottenere lo stesso effetto sul parlante? Questo può succedere se un numero sufficientemente ampio di membri della comunità decide di non accettare mai le scommesse, gli avvertimenti o le promesse del parlante. Al di là di questi casi ipotetici, è stato più concretamente suggerito che gli schemi ricorrenti di ineguaglianza sociale possono impedire ai membri di un certo gruppo di compiere gli atti linguistici che questi sceglierebbero. Basandosi su e raffinando la tesi di McKinnon (1993) secondo cui la pornografia riduce le donne al silenzio, Langton (1993), e Hornsby e Langton (1998) sostengono che l’industria e il consumo di pornografia deprivano le donne dell’abilità di compiere l’atto linguistico di rifiutare avances sessuali. Rifiutare è un atto linguistico, ma se un numero sufficientemente ampio di uomini ne nega l’accettazione (con pensieri come “Con ‘no’ in realtà vuole dire ‘sì’”, etc.) allora, queste autrici sostengono, i tentativi delle donne di rifiutare le avances sessuali saranno caratteristicamente inerti rispetto all’atto linguistico del rifiuto. Le donne saranno ancora in grado di tentare di rifiutare le avances sessuali, e potranno ancora tentare di impedirle opponendosi fisicamente, ma resterà loro preclusa una forma cruciale di protezione. Allo stesso modo, l’apartheid, Jim Crow, e altri schemi ricorrenti di discriminazione dei quali i perpetratori non sono coscienti, possono deprivare minoranze razziali, religiose e etniche dell’abilità di compiere quegli atti linguistici che richiedono accettazione. Questi fenomeni sono generalmente noti con il nome di silenziamento illocutorio.

Bird (2002) nega che l’atto linguistico del rifiutare richieda l’accettazione. Tale illocuzione, sostiene, è come l’invitare e l’arrendersi, che possono occorrere tanto se il destinatario coglie e accetta le illocuzioni profferte, quanto se non lo fa. Similmente, Maitra 2009 nega che l’argomento del “silenziamento” debba essere posto in termini di atti linguistici e sostiene che l’istituzione della pornografia impedisce alle istanze di rifiuto del parlante di essere capite. Per esempio, un parlante può voler dire che si rifiuta, ma schemi ricorrenti di risposte cognitive e affettive impediranno sistematicamente che tale rifiuto venga colto. Allargando la portata delle ricerche sull’interazione tra l’ingiustizia e i fenomeni illocutori, McGowan 2009 sostiene che alcuni atti linguistici possono non solo causare ma anche costituire esempi di oppressione. Anderson, Haslanger e Langton (2012) forniscono una panoramica della ricerca sulle forme di oppressione razziale, di genere e simili, in relazione agli atti linguistici.

Sebbene non intrinsecamente colposa, anche la pratica del dogwhistling ha recentemente attirato l’interesse dei teorici degli atti linguistici. Come suggerito dalla metafora stessa, un agente compie un atto di dogwhistling se e solo se una o più dimensioni degli atti linguistici che compie sono immediatamente intelligibili solo a un sottoinsieme dei suoi destinatari. Saul (2018) nota che nella politica americana contemporanea, affermare la propria opposizione alla Corte Suprema nel caso Dred Scott sembra essere un modo di indicare le proprie simpatie anti-abortiste. Per coloro che sono sprovvisti della dovuta conoscenza interna, tuttavia, l’opposizione di un parlante al caso Dred Scott sembra semplicemente un atto non controverso di rifiuto del razzismo. Il fenomeno del dogwhistling presenta un’apparente problema per le concezioni del significato del parlante in termini di esplicitezza, dal momento che l’autore di un atto di dogwhistling sembra voler dire qualcosa che è criptico per tutti tranne che per il proprio uditorio interno: dovremmo dire che un tale enunciato è sia esplicito sia implicito? Anziché tentare questa strada, chi costruisce gli atti linguistici in termini di esplicitezza può rivedere la nozione di “manifesto”. Ciò che è manifesto per un destinatario potrebbe non esserlo per un altro, e un parlante può sfruttare questo fatto. Quindi, qualcuno che dichiari, “Sono contro il caso Dred Scott”, può voler dire che è contro il caso Dred Scott e pro-life per una parte dell’uditorio, ma solo che è contro il caso Dred Scott per un’altra parte.

 

Note

[1] Nel suo The A Priori Foundations of the Civil Law (1913), il giurista austriaco Adolf Reinach sviluppò quella che chiamò una teoria degli “atti sociali”, anticipando molti dei temi delle successive opere del mondo anglo-americano sugli atti linguistici. Per una valutazione si veda Mulligan 1987. Si veda anche K. Schuhmann e B. Smith 1991 per una discussione di alcuni elementi della teoria degli atti linguistici in Thomas Reid. Smith 1990 offre una più generale indagine storica.

[2] Si veda in ogni caso Gorman 1999 per una spiegazione dettagliata di come la teoria letteraria si è appropriata in modo distorto della teoria degli atti linguistici.

[3] In ciò che segue userò “enunciato” per riferirmi a qualunque produzione di parole dotate di significato da parte di un parlante. L’uso del linguaggio dei segni del Nicaragua, il codice Morse, e la mia ripetizione delle parole di un altro linguaggio che sento di sfuggita e non capisco, contano tutte come “enunciati” secondo questo criterio permissivo.

[4] Ci si è appropriati del termine “performativo” anche in campi diversi dalla filosofia. Per esempio, i sociologi talvolta descrivono gli enunciati come performativi poiché “incarnano gli eventi che descrivono” (Callon 2006). “Gli indicatori economici principali sono positivi”, detto dalla Federal Reserve degli Stati Uniti, può aiutare a rassicurare che tali indicatori siano positivi. A dispetto dell’interesse del fenomeno, tale uso del termine considererebbe anche “questa frase è vera” come un performativo, e similmente “sto sussurrando”, detto mentre si sussurra. Per evitare confusione eviteremo di adottare questo uso inclusivo del termine. Si veda Callon (2006) e Miller (2007) per una discussione ulteriore della performatività in conformità a questo uso.

[5] Nello stesso articolo Searle considera la definizione di Austin di “atto retico” come l’enunciazione di parole con un senso e un riferimento definiti. Poi nota che gli esempi di Austin dei resoconti indiretti degli atti retici contengono generalmente dei verbi illocutori, come quelli che troviamo in “mi ha detto di uscire” e “ha chiesto se si trovasse a Oxford o a Cambridge”. Searle conclude che tutti gli atti retici sono quindi atti illocutori. Purtroppo questa conclusione dipende da una sovra-generalizzazione dei casi considerati da Austin. Un altro resoconto perfettamente appropriato di un atto retico è “ha detto che sarà più puntuale in futuro”. In questo caso, non abbiamo idea se il parlante è descritto nell’atto di predire o di promettere o semplicemente di ripetere le battute di uno spettacolo teatrale. La conclusione di Searle (1968, p. 413) secondo cui tutti gli atti retici sono anche atti illocutori non è quindi garantita dall’argomento che egli offre a supporto.

[6] L’assurdità esibita da queste frasi è spesso classificata sotto la rubrica del Paradosso di Moore, per un’ulteriore discussione si veda Green e Williams 2007.

[7] König e Seimund (2007) offrono un esteso studio inter-linguistico dell’interazione tra forza illocutoria e modo grammaticale.

[8] Si vedano i saggi raccolti in Warnock 1973 per alcune speculazioni sui piani di ricerca di Austin, tragicamente terminati per via della sua prematura morte.

[9] La caratterizzazione è quindi analoga al modo in cui alcune teorie non classiche della logica descrivono la proposizione come né Vera né Falsa, ma dotata di un terzo valore di verità, N: Evidentemente questo non significa dire che tali proposizioni sono prive di un valore di verità. Resta tuttavia difficile discernere come l’asserire che un atto linguistico ha una direzione d’adeguamento nulla, anziché non averla affatto, getti luce sull’atto linguistico. Si veda Humerstone 1992 per una discussione più completa della nozione di direzione d’adeguamento.

[10] Nella sua pionieristica discussione dell’implicatura, Grice (1989) sembra trattare gli implicati conversazionali come casi di significato del parlante. Questo può incoraggiare la visione che ciò che è implicato è anche un atto linguistico. E’ ben possibile che alcuni implicati siano anche atti linguistici. Tuttavia molti non lo sono. Se A chiede a B, “dov’è C?” e B risponde “in centro, da qualche parte”, allora B può voler dire che non è in grado di essere più specifica su dove si trovi C. Resta però dubbio che B stia asserendo che non è in grado. Dopotutto, se B sapesse esattamente dove si trova C, allora starebbe certamente sviando A nel rispondere in quel modo, ma non starebbe mentendo. Al contrario, qualcuno che asserisce qualcosa che non crede sia vero sta mentendo. Quindi, comprendere gli atti linguistici indiretti in termini di implicatura non garantisce che risulteranno essere illocuzioni.

[11] Millikan scrive “La convenzionalità naturale è composta da due caratteristiche, piuttosto semplici, relate tra loro. Anzitutto, le convenzioni naturali consistono di schemi che sono “riprodotti” in un senso da definire. In secondo luogo, il fatto che questi schemi proliferino è dovuto in parte all’influenza della precedente, piuttosto che esser dovuto, per esempio, alla loro capacità intrinsecamente superiore di svolgere certe funzioni. Questo è quanto”. (1998, p. 162).

[12] Ritengo che le “certe condizioni” alle quali si riferisce Searle nel passaggio citato possono essere specificate senza che l’affermazione diventi triviale.

[13] Questa terminologia è fuorviante perché, secondo l’uso dei filosofi, uno atto può essere un atto di significato del parlante senza che alcun suono venga emesso o alcuna iscrizione usata. Per esempio due cacciatori che non abbiamo un linguaggio in comune possono comunicare con la mimica, in modo che quando uno mima la direzione d’attacco, intende, nel senso del significato del parlante, che l’altro deve avvicinare il mammut da dietro. Nonostante la natura fuorviante del gergo del significato del parlante, lo manterrò anziché introdurre nuova nomenclatura.

[14] Può darsi il caso che gli adulti che sembrano rivolgersi a bambini pre-linguistici nel senso del significato del parlante, stiano invece soltanto rivolgendosi a se stessi. Sembrerebbe che solo in alcuni casi questi adulti stiano nutrendo delle intenzioni riflessivo-comunicative verso se stessi. Osserviamo qui anche che Armstrong 1971 offre un resoconto del significato del parlante in termini di obiettivi anziché di intenzioni, per la ragione che la seconda nozione è più ristretta della prima. Uno che intenda un certo risultato deve credere che la cosa a cui mira è in suo potere, mentre uno che abbia quel risultato come obiettivo non è necessario che lo creda. Al momento mostreremo un’affinità tra la posizione di Armstrong e quella offerta sotto. Tuttavia, semplicemente rimpiazzare “intenzione” con “obiettivo” nella spiegazione di Grice non ci permette di affrontare i casi che abbiamo considerato. Nel pronunciare l’ultima riga dell’Etica di Spinoza non è parte del mio obiettivo produrre alcun effetto in mia figlia appena nata. Similmente, non deve essere necessariamente parte dell’obiettivo del sospetto accusato ingiustamente che sostiene la propria innocenza di produrre un effetto su coloro che lo stanno interrogando. Potrebbe dire ciò che dice per rendere pubblica la propria dichiarazione d’innocenza per chiunque abbia un interesse nella faccenda. Il suo obiettivo è semplicemente quello di stabilire fin da subito una linea di difesa basata sulla propria innocenza.

[15] Seguendo un suggerimento di Schiffer (1972, p. 15), Strawson (1970, p. 7) e Bennett (1976, p. 271), Avramides 1989 propone una risposta a questo genere di casi in cui il parlante si rivolge a se stesso, con l’intenzione, in particolare, di produrre un effetto cognitivo su di sé. Mentre può essere vero che nel caso della figlia appena nata il parlante si sta rivolgendo a se stesso, né segue, né sembra vero che in quei casi il parlante stia cercando di produrre un effetto cognitivo su di sé. A volte ci rivolgiamo a noi stessi nel tentativo di produrre un effetto cognitivo: “ce la posso fare!” mentre corro sulla strada ripida, o “945-6743, 945-6743” mentre cerco di memorizzare un numero telefonico che ho appena letto nella rubrica. Tuttavia, credo già che tutte le cose di valore siano difficili perché sono rare. E’ una credenza che ho avuto fermamente da quando l’ho trovata in Spinoza venti anni fa, e lo credo attivamente mentre rifletto sul numero di pannolini che avrò cambiato quando avrò quarant’anni. Ne risulta che è piuttosto poco chiaro che effetto stia cercando di produrre in me stesso nel dire quello che dico. I suoi occhi lo hanno già fatto per lui. Allo stesso modo non è affatto chiaro che credenza il sospetto accusato ingiustamente possa tentare di produrre o rafforzare o attivare in sé nel dichiarare la propria innocenza. Il sospetto sa perfettamente che non ha mai messo piede in quella parte della città in cui il crimine è stato commesso, e che non ha idea di come usare la garrota con cui la vittima è stata uccisa (La discussione di Avramides qui è confusa perché prima risponde a un caso, posto da Harman, di una persona che mantiene una proposizione sapendo appieno che nessuno lo crederà, con le parole “penso che nel caso di Harman il parlante non stia affatto parlando ad alcun un uditorio” (p. 64). Ma poi, due pagine dopo, Avramides scrive, “la cosa fuorviante del caso di Harman è che sembra esserci un uditorio presente. Il parlante, tuttavia, non rivolge il proprio enunciato ai presenti… Se questo è vero, perché non dire che in casi come questo il parlante intende l’uditorio come se stesso…” (p. 66). Considererò Avramides come se sostenesse la visione che in questi casi il parlante ha un uditorio, e cioè se stesso.)

[16] Hajdin 1991 sostiene che curarsi della forza illocutoria e del contenuto semantico non è sufficiente neppure a spiegare il significato di atti linguistici paradigmatici come il promettere. Il suo ragionamento è che uno può sapere, per esempio, che è stata fatta una promessa che A e B non si terranno la mano, senza sapere chi è responsabile di garantire che la promessa venga mantenuta. (Può essere A, B o qualcun altro). Tuttavia, anche se è vero che specificare una “coppia forza/contenuto” è insufficiente a rispondere a questa domanda, non segue, né è vero che tali fatti sulla responsabilità sono parte di ciò che si vuole dire o di come lo si vuole dire.

[17] Si vedano i saggi raccolti in Parrett e J. Verschueren 1992

[18] La ricerca sull’intelligenza artificiale ha utilizzato gli strumenti della teoria degli atti linguistici per aiutare i sistemi automatizzati a determinare i piani di agenti umani. Esempi prominenti sono i capitoli di Cohen, Morgan e Pollack 1990, e Shoham 1993.

[19] Adattato da Green 2000. Un argomento è illocutoriamente corretto se e solo se è illocutoriamente valido e le condizioni di soddisfazione delle premesse sono realizzate. Una spiegazione più completa della validità illocutoria utilizzerebbe ulteriori distinzioni. Per esempio, due impegni assertori possono essere uguali ad eccezione di una differenza nella forza; queste differenze di solito sono descritte come differenze nella probabilità soggettiva, che potrebbero esser rappresentate come differenze nella forza dell’impegno. Ancora, potremmo distinguere tra diversi possibili oggetti di impegno, dal momento che nulla esclude la possibilità di essere impegnati in una domanda o un imperativo. Queste distinzioni nelle dimensioni del modo, forza e oggetto di impegno sono prese in considerazione da Green 2000. Si veda anche Harrah (1980, 1994) per una discussione dell’impegno assertorio, erotetico e proiettivo. Si osservi anche che la nozione di validità in termini di preservazione della verità può esser vista come un caso speciale della nozione generale di preservazione dell’impegno: si tratti ognuna delle frasi dell’inferenza valida (nel senso suddetto) come presentate nel modo assertorio, e si tratti ognuna di queste frasi come una dichiarativa. La validità illocutoria non è quindi una rivale della nozione di preservazione della verità, ma una generalizzazione della stessa.