Esperimenti mentali [DRAFT]

Traduzione di Gabriele Nanino.

Revisione di Filippo Pelucchi, pagina originale di James Robert Brawn e Yiftach Fehige. 

Versione: Autunno 2022.

 

The following is the translation of James Robert Brown and Yiftach Fehige’s entry on “Thought Experiments” in the Stanford Encyclopedia of Philosophy.  The translation follows the version of the entry in the SEP’s archives at https://plato.stanford.edu/archives/fall2022/thought-experiment . This translated version may differ from the current version of the entry, which may have been updated since the time of this translation. The current version is located at <https://plato.stanford.edu/entries/thought-experiment>. We’d like to thank the Editors of the Stanford Encyclopedia of Philosophy for granting permission to translate and to publish this entry on the web.

Gli esperimenti mentali sono sostanzialmente degli strumenti immaginativi. Sono impiegati per vari scopi quali l’intrattenimento, l’educazione, l’analisi concettuale, la formulazione di ipotesi, l’esplorazione di possibilità, l’implementazione e la selezione di teorie, etc. Alcune applicazioni degli esperimenti mentali sono più controverse di altre. Pochi contesterebbero, ad esempio, l’utilizzo di esperimenti mentali per illustrare situazioni complesse o a fini educativi. La situazione è diversa se si considerano gli esperimenti mentali come strumenti per indagare la realtà (la quale può includere elettroni, tavoli, pioggia, credenze, morale, persone, numeri, universi ed esseri divini). Questo è l’uso degli esperimenti mentali che attira di più l’attenzione sia all’interno e che all’esterno del dibattito filosofico. Il tema si sovrappone a molte altre questioni di fondamentale importanza, come la natura dell’immaginazione, la differenza tra spiegazione e comprensione di un fenomeno, il ruolo dell’intuizione nella cognizione umana e la relazione tra finzione e verità. Inoltre, gli esperimenti mentali sono “interdisciplinari” e lo sono in due sensi. In primo luogo, gli esperimenti mentali sono trattati come argomenti nei vari dibattiti, non solo da parte dei filosofi, ma anche degli storici, degli scienziati cognitivi, degli psicologi ecc. In secondo luogo, si possono trovare in molte discipline, tra le quali biologia, economia, storia, matematica, filosofia e fisica (anche se non in ognuno di questi ambiti con la stessa frequenza).

A volte gli esperimenti mentali sono esposti attraverso dei diagrammi, anche se è più frequente che vengano presentati in forma narrativa. È importante distinguere tra gli scenari immaginati in un esperimento mentale, e le narrazioni che sono usate per suscitare uno scenario nella mente delle persone. Una volta che lo scenario è immaginato, questo può divenire autonomo, e ciò spiega in parte il potere creativo di un buon esperimento mentale. Infatti, immaginando uno scenario si potrebbero addirittura ottenere risultati sperimentali che contraddicono la narrazione che ha dato inizio al dibattito circa un particolare esperimento mentale.

Gli esperimenti mentali dovrebbero inoltre essere distinti dal semplice pensare di condurre un esperimento nell’immaginazione o dagli esperimenti psicologici con i pensieri, anche se queste eventualità potrebbero sovrapporsi. Inoltre, gli esperimenti mentali si dovrebbero anche distinguere dal ragionamento controfattuale, poiché sembrano richiedere un elemento sperimentale, il quale spiega l’impressione che qualcosa è esperito in un esperimento mentale (cioè, essere visto, sentito, udito, ecc., non in senso letterale ovviamente). In altre parole, nonostante alcuni chiamino esperimento mentale ogni situazione controfattuale o ipotetica (Rescher 1991), questa proposta sembra essere troppo inclusiva. Un’altra questione è se ci sia una struttura logica comune a tutti gli esperimenti mentali. Sulla base di considerazioni sulla loro possibile struttura logica, è stata proposta una tassonomia, secondo la quale gli esperimenti mentali ricadono in due classi, quella dei “rifiutatori di necessità” e quella dei “rifiutatori di possibilità” (Sorensen 1990). Questa proposta ha dato una spinta al dibattito sulle condizioni di identità di un esperimento mentale. Quali modifiche può tollerare un esperimento mentale prima che cessi di esistere e ne nasca uno nuovo al suo posto? In altre parole, quanta enfasi sulle caratteristiche proposizionali è opportuna nell’analisi di un esperimento mentale?

Guardando allo sviluppo del dibattito degli ultimi trent’anni, gli esperimenti mentali risultano protagonisti soprattutto in filosofia della scienza e in meta-filosofia. C’è una ragione semplice che spiega questa distribuzione. Al centro della discussione vi è una sfida epistemologica presentata in modo potente da numerosi esperimenti mentali offerti dalla storia della scienza. Gli esperimenti mentali suggeriscono che possiamo imparare qualcosa del mondo semplicemente riflettendo su scenari immaginati. Ma come facciamo ad apprendere qualcosa sulla realtà (se mai possiamo farlo) semplicemente pensando? Ci sono degli esperimenti mentali che ci permettono di acquisire nuova conoscenza del mondo senza appellarsi a nuovi dati empirici? E se è così, da dove provengono le conoscenze che acquisiamo? E ancora, come si riconosce un esperimento mentale ben riuscito da uno fallimentare?

Queste questioni sono importanti in relazione agli esperimenti mentali scientifici, perché molti “li riconoscono come potenti strumenti per migliorare la nostra comprensione della natura”. Storicamente, il loro ruolo è molto vicino a quello svolto da vere osservazioni ed esperimenti di laboratorio. Gli esperimenti mentali possono infatti svelare che la natura non si conforma a un certo insieme di aspettative e possono inoltre suggerire modi particolari in cui aspettative e teorie possono essere revisionate” (Kuhn 1977, traduzione a cura dell’autore).  Le domande circa la sfida epistemologica posta dagli esperimenti mentali scientifici sono altrettanto importanti per gli esperimenti esterni al campo delle scienze naturali. Ciò è particolarmente vero per il contesto filosofico. La filosofia offre molti esempi di esperimenti mentali che svolgono un ruolo di importanza simile a quello degli esperimenti mentali scientifici. Questa comunanza spinge a riflettere sulla relazione tra filosofia e scienza naturale con riguardo particolare per i fenomeni che coinvolgono entrambi i campi, come la mente e il libero arbitrio (vedi Wilkes 1988; Young 2013).

Se la pratica scientifica trova spazio per gli esperimenti mentali, dobbiamo allora anche chiederci quali sono i criteri per decidere del loro utilizzo in filosofia. Una ragione spesso offerta è che in campo scientifico i risultati degli esperimenti mentali sono soggetti a successivi test empirici. Evidentemente ciò non si può fare per gli esperimenti mentali filosofici. Sembra però difficile accettare una distinzione categorica tra i due gruppi di esperimenti sulla base di questa considerazione. Il XVII secolo ha visto alcuni tra i più brillanti sperimentatori mentali in Galileo, Cartesio, Newton e Leibniz e questi autori ritenevano di contribuire ad un progetto di “filosofia naturale”. La scoperta della meccanica quantistica e della relatività sarebbero state impensabili senza il ruolo cruciale che hanno svoltogli esperimenti mentali, molti dei quali connessi a importanti problemi filosofici che sorgono nell’ambito delle teorie scientifiche. Inoltre, gran parte dell’estetica, della filosofia del linguaggio e dell’etica contemporanee sembra basarsi sui risultati di esperimenti mentali; alcuni esempi includono la stanza cinese di Searle, Terra Gemella di Putnam e Mary, la scienziata dei colori di Jackson. La filosofia, anche più della scienza, resterebbe fortemente impoverita senza esperimenti mentali. Queste osservazioni spiegano in parte perché qualcuno ha argomentato a favore di una teoria “unificata” degli esperimenti mentali (Boniolo 1997; Cooper 2005, pp. 329–330; Gähde 2000). Naturalmente, è importante non sottostimare le differenze significative tra scienze e filosofia. Tuttavia, una teoria degli esperimenti mentali è tanto più forte quanto più si riesce a giustificarne la presenza in diversi ambiti.

Vi sono stati tentativi di definire l’espressione “esperimento mentale” sfruttando l’analisi concettuale tradizionale (e.g., Picha 2011; McComb 2013), ma probabilmente è meglio affidarsi ad una caratterizzazione più vaga per non pregiudicare l’indagine. Naturalmente, abbiamo bisogno di un’idea preliminare di cosa sono gli esperimenti mentali per guidare un’analisi filosofica appropriata (Haggqvist 2009), ma ciò non significa cominciare con una definizione tecnica, specificando condizioni necessarie e sufficienti. In effetti, molti concetti con cui abbiamo a che fare rimangono vaghi all’inizio dell’indagine filosofica (vedi il concetto di religione o quello di democrazia). Fortunatamente, ci sono molti esempi a cui riferirsi per circoscrivere adeguatamente la materia. Oltre a quelli già menzionati, vi sono i secchi di Newton, il microscopio a raggi gamma di Heisenberg, l’ascensore di Einstein, il mulino di Mill, le persone che si dividono come amebe di Parfit e il violinista di Thomson. Ognuno di noi ha probabilmente familiarità con alcuni di questi esperimenti mentali. Tra gli esperimenti meno conosciuti c’è quello del topo che si intrufola nel tabernacolo di una chiesa cattolica medievale per mangiare l’ostia consacrata lì conservata. (vedi Fehige 2011). I cattolici cristiani romani credono che l’ostia sia il corpo di Cristo. La “sostanza” dell’ostia, intesa nel senso delle categorie aristoteliche, è rimpiazzata, dopo la consacrazione da parte di un sacerdote, e al suo posto si trova la “sostanza” del corpo di Cristo. Solo gli “accidenti” aristotelici dell’ostia rimangono intatti (odore, colore, struttura). Il topo, mangiando l’ostia, ingerisce forse il corpo di Cristo? Un altro esempio meno conosciuto è l’esperimento mentale del “duomo”, che serve a provare l’indeterminismo nella fisica newtoniana. Immaginiamo una massa che giace su di una superficie radialmente simmetrica in un campo gravitazionale. Seguendo le leggi del moto di Newton, si è portati a pensare che la massa può rimanere a riposo per tutto il tempo, o muoversi spontaneamente in una direzione arbitraria (Norton 2008). Questo esperimento mentale suscita una serie di domande interessanti sulla natura della teoria newtoniana, il significato del termine “fisico”, e il ruolo delle idealizzazioni in fisica. E poi, ovviamente, mostra realmente ciò che afferma? Malament 2008)

Questa voce di enciclopedia è divisa in cinque parti. La prima parte offre una panoramica delle caratteristiche degli esperimenti mentali attraverso degli esempi. La sezione 2 passa in rassegna diverse tassonomie per classificare gli esperimenti mentali, mentre la sezione 3 espone la storia dell’indagine filosofica sulla natura degli esperimenti mentali. La sezione 4 copre diverse teorie inerenti al dibattito corrente su questo tema. La voce termina sottolineando alcuni trend sul cosiddetto “laboratorio della mente”.

 

1. Caratteristiche importanti degli esperimenti mentali

Una buona teoria sugli esperimenti mentali spesso si gioca su dettagli o sulla struttura di casi specifici. Per i partecipanti al dibattito, è perciò di cruciale importanza avere familiarità con una vasta gamma di esempi e in effetti la lista di casi con cui confrontarsi è molto lunga (vedi Stuart et al. 2018, pp 558-560). Alcuni saranno presentati in questa voce. Uno dei primi e più begli esperimenti mentali (Lucrezio, De Rerum Natura 1. 951 – 987: vedi Bailey 1950, pp 58-59) cerca di mostrare che lo spazio è infinito. Assumiamo che ci sia un confine dell’universo. Noi possiamo scagliarci contro una lancia. Se questa lo trapassa, allora c’è altro oltre il confine, se invece viene respinta, vi è un muro cosmico che l’ha fermata, un muro che si trova esso stesso nello spazio. In entrambi i casi, l’universo non ha alcun bordo, dunque lo spazio deve essere infinito.

Questo esempio illustra bene molte delle caratteristiche più comuni quando conduciamo un esperimento mentale: visualizziamo delle situazioni che dobbiamo costruire nell’immaginazione; le lasciamo sviluppare o portiamo a termine un’operazione; vediamo cosa accade al suo compimento e, infine, traiamo una conclusione. L’esempio illustra inoltre la fallibilità di un esperimento mentale. Dai tempi di Lucrezio, abbiamo imparato come concettualizzare lo spazio in modo che questo sia finito e senza confini. Immaginiamo un cerchio, che è uno spazio unidimensionale. Nel muoverci non incontreremo mai un limite, ma questo è uno spazio finito. L’universo potrebbe essere una versione tridimensionale di questa figura geometrica. È perciò vero che quando immaginiamo uno scenario controfattuale dobbiamo essere consapevoli di inaspettate limitazioni dovute agli “effetti fisici di scala” (Klee 2008).

Figura 1: “Benvenuto al confine dell’universo.”

Condurre l’analogo reale di un esperimento mentale spesso potrebbe essere impossibile a causa di limitazioni fisiche, tecnologiche, etiche o finanziarie (vedi Sorensen 1992, pp. 200-202); ma l’irrealizzabilità fisica non deve essere una condizione definitoria degli esperimenti mentali. Sembra però esserlo il fatto che gli esperimenti mentali consentono di imparare qualcosa della natura semplicemente pensando, e questo è di grande interesse per la filosofia.  Questa era la posizione di Ernst Mach (Mach, 1897 and 1905; Kühne 2006, pp. 165–202, Sorensen 1992, pp. 51–75). Gli esperimenti mentali rientrano in una scala di differenti tipologie di esperimenti. Questi ci consentono di accedere ad una grande riserva di “conoscenza intuitiva”, derivante da esperienze passate. Torneremo più avanti sulla teoria di Mach. La sua posizione a riguardo rimane una delle migliori teorie sul funzionamento degli esperimenti mentali. Uno degli esempi preferiti di Mach si deve a Simon Stevin (vedi Mach, 1883 pp. 48-58). Quando una catena è posta su un piano privo di attrito, come in figura 2 qui sotto, come si muoverà? Aggiungiamo qualche anello come in figura 2b. Adesso il risultato è ovvio. La condizione iniziale è in equilibrio statico, altrimenti avremmo una macchina di moto perpetuo; e basandoci sulla nostra “conoscenza intuitiva”, ciò è impossibile. Non dobbiamo condurre l’esperimento nel mondo reale, cosa che comunque non potremmo fare, dal momento che richiederebbe un piano privo di attrito. Ciononostante, il risultato sembra essere convincente.

(a)                     (b)

Figura 2: come si muoverà?

Judith Thomson fornì uno dei più suggestivi ed efficaci esperimenti mentali nel panorama morale (Thomson 1971). Il caso da lei proposto ha come obbiettivo un popolare argomento antiabortista, che procede così: il feto è una persona innocente. Tutte le persone innocenti hanno diritto ad una vita. L’aborto ha come conseguenza la morte del feto. Dunque, l’aborto è moralmente sbagliato. Nel suo esperimento mentale, Thomson chiede di immaginare che un famoso violinista cada in coma. La società dei musicofili determina, sulla base delle cartelle mediche, che tu sei l’unica persona che può salvarla, restandogli attaccato attraverso una macchina per nove mesi. I musicofili irrompono in casa tua mentre dormi e attaccano a te il violinista incosciente (e quindi innocente). Puoi staccarti, ma dovrai affrontare il seguente argomento da parte dei musicofili: il violinista è innocente, staccarsi da lui gli causerà la morte, dunque staccarsi è moralmente sbagliato. L’argomento, sebbene abbia la stessa struttura di quello antiabortista, non sembra essere altrettanto convincente. Saresti moralmente molto generoso a rimanere attaccato al violinista, ma non sei moralmente obbligato a farlo. Il parallelismo con l’aborto è evidente. L’esperimento di Thomson è efficace nel distinguere due concetti che sono stati a lungo trattati in maniera unitaria: “diritto alla vita” e “diritto a ciò che serve per sostenere la vita”. Il feto e il violinista sembrano avere il primo diritto, ma non è evidente che almeno uno dei due abbia il secondo. La conclusione è che anche se il feto avesse diritto alla vita (condizione in cui Thomson non crede, ma che concede per amore dell’argomento) potrebbe comunque essere moralmente legittimo abortire. Coloro che si oppongono alla visione di Thomson hanno due opzioni. Possono scartare l’esperimento mentale come una inutile finzione. Infatti, non mancano i critici degli esperimenti mentali come metodo per l’etica (vedi Dancy 1985). In alternativa, possono fornire una versione differente dello stesso scenario per sfidarne la conclusione. La possibilità di essere ripensati è una caratteristica molto intrigante degli esperimenti mentali. Anche gli esperimenti reali sembrano essere aperti a reinterpretazioni. In questo rispetto, non sembra esserci in effetti una differenza di principio tra esperimenti reali e esperimenti mentali.

Come gli argomenti, gli esperimenti mentali possono essere criticati in vari modi. Forse lo scenario iniziale è difettoso; oppure, la conclusione tratta dall’esperimento mentale non è giustificata. Critiche simili possono essere mosse anche ad un esperimento reale. I contro-esperimenti mentali sono un’altra forma di critica. Questi non affrontano le premesse o le conclusioni di un esperimento mentale, ma ne chiamano in causa il fenomeno, cioè il cuore non-proposizionale di uno scenario immaginato (vedi Brown 2007). Per esempio, Daniel Dennett è convinto che l’esperimento di Mary, dovuto a Frank Jackson, costituisca una prova molto debole contro il fisicalismo in filosofia della mente. Nella versione di Jackson, Mary, che sa tutto ciò che la fisica e le neuroscienze possono dirle sui colori, ma che cresce in un ambiente privo di colori (vedendo solo cose nere, bianche e su una scala di grigi), presumibilmente impara qualcosa di nuovo quando vede un pomodoro rosso per la prima volta. Lei apprende cosa significa fare esperienza del rosso (o ciò che si prova a vedere il rosso). Questo argomento intende mostrare che i qualia sono qualcosa che va al di là della fisica. Dennett, nella sua versione della storia (che sembra altrettanto plausibile), propone a Mary una banana di un blu brillante. Quando Mary la vede, esita e dice di star venendo ingannata, poiché le banane sono gialle, e ciò è in conseguenza del fatto che conosce tutto ciò che c’è da sapere a livello fisico sulla percezione dei colori. Mary, perciò, non impara niente quando vede un colore per la prima volta, e dunque, dopo tutto, questo esperimento mentale non costituisce una obiezione contro il fisicalismo. L’esperimento iniziale di Jackson è molto persuasivo, ma quello di Dennett lo è altrettanto quantomeno da indebolirlo.

Chiaramente, gli esperimenti mentali sono caratterizzati da una attraente plasticità, e questa caratteristica fa sorgere una domanda su cosa preservi l’identità di un esperimento mentale. Sostituire il pomodoro rosso con una banana blu potrebbe lasciarci con lo stesso esperimento mentale – leggermente rivisitato. Allora, a che punto otteniamo un nuovo esperimento mentale? Questa non è semplicemente una domanda di vaghezza concettuale. Piuttosto, aiuta a discutere la concezione intuitivamente più plausibile sull’efficacia cognitiva degli esperimenti mentali, secondo la quale questa dipende dal fatto che gli esperimenti mentali siano argomenti in senso stretto. John D. Norton sostiene questa posizione, che sarà trattata qui sotto. Alla luce di casi in cui la discussione di un singolo esperimento mentale svolge un ruolo importante nel preparare il dibattito, sorge il seguente problema: come può un singolo esperimento mentale supportare argomenti opposti su di una stessa materia se questi sono significativamente diversi? Il dilemma è questo: possiamo dire che se vi è più di un argomento, vi è più di un esperimento mentale coinvolto. Ma se ciò è vero, semplicemente i partecipanti parlano di cose diverse credendo di parlare della stessa. Una parte presenta un argomento che l’altra ignora, presentando invece il proprio. In alternativa, possiamo dire che un esperimento mentale corrisponde a diversi argomenti. Ma se ciò è vero, allora, non è chiaro in quale senso non banale un esperimento mentale è identico ad un argomento (vedi Bishop 1999, e la risposta di Norton 2004, 63-64).

La plasticità degli esperimenti mentali è coerente con un’altra loro caratteristica, e cioè che sembrano avere “forza probatoria solo localmente e in una prospettiva storica, ovvero nel tempo e nel luogo in cui sono sostenute le premesse che gli conferiscono tale forza probatoria”. (McAllister 1996, p.248).

 

2. Tassonomie degli esperimenti mentali

In letteratura è possibile rinvenire diverse tassonomie degli esperimenti mentali, che non sono mutualmente esclusive. Ne presenteremo tre.  La prima li classifica in base al loro scopo. Una sua versione molto rudimentale è presente in (Mach, 1897 e 1905). Una tassonomia di questo genere ha senso perché “un esperimento mentale dovrebbe essere considerato in base al suo scopo specifico” (Krimsky 1973, p. 331). Gli esperimenti mentali sono condotti per diverse ragioni (vedi ad esempio DeMay 2006, Sorensen 1992, pp. 7-15), e in una varietà di discipline, incluse economia (Herfeld 2019; Thoma 2016), pedagogia (Helm and Gilbert 1985; Helm et al. 1985, Klassen 2006; Sriraman 2006; Stonier 1990), storia (Maar 2014; Reiss 2009), letteratura (Davies 2007; Elgin 2004), matematica (Brown 1991 [2011], pp. 90–97; Glas 1999), etica (Hauerwas 1996; Wilson 2016), scienze naturali (Krimsky 1973), politiche sociali (Roberts 1993: Thaler 2016), e teologia (Gregersen 2014; Fehige 2018). Gli esperimenti mentali possono inoltre essere usati come forma di intrattenimento. Ciò è probabilmente vero per storie brevi e romanzi che, come alcuni hanno sostenuto, possono qualificarsi come esperimenti mentali al verificarsi di certe condizioni (Davenport 1983). Alcuni esperimenti mentali svolgono invece una funzione specifica all’interno di una teoria (Borsboom et al. 2002). Altri sono condotti perché è impossibile realizzare il loro scenario sperimentale nel mondo reale (Sorensen 1992, pp. 200-202). A volte gli esperimenti mentali aiutano ad illustrare e chiarificare stati di cose molto astratti, accelerandone il processo di comprensione (Behmel 2001). Ancora, altri servono come esempi per l’analisi concettuale (Cohnitz 2006). Vi sono inoltre esperimenti mentali che svolgono un ruolo nella scoperta di nuove teorie (Praem and Steglich–Peterson 2015). Gli esperimenti mentali che hanno ricevuto maggior attenzione sono quelli che forniscono prove a favore o contro una teoria emessi sullo stesso piano degli esperimenti reali (Gendler 2004). I diversi usi degli esperimenti mentali non si escludono a vicenda. Ovviamente, un esperimento mentale può sia intrattenere che fornire un controesempio ad una teoria.

Una seconda tassonomia classifica gli esperimenti mentali in base alla struttura logica (Sorensen 1992, pp. 132-166). L’idea è di dividere tutti gli esperimenti mentali in due tipi di “rifiutatori aletici”: “sebbene vi siano un certo numero di modi per classificare gli esperimenti mentali, considerarli “rifiutatori” risulta vincente se consideriamo come criteri la semplicità, la familiarità e la specificità. Secondo questo schema, gli esperimenti mentali mirano a smentire una tesi, confutandone una sua conseguenza modale. Le modalità sono operatori che, se applicati a proposizioni, generano nuove proposizioni. Ci sono modalità deontiche (ad esempio, permesso o obbligatorio) modalità epistemiche (credere, sapere) e modalità aletiche (possibile, necessario). Quelle aletiche sono le modalità più conosciute e basilari. Perciò, concentrandoci su queste, non ci perderemo nulla” (Sorensen 1992, p. 135).

Gli scenari più trattati nella discussione meta-filosofica sugli esperimenti mentali sono di questo tipo, i problemi di Gettier ne sono un esempio (Grundmann & Horvarth 2014; Saint-Germier 2019). Questi problemi sono ideati per rifiutare la tesi secondo cui   la conoscenza è una credenza vera e giustificata. Questi problemi servono appunto come “rifiutatori di necessità”. L’altro tipo di rifiutatori sono quelli “di possibilità”. Questi ultimi non stabiliscono “la possibilità del contenuto degli esperimenti mentali”. Piuttosto, stabiliscono una compossibilità. Un esempio è lo scenario in cui ad un Dio onnipotente è chiesto di creare una pietra troppo pesante da porter essere sollevata. Sembra che Dio non possa riuscirci. La nozione di onnipotenza divina in questo scenario ci causa qualche malditesta.

Una terza tassonomia (Brown 1991, capitolo 2), che è stata oggetto di obiezioni (Norton 1993b), è più limitata delle altre due esposte, in quanto si concentra largamente sulla classe di esperimenti mentali impiegati nella selezione di buone teorie, classe che ha ricevuto, in letteratura, l’attenzione maggiore. Secondo questa tassonomia, la divisione principale è tra esperimenti distruttivi e costruttivi, e ricorda la distinzione popperiana tra esperimenti apologetici ed esperimenti critici. Popper in realtà distingue tra tre tipi di esperimenti mentali: euristici (che illustrano una teoria), critici (che si rivolgono contro una teoria) e apologetici (che si volgono a favore di una teoria) (Popper 1959). La sua posizione in favore di uso critico e contraria ad un uso apologetico degli esperimenti mentali ha una portata molto limitata. Popper si concentra esclusivamente sulla meccanica quantistica e non dice molto riguardo le principali sfide epistemologiche proposte dal successo degli esperimenti mentali critici in altri ambiti.

Tra gli esperimenti mentali distruttivi possono essere identificati i seguenti sottotipi: il più semplici di questi consiste nell’evidenziare una contraddizione in una teoria e quindi confutarla. La prima parte del famoso esempio di Galileo sui corpi in caduta fa questo. Egli dimostrò infatti che, secondo la teoria aristotelica, un corpo composto (formato da una palla di cannone ed una palla da moschetto unite) dovrebbe cadere allo stesso tempo più velocemente e più lentamente della palla di cannone da sola.  Un secondo sottotipo è costituito da quegli esprimenti mentali che hanno lo scopo di mostrare che una teoria è in conflitto con altre nostre credenze. Il ben noto paradosso del gatto di Schrödinger, ad esempio, non mostra che la meccanica quantistica (almeno in certe interpretazioni) è inconsistente a livello interno (vedi Schrödinger 1935, p. 812):

“Un gatto è rinchiuso in una scatola d’acciaio, assieme al seguente congegno diabolico (protetto da eventuali azioni di disturbo da parte del felino): in un contatore Geiger è posto un piccolo quantitativo di sostanza radioattiva, così trascurabile, che in un’ora uno degli atomi può, con la stessa probabilità, decadere o non farlo; se succede, il tubo del contatore si scarica e attraverso un relè rilascia un martello che rompe una piccola bottiglietta contenente dell’acido cianidrico. Trascorsa un’ora senza interferenze, se l’atomo non è decaduto, potremmo dire che il gatto è ancora vivo. La q-funzione dell’intero sistema descriverebbe ciò contenendo il gatto vivo e il gatto morto (perdonate l’espressione) mescolato o spalmato in parti uguali”. (Traduzione a cura dell’autore, originale in Sicania 2012).

Questo esperimento mentale mostra che la meccanica quantistica (nell’interpretazione di Bohr) è in conflitto con alcune nostre credenze sugli oggetti macroscopici come i gatti – questi non possono essere allo stesso tempo vivi e morti. La bizzarria delle assunzioni circa il mondo microscopico è già di per sé piuttosto preoccupante, dice Schrödinger, ma quando implica altrettante stranezze a livello di vita quotidiana, allora diventa intollerabile. Vi è un terzo sottotipo di esperimenti mentali negativi, ovvero quello in cui viene attaccata un’assunzione centrale per l’esperimento mentale stesso. Ad esempio, come abbiamo visto sopra, Thomson mostra con il suo esperimento mentale che “il diritto alla vita” e “il diritto ai mezzi a rimanere per rimanere in vita” sono sempre stati considerati in maniera unitaria. Una volta distinti, l’argomento contro l’aborto deve fronteggiare delle conseguenze.

Un quarto sottotipo di esperimenti mentali è quello dei “contro-esperimenti mentali” (vedi Brown 2007). Norton introduce una fruttuosa coppia di concetti: “esperimenti mentali/anti-esperimenti mentali” (vedi Norton 2004, pp.45-49). Abbiamo già incontrato questo sottotipo di esperimenti discutendo il caso della lancia di Lucrezio e la risposta di Dennett a Jackson all’esperimento di Mary, la scienziata dei colori. Vorremmo introdurre un altro esempio, ovvero il contro-esperimento mentale di Mach verso la concezione assolutista dello spazio. Nei suoi Principia Mathematica, Newton propone una coppia di esperimenti mentali come prova che lo spazio è assoluto. Uno è quello del secchio, con l’acqua che ne risale le pareti, l’altro è quello delle due sfere legate da una corda che si mantiene in tensione in uno spazio vuoto. La spiegazione per questi fenomeni, sostiene Newton, è lo spazio assoluto: il secchio e le sfere ruotano rispetto allo spazio stesso. In risposta, Mach modifica gli scenari e sostiene, contro Newton, che le due sfere si muovono l’una verso l’altra per effetto della tensione della corda, e se facessimo ruotare un anello molto spesso attorno ad un secchio in quiete, vedremmo l’acqua risalirne le pareti. (Per una ulteriore discussione dei contro-esperimenti di Mach a Newton, vedi Kuhne 2006 pp. 191-202). In breve, il punto dei contro-esperienti di Mach consiste nel descrivere i fenomeni coinvolti negli scenari in maniera diversa rispetto a Newton, sostenendo un diverso svolgimento della situazione immaginata e indebolendo in questo modo la nostra fiducia negli esperimenti mentali newtoniani. Postulare uno spazio assoluto è una spiegazione plausibile per i fenomeni nell’esperimento mentale di Newton, ma alla luce dei contro-esperimenti di Mach, non siamo sicuri di come avverrebbero tali fenomeni, e perciò non siamo neppure convinti dell’idea di uno spazio assoluto.

Figura 3: fasi degli esperimenti mentali del secchio

Figura 4: Sfere tenute assieme da una corda in uno spazio vuoto

Per essere efficace, un contro-esperimento mentale non ha bisogno di essere del tutto plausibile. In un tribunale, una giuria emetterebbe una condanna a condizione che la colpevolezza sia stabilita oltre ogni ragionevole dubbio. Una comune strategia di difesa consiste nel fornire un’interpretazione alternativa delle prove che sia abbastanza plausibile da insinuare qualche dubbio sul caso. Ciò è sufficiente per rimetterlo in discussione. Per essere efficace, un contro-esperimento mentale ha bisogno di fare altrettanto, agendo, in questo senso, come un “rifiutator di necessità” à la Sorensen.

In aggiunta ai contro-esperimenti mentali, vi sono gli esperimenti mentali costruttivi. È possibile fornire supporto a una teoria in molti modi. Uno di questi è fornire un esempio che renda chiare ed evidenti le sue affermazioni. In questi casi, gli esperimenti mentali servono quindi come mezzi euristici. Una teoria può aver già opportunamente stabilito una conclusione, ma un esperimento mentale può condurre ad una sua maggiore comprensione. Nei suoi Principia Mathematica, Newton fornisce un magnifico esempio, mostrando che la luna è mantenuta nella sua orbita nello stesso modo in cui un oggetto cade a terra (vedi Ducheyne 2006, pp. 435–437). Egli mostra questa idea utilizzando un cannone che spara una palla più e più volte. Al suo limite, la terra curva tanto velocemente quanto cade la palla, con l’effetto di far ritornare la palla di cannone al punto di partenza, e, se non le è impedito, di farla girare attorno con la terra senza fine. Questo è anche il modo in cui si comporta la luna. Potremmo in effetti giungere alla stessa conclusione attraverso dei calcoli, ma l’esperimento mentale di Newton fornisce una sufficiente comprensione del fenomeno in oggetto senza farvi ricorso. Questo è un meraviglioso esempio di “effetto aha”, che è tipico di molti potenti esperimenti mentali.

Figura 5: “Lo sparo sentito attorno al mondo.”

Il violinista di Thomson mostra che l’aborto potrebbe essere moralmente permesso anche se il feto ha diritto alla vita. Similmente, l’ascensore di Einstein mostra che la luce si piega in un campo gravitazionale, perché secondo il principio di equivalenza non vi è nessuna differenza tra un certo sistema di riferimento ed un altro che sta accelerando nello spazio libero. Le leggi della fisica sono le stesse ovunque. Supponiamo che un osservatore sia chiuso dall’esterno in un ascensore, di modo che non sia in grado di dire se si trova in un campo gravitazionale o se sta accelerando. Se l’ascensore stesse accelerando, e se un raggio di luce dovesse entrarvi da una parte, in conseguenza del movimento, il raggio sembrerebbe abbassarsi o curvare verso il basso come se stesse attraversando l’ascensore. Di conseguenza, dovrebbe accadere lo stesso anche se l’ascensore fosse in un campo gravitazionale. Perciò la gravità “piega” la luce.

Il demone di Maxwell mostra che l’entropia potrebbe diminuire: la seconda legge della termodinamica implica che il calore può passare da un corpo freddo a un corpo caldo. Nella termodinamica classica, questa legge è piuttosto rigida; mentre nella teoria cinetica del calore di Maxwell c’è una probabilità, seppure molto piccola, che un passaggio di calore del genere si verifichi. Alcuni pensano che questa possibilità sia una reductio ad absurdum della stessa teoria di Maxwell. Per mostrare come sia possibile violare la seconda legge, lo scienziato immaginò una piccola creatura, la quale controlla una porta tra due camere. Alcune molecole veloci provenienti da una delle due camere, quella fredda, sono lasciate entrare nell’altra camera, quella calda, mentre alcune molecole lente dalla camera calda sono lasciate penetrare nella camera fredda. In tal modo si verifica un aumento nella velocità media delle particelle della camera calda e una diminuzione nella velocità media delle molecole nella camera fredda. Dato che, seguendo la teoria di Maxwell, il calore è la velocità media delle molecole, in questo scenario vi è un flusso di calore da un corpo freddo a un corpo caldo.

L’esperimento delle persone che si dividono di Parfit mostra che la nozione di sopravvivenza è più importante di quella di identità quando consideriamo questioni legate alla personalità (per una discussione critica di questa conclusione vedi Gendler 2002a). Riferendosi a esperimenti mentali come questo, si è soliti sostenere che “mostrano” questa e quest’altra cosa, ma l’espressione “tentano di mostrare” potrebbe essere più appropriata, dal momento che alcuni dei risultati stabiliti sono piuttosto controversi. Ciò che gli esperimenti mentali costruttivi hanno in comune è lo sforzo di stabilire qualcosa di positivo. A differenza degli esperimenti mentali distruttivi, questi non tentano di demolire una teoria esistente, anche se potrebbero farlo in senso lato. In linea di principio, visto che un esperimento mentale può essere ripensato (Bokulich 2001) e che il suo valore probatorio è dipendente dal contesto storico e geografico in cui è proposto (McAllister 1996), può essere rilevante identificare l’intenzione di chi ha ideato l’esperimento mentale: “un esperimento mentale dovrebbe essere considerato in relazione al suo obiettivo specifico” (Krimsky 1973, p.311).

 

3. Storia degli esperimenti mentali

La pratica degli esperimenti mentali non è un’invenzione della filosofia e della scienza moderna. D’altra parte, anche l’idea che i presocratici “abbiano inventato gli esperimenti mentali come una procedura cognitiva e che l’abbiano messa in atto con grande dedizione e versatilità” (Rescher 2005) potrebbe richiedere uno sforzo interpretativo eccessivo. Con una simile affermazione, si rischia infatti di sottostimare l’intreccio fra concetti e la realtà che ad essi corrisponde. Probabilmente, è più corretto dire qualcosa di simile: “non ci sono termini nel greco antico che corrispondano a ciò a cui oggigiorno ci riferiamo con il termine “esperimento mentale”, e presumibilmente i filosofi antichi non avevano la nostra nozione moderna di esperimento mentale. Non c’è dubbio, però, che facessero uso di esperimenti mentali. Infatti, li usavano spesso in modo simile ai filosofi contemporanei, cioè per difendere le proprie teorie e per confutare le teorie altrui.” (Ierodiakonou 2018, p. 31; vedi anche Becker 2018; Diamond 2002, pp. 229–232; Fuhrer 2009; Glas 1999; Ierodiakonou 2005; Ierodiakonou e Roux (eds.) 2011; Irvine 1991; Rescher 1991 e 2005, pp. 61–72). Sebbene vi siano ulteriori sfumature da considerare, la situazione è simile per la filosofia naturale medievale (vedi King 1991). Secondo Edward Grant, durante il medioevo “l’immaginazione divenne un formidabile strumento in filosofia naturale e in teologia; fu impiegata in modi che avrebbero lasciato attonito Aristotele” (Grant 2007, p.201). Ciò non significa che abbiamo ragione di ritenere che Aristotele fosse un oppositore degli esperimenti mentali. Al contrario, “Aristotele utilizzava gli esperimenti mentali per persuasione argomentativa ed in contesti nei quali, a causa della natura oscura della materia trattata o della tesi controintuitiva che devono supportare, le informazioni non possono essere comunicate facendo appello a fatti legati all’osservazione (Corcilius 2018, p.73). Con alcune eccezioni che coinvolgono i problemi del moto, “gli scolastici” non fecero alcuno sforzo per trasformare le loro conclusioni ipotetiche in conoscenza specifica attinente al mondo fisico. Ritenevano infatti che Dio avrebbe potuto giungere a tali conclusioni ipotetiche per via soprannaturale, sebbene impossibili da un punto di vista naturale. Una speciale attenzione ricevette inoltre una classe di esperimenti mentali medievali che non si fonda su controfattuali, ma che dipende da assunzioni teologiche e desidera studiare discipline non teologiche. Sono di questo tipo quegli esperimenti mentali che coinvolgono angeli, la cui esistenza al tempo era credenza comune (vedi Perler 2008). Gli angeli sono spariti ormai (Clark 1992), ma non i relativi esperimenti mentali. Mentre la maggioranza degli esperimenti mentali che coinvolgono esseri angelici ha la cristianità come contesto, vi sono prove della pratica di esperimenti mentali del genere anche in contesti islamici ed ebraici (McGinnis 2018; Fisch 2019). Infatti, è stato sostenuto che “Ibn Sina è il primo filosofo nella tradizione aristotelica e perciò forse il primo nella filosofia occidentale in generale a cercare di identificare i processi psicologici che sono coinvolti nella formulazione di uno scenario ipotetico. Ibn Sina esibisce anche un interesse nello spiegare il perché, e in che misura, certi atti psicologici sono ritenuti importanti nel nostro studio della natura” (Kukkonen 2014, p.434).

Ernst Mach è comunemente ritenuto colui che ha introdotto l’espressione “esperimento mentale” (Gadankenexperiment), coniando così un termine adatto alla discussione filosofica (vedi anche Krauthausen 2015, p. 15). “Questa idea è scorretta comunque! […] può essere provato che il termine è stato usato […] già nel 1811” (Witt-Hansen 1976, p. 48; Buzzoni 2008, pp. 14–15; 61–65; Cohnitz 2008; Kühne 2005, pp. 92–224; Moue et al. 2006, p. 63). La storia concettuale del termine “esperimento mentale” risale almeno al danese “Tankeexperiment,” per come era stato impiegato da Hans-Christian Ørsted. È possibile forse andare ancora più indietro nel tempo e trovare nel lavoro del filosofo e scienziato tedesco Georg Lichtenberg (1742-1799) una teoria implicita “degli esperimenti con pensieri e idee”. Questi esperimenti aiutano a superare abitudini di pensiero che possono inibire il progresso scientifico e rendono possibile una filosofia illuminata (Schildknecht 1990, pp. 21; 123–169; Schöne 1982). Gli “esperimenti aprioristici” (Stern 1963, pp. 112–126) rivelano “che le preoccupazioni scientifiche di Lichtenberg sono i prolegomeni formali e tematici per il suo lavoro letterario” (Stern 1963, p.126). Le sue riflessioni sugli esperimenti mentali richiamano quelle di Popper e Kuhn ed è sensato considerarlo una figura importante del primo periodo della storia dell’indagine filosofica sugli esperimenti mentali (Fehige and Stuart 2014).

In forza di quanto detto, la storia moderna dell’indagine filosofica attinente agli esperimenti mentali può essere divisa in quattro fasi: nel XVIII e XIX secolo emerge in scienza e filosofia la consapevolezza dell’importanza degli esperimenti mentali. Oltre a Lichtenberg, dovrebbe esser fatta una menzione speciale per Novalis (Daiber 2001; Fehige 2013), e Hans-Christian Ørsted. Il tema riaffiora in maniera più sistematica all’inizio del XX secolo, ma con scarsi riferimenti ai tentativi fatti nella prima fase. Coloro che si sono interessati della seconda fase sono Pierre Duhem, Mach, e Alexius Meinong (Duhem 1913, pp. 304–311; Mach, 1883, pp. 48–58, 1897 e 1905; Meinong 1907).  Una terza fase ebbe luogo nella prima parte della seconda metà del XX, probabilmente dovuta alla riscoperta dell’importanza della pratica scientifica per una opportuna comprensione della scienza. Anche questo stadio storico intrattiene scarsi rapporti con i precedenti. Anche se il terzo periodo ha visto un gran numero di contributi degni di nota (Cole 1983; Dancy 1985; Dennett 1985; Fodor 1964; Helm; Gilbert 1985; Helm et al. 1985; Krimsky 1973; McMullin 1985; Myers 1986; Poser 1984; Prudovsky 1989; Rehder 1980a,b; Yourgrau 1962 e 1967) i suoi protagonisti furono  Alexandre Koyré, Kuhn e Popper.  La riflessione contemporanea sugli esperimenti mentali ha avuto inizio negli anni ‘80 del ‘900 e ne segna il quarto stadio. Comprensibilmente, è stata la più prolifica dei quattro periodi. Assieme ad alcune pietre miliari (Horowitz and Massey (eds.) 1991; Sorensen 1992a, b, c; Wilkes 1988) la discussione contemporanea ha preso avvio grazie al confronto tra James Robert Brown e John D. Norton (Brown 2004; Norton 2004), che molti hanno trovato utile per orientarsi nel dibattito. Questi autori “rappresentano rispettivamente gli estremi del razionalismo platonico e dell’empirismo classico” (Moue et al. 2006, p. 69).  Le loro posizioni saranno descritte nella prossima sezione

 

4. Teorie attuali sugli esperimenti mentali

Per iniziare, è opportuno richiamare la principale sfida epistemologica descritta nell’introduzione: come possiamo imparare qualcosa sul mondo reale semplicemente ragionando su scenari immaginati? Questa sfida è al centro del dibattito, anche se è opportuno notare che non tutti i lavori che saranno discussi la affrontano direttamente. In ogni caso, la sezione 5 descrive le posizioni che possono essere considerate delle risposte a questa sfida: l’obiezione scettica, la posizione intuizionista, la posizione inferenzialista, il costruttivismo concettuale, lo sperimentalismo e la posizione che considera gli esperimenti mentali dei modelli mentali.

 

4.1 L’obiezione scettica

Naturalmente, alcuni esperimenti mentali sono stati contestati. Per la maggior parte invece, la pratica degli esperimenti mentali nelle scienze è stata accettata con entusiasmo. Pierre Duhem, grande storico della fisica, è il solo a condannare fermamente alcuni esperimenti mentali scientifici (Duhem 1913, pp. 304–311). Egli sostiene che un esperimento mentale non è un sostituto per un esperimento reale e dovrebbe inoltre essere vietato nella scienza e nell’educazione scientifica. In ogni caso, in forza dell’effettivo ruolo degli esperimenti mentali nella storia della fisica – dai corpi in caduta di Galileo, al secchio di Newton, all’ascensore di Einstein – è improbabile che qualcuno provi simpatia per le critiche di Duhem. È opportuno aggiungere che Buzzoni (2018) mette in questione la bontà di questa lettura della posizione di Duhem e sostiene che Mach ne offriva una interpretazione più sfumata.

I filosofi possono diventare critici tanto quanto Duhem quando si giunge a considerare gli esperimenti mentali nella loro disciplina (vedi Cohnitz 2006b; Peijnenburg; Atkinson 2003; Thagard 2014; Sorensen 1992; pp. 7–50; Stuart 2014; Wilson 2016). Alcuni scettici tra i filosofi sostengono che gli esperimenti mentali nella scienza possono almeno essere testati attraverso esperimenti reali. D’altro canto, ciò è chiaramente falso, dal momento che piani privi di frizione e universi svuotati di tutti i corpi materiali non possono essere riprodotti in laboratorio. È però vero che i risultati di un esperimento mentale filosofico non possono essere testati neppure in maniera approssimativa. È opportuno notare comunque che gli scettici dicono ben poco sul perché gli esperimenti mentali godano di così tanta popolarità in filosofia. Si è inclini a pensare che in ogni campo del sapere ne sottostimino l’importanza per una mente creativa. In generale, tuttavia, pochi sono radicalmente scettici; molti mantengono piuttosto una posizione ambigua. Sören Häggqvist, ad esempio, ha sviluppato un modello normativo per gli esperimenti mentali filosofici (Häggqvist, 1996 e 2009) e sorprendentemente, nessuno tra gli esempi comunemente accettati lo soddisfa. Il processo di identificazione degli esperimenti mentali di successo è solo uno dei primi passi nella direzione della sfida epistemologica posta dagli esperimenti mentali. La questione diviene più complicata quando si inizia a chiedere quanto siano affidabili questi esperimenti mentali di “successo”. Evidentemente, le preoccupazioni relative all’affidabilità degli esperimenti mentali filosofici sono almeno in parte fondate (vedi e.g., Klee 2008). Ciò può in effetti valere per l’etica (vedi Dancy 1985, Jackson 1992; Wilson 2016), l’analisi concettuale (Fodor 1964) e la filosofia della mente: “una strategia popolare in filosofia è quella di costruire esperimenti mentali di una tipologia che chiamo dei “propulsori per l’intuizione” [intuition pump], […], questi vengono spesso abusati anche se non in modo deliberato” (Dennett 1985, p. 12). Dennett assieme ad altri ritiene che gli esperimenti mentali troppo spesso si affidino ai pregiudizi e al senso comune: mentre la scienza concreta avrà spesso risultati altamente controintuitivi, gli esperimenti mentali sono costitutivamente conservativi. Dennett ritiene che esperimenti mentali si fondino su “concetti ingenui”. E questa è la ragione per cui possono essere fuorvianti. Non è chiaro se questa accusa sia corretta. Tutti gli elementi che compongono l’esperimento mentale di Galileo, che hanno prodotto il principio della relatività, potrebbero essere chiamati “ingenui”. Trovandoci in una barca possiamo condurre una serie di esperimenti, come camminare sul ponte, lanciare una palla, guardare gli uccelli che volano, eppure non siamo in grado di dire se ci troviamo in un porto o se stiamo navigando in acque calme. La natura si comporta in entrambi i casi allo stesso modo; le leggi di natura sono le stesse in ogni sistema inerziale. Questo è un risultato estremamente importante e, che coinvolga la fisica ingenua o no, ci accompagna ancora attraverso la relatività di Einstein.

Di grande interesse per il dibattito è l’obiezione scettica sollevata da Kathleen Wilkes. L’autrice è molto diffidente nei confronti di scenari quali “le persone che si dividono come amebe” di Derek Parfit (Parfit 1987; Gendler 2002a). Ella predilige che la filosofia “utilizzi fatti scientifici piuttosto che fatti fantascientifici o fantastici” (Wilkes 1988 p.7), e cessi di utilizzare esperimenti mentali perché sono “allo stesso tempo problematici e fuorvianti”. Wilkes sostiene infatti che gli esperimenti mentali inerenti all’identità personale spesso falliscono nel fornire le condizioni di sfondo necessarie ad impostare l’esperimento (Wilkes 1988 p.7). Ella ritiene infatti che incontrando un uomo che si divide come un’ameba noi non sapremmo di fatto che conclusioni trarre. L’autrice insiste inoltre sull’idea che un esperimento mentale legittimo non deve violare le leggi di natura conosciute. Siamo d’accordo con Wilkes che la sotto-descrizione può essere un problema, ma invece di smettere di impiegare esperimenti mentali in filosofia dovremmo ritenere questa caratteristica un fattore cruciale per stabilirne la qualità (Rescher 2005, pp. 9-14). Più dettagliato è uno scenario immaginato negli aspetti rilevanti, migliore è l’esperimento mentale (Brendel 2004, pp. 97–99; Häggqvist 1996, p. 28).

Siamo inoltre d’accordo che le inferenze tratte dagli esperimenti mentali sono molto problematiche se lo scenario ipotetico “è descritto in maniera inadeguata” (Wilkies 1988, p.8). Ma Wilkes ritiene che, poiché le persone non sono generi naturali, la mancanza di una descrizione sufficiente è inevitabile, il che costituisce una ragione contro gli esperimenti mentali filosofici sull’identità personale. Poiché le persone non sono generi naturali, è di fatto impossibile fornire le informazioni necessarie per risolvere il problema della sotto-descrizione. Wilkes sostiene che “quando prendiamo in considerazione concetti che non hanno a che fare con i generi naturali, il problema di decidere cosa è rilevante e cosa non lo è per il successo di un esperimento mentale è maggiore di quando questo stesso problema emerge in contesti scientifici e potrebbe addirittura non ottenere alcuna risposta” (Wilkes 1988 p.15). L’autrice aggiunge che le leggi scientifiche – specialmente quelle che descrivono i generi biologici come gli esseri umani – “non sono slegate e indipendenti, ovvero tali da essere considerate l’una staccata dall’altra […]. Sono piuttosto interconnesse a vari gradi (Wilkes 1988, p. 29). Ciò implica, ad esempio, che un resoconto psicologico e fisiologico complessivo dei processi nella percezione umana deve ad un certo punto tener conto delle abilità linguistiche; dunque, noi tipicamente vediamo le cose attraverso una certa descrizione e questa potrebbe essere molto sofisticata” (Wilkes 1988, p. 29). Queste considerazioni fanno escludere all’autrice quegli esperimenti mentali che sfidano il monopolio umano sul concetto di personalità. Nessun esperimento mentale, sostiene Wilkes, è ben concepito se coinvolge animali non umani o dei computer considerandoli persone. Ma anche esperimenti mentali che implicano “la fissione o la fusione di esseri umani” possono essere esclusi perché teoreticamente impossibili. “L’impatto totale della somma leggi che ci riguardano in quanto esseri umani (una categoria di genere naturale) ci preclude la possibilità di dividerci in due […] o fonderci con qualcun altro” (Wilkes 1988, p. 36).

È possibile ravvisare qui tutte le difficoltà inerenti alla riflessione sull’identità personale e il limitato contributo che certi esperimenti mentali possono apportare ad una teoria dell’identità personale dal punto di vista metafisico. Ciò nonostante, c’è chi ha fornito buone ragioni per utilizzare gli esperimenti mentali in quest’ambito (Beck 2006; Kolak 1993; Hershenov 2008). Chi scrive ritiene che il problema degli esperimenti mentali sull’identità personale sia più informativo sulla natura intricata di questa materia, piuttosto che sull’utilità degli esperimenti mentali filosofici. Inoltre, sorvolando ulteriori carenze dello scetticismo di Wilkes, (per un’ulteriore discussione della sua posizione, vedi Beck 1992; Brooks 1994; Focquaert 2003; Häggqvist 1996, pp. 27–34), il suo suggerimento secondo cui gli scenari inerenti agli esperimenti mentali dovrebbero soddisfare la corrente conoscenza scientifica relativa agli enti rilevanti presenti nello scenario descritto è altamente implausibile. Ad esempio, apprendiamo molto sul mondo e sulle nostre teorie quando ci chiediamo cosa sarebbe successo dopo il Big Bang se le la legge di gravità fosse stata una legge del cubo inverso invece che una legge del quadrato inverso. Forse le stelle non si sarebbero formate? Ragionare su questi scenari è coerente e molto istruttivo, anche se viola le leggi di natura.

In qualche misura, dovremmo condividere la preoccupazione di Wilkes che gli esperimenti mentali sembrano essere vincolati soltanto alle impossibilità logiche e a ciò che appare intuitivamente accettabile. Questo è certamente problematico perché le intuizioni possono a volte essere molto fuorvianti, mentre le impossibilità logiche rilevanti sono prive di fondamento se non sono guidate da impossibilità teoretiche scientificamente fondate, così che evitino di sfociare in futile fantasia. Timothy Williamson ha sostenuto che dovremmo smettere di considerare l’intuizione omec un cuscino nella poltrona filosofica (Williamson 2004a,b, 2008, pp. 179–207, e 2009; Schaffer 2017). L’importanza delle intuizioni è stata negata in passato (Williamson 2004b, p. 109–110)., e per troppo tempo non hanno ricevuto l’attenzione che meritano (DePaul e Ramsey (eds.) 1998). Al di là del divario tradizionale fra empiristi, razionalisti e scettici, l’utilizzo non uniforme della parola “intuizione” non è il solo elemento che rende difficile accettare i progressi dell’indagine filosofica sulle intuizioni degli ultimi anni. La situazione è stata complicata dai contributi dei filosofi sperimentali sulle intuizioni, i quali hanno offerto diverse ragioni per metterne in questione l’affidabilità (per una critica di tali ragioni, vedi Ludwig 2007 e 2018). L’affidabilità delle intuizioni è stata sfidata a due livelli. Il primo emerge da una spiegazione evoluzionistica della capacità di intuire;  il secondo si deve ad esperimenti che presumibilmente mostrano la relatività culturale e la sensibilità delle intuizioni a elementi razziali e  di genere (Buckwalter and Stich 2010): “[…] una parte sostanziale delle intuizioni filosofiche varia attraverso gruppi demografici […] influenzata da un certo numero di fattori prima facie irrilevanti […] Alcuni scrittori […] hanno sostenuto che queste scoperte giustifichino il corrente scetticismo inerente all’uso delle intuizioni come prove in filosofia […] Ma noi riteniamo che questa conclusione sia troppo forte […].” (Stich & Toba 2018, p. 379). Dopotutto, la conoscenza senza intuizioni (anche se fosse soltanto delle assunzioni di senso comune) sembra impossibile.

La discussione recente sulle intuizioni in epistemologia ha avuto un impatto modesto sulle riflessioni filosofiche inerenti agli esperimenti mentali. E ciò, secondo Williamson, è del tutto naturale. In questo senso, George Bealer può essere citato a supporto di Williamson, poiché egli sostiene che la discussione sugli esperimenti mentali rivela una confusione concettuale. La filosofia, dice Bealer, riguarda “intuizioni razionali”, mentre gli esperimenti mentali possono riguardare solo “intuizioni fisiche” (Bealer 1998, pp. 207–208, e 2002, p. 74). Per molti, questa è una affermazione implausibile, basata su una “fenomenologia delle intuizioni” profondamente problematica dalla quale risulta una netta separazione delle “intuizioni fisiche” dalle “intuizioni razionali”, fondata su di una presunta immutabilità di quest’ultime. Vi sono buone ragioni per credere che gli esperimenti mentali ricorrano alle intuizioni per fornirci nuove informazioni in diversi contesti di indagine, inclusa la filosofia. Questo è ciò che Williamson ha in mente quando parla del ruolo delle intuizioni in esperimenti mentali filosofici come i famosi problemi di Gettier, che in un lampo riscosse ampi consensi da parte della comunità filosofica confutando l’idea che la conoscenza sia una credenza vera e giustificata. Sebbene Williamson si aspetti “che i metodi filosofici da poltrona svolgeranno in maniera legittima un ruolo dominante nella filosofia futura” (Williamson 2009, p. 126), egli crede che “dovremmo smettere di parlare delle intuizioni” (Williamson 2004b, p. 152). Questa affermazione, per buone ragioni, non sorprende coloro che sostengono una concezione degli esperimenti mentali basata sulle intuizioni, visti i problemi dell’approccio di Williamson (Dohrn 2016; Ichikawa and Jarvis 2009; Schaffer 2017), e le prove empiriche a favore del ruolo positivo che le intuizioni possono svolgere nella cognizione umana.

 

4.2 La spiegazione basata sull’intuizione

La “posizione intuizionista” degli esperimenti mentali ha una versione naturalista (Brendel 2004; Gendler 2007) e una versione platonica (Brown 1991a [2011]). Cominciamo col discutere quest’ultima. Brown ritiene che in alcuni casi speciali acquisiamo una conoscenza a priori della natura spingendoci al di là dei dati empirici già in nostro possesso (Brown 1991a [2011]). Galileo ha mostrato che tutti i corpi cadono alla stessa velocità con un brillante esperimento mentale che comincia confutando la posizione aristotelica. Secondo quest’ultima, i corpi pesanti cadono più velocemente dei corpi leggeri (P>L). Consideriamo la figura sottostante, nella quale una palla di cannone pesante (P) e una palla di moschetto leggera (L) sono legate insieme per formare un oggetto composto (P+L); quest’ultimo deve cadere più velocemente della palla di cannone, ma in quanto oggetto composto deve anche cadere più lentamente di quest’ultima, dal momento che la palla leggera lo rallenta. Otteniamo così la contraddizione: P+L > P e P > P+L, che segna la fine della teoria di Aristotele. Ma vi è anche un risultato positivo, poiché il risultato corretto dell’esperimento adesso è ovvio: tutti gli oggetti cadono alla stessa velocità (P = L = P+L), indipendentemente dal peso.

Figura 6: Galileo: “Non devo neppure guardare”.

Brown ritiene che la conoscenza derivata da questo esperimento sia a priori (anche se fallibile), dal momento che non vi sono nuovi dati coinvolti e la conclusione ottenuta non è derivata dai dati già a nostra disposizione. Inoltre, questa conclusione sembra essere una verità logica di qualche tipo (per una recente e molto tecnica obiezione a questa affermazione, vedi Urbaniak 2012). Questa posizione sugli esperimenti mentali può essere ulteriormente sviluppata se connessa con una concezione delle leggi di natura che sostiene che queste ultime sono delle relazioni tra enti astratti. Questa concezione rappresenta una forma di platonismo non dissimile da quello sostenuto in matematica da Kurt Gödel. Le due obiezioni più ricorrenti contro questa forma di platonismo sono (i) che non è possibile identificare un criterio per distinguere i buoni esperimenti mentali da quelli cattivi e (ii) che essa viola il principio di parsimonia ontologica. Queste obiezioni sembrano deboli. Forse trovano un largo consenso perché, data la popolarità di varie forme di naturalismo, al giorno d’oggi il platonismo sembra non andare molto di moda (Grundmann 2018). Se le intuizioni davvero svolgono un ruolo negli esperimenti mentali, questa prima obiezione è modesta perché né i razionalisti né gli empiristi hanno una teoria sull’affidabilità delle intuizioni. Perciò l’obiezione dovrebbe piuttosto essere che le intuizioni probabilmente non svolgono alcuna funzione nella cognizione umana. Vi sono però delle buone ragioni per mettere in dubbio questa affermazione (Myers 2004). Ciò non significa comunque marginalizzare i problemi che sorgono quando ammettiamo che le intuizioni sono una fonte di conoscenza e giustificazione, specialmente in filosofia (vedi Hitchcock 2012).

Per quanto riguarda la seconda obiezione, l’appello al rasoio di Occam è in generale problematico quando è utilizzato per escludere una teoria. Ciò che eliminiamo utilizzando il principio di parsimonia possiamo facilmente reintrodurlo da un’inferenza alla migliore spiegazione (Meixner 2000). E questa è esattamente la posizione del platonista secondo lui, anche concedendo che le intuizioni platoniche appaiono miracolose. Ma sono davvero più miracolose della percezione sensoriale, che sembra in molti aspetti simile all’intuizione platonica? Qualcuno potrebbe voler rispondere di sì, perché presumibilmente noi non abbiamo idea di come funzionino le intuizioni platoniche, ma sappiamo invece qualcosa sulla natura della percezione sensoriale. Sappiamo che se un oggetto è lontano, appare visivamente più piccolo e, sotto certe condizioni di luce, lo stesso oggetto può apparire in modi diversi. È perciò davvero impossibile individuare regole simili per catturare la natura delle intuizioni platoniche? Se sei ubriaco o manchi di attenzione, molto probabilmente non sarai in grado di intuire niente che abbia un valore filosofico.

Una consultazione della letteratura psicologica rilevante rivelerà ulteriori criteri che possono essere impiegati per distinguere, negli esperimenti mentali, le buone intuizioni platoniche da quelle cattive. Ciò nonostante, i sostenitori di una versione naturalistica di intuizionismo si domandano se, una volta che si sia opportunamente difesa l’affidabilità dell’intuizione, il platonismo sia davvero necessario (Miščević 2004). Elke Brendel definisce le intuizioni come atteggiamenti proposizionali accompagnati da un forte senso di certezza. Secondo lei, ci sono due modi di spiegare il valore cognitivo e la plasticità delle intuizioni. Il primo è legato alla nostra costituzione biologica e al nostro passato evolutivo. Il secondo riguarda l’appartenenza a comunità specializzate. La posizione di Brendel suscita molte domande, ma è difficile resisterle. Un insieme universale è intuitivamente accattivante per chiunque non sia esperto in logica, perché la maggioranza delle cose che ci sono familiari possono essere raccolta in insiemi, ad esempio libri, tavoli, e filosofi. Un insieme che contenga tutti gli insiemi sembra perciò intuitivamente plausibile. Questa intuizione scompare una volta che si è preso confidenza con i problemi che derivano dall’idea di un insieme di tutti gli insiemi. Brendel insiste che questa relatività delle nostre intuizioni non implica che queste siano cognitivamente inutili. Senza intuizioni, probabilmente non avremmo conoscenza, e gli esperimenti mentali talvolta sono l’unico modo per accedere a intuizioni che ci guidano nella nostra vita cognitiva (Brendel 2004).

 

4.3 La teoria dell’argomento

John D. Norton è il più influente sostenitore della posizione chiamata “inferenzialismo” (Norton 1991, 1993, 1996, 2004a,b, 2008). Anche se questa posizione sembra essere un’opzione naturale per gli empiristi, sembra che molti la trovino troppo forte. Perciò, molti partecipanti al dibattito sugli esperimenti mentali si situano in effetti tra la posizione di Norton e quella di Brown, che funzionano come utili bussole per prospettive apparentemente più moderate. Forse (ironicamente) molti potrebbero essere d’accordo con Bernard Shaw rispetto alle virtù della moderazione, quando egli disse del tipico membro della classe media che egli è moderatamente onesto, moderatamente intelligente, e moderatamente fedele a sua moglie. Norton sostiene che ogni esperimento mentale è un argomento, anche se talvolta mascherato; tale argomento comincia con premesse fondate nell’esperienza e utilizza regole deduttive o induttive per giungere alla sua conclusione. I tratti esotici di un esperimento mentale, che gli conferiscono il carattere sperimentale, potrebbero, secondo Norton, essere utili sotto il profilo psicologico, ma per il resto sono assolutamente ridondanti. Egli sostiene, infatti, che nel condurre un esperimento mentale non ci spingiamo mai oltre le sue premesse empiriche.

Vi sono tre obiezioni che possono essere mosse alla posizione inferenzialista. In primo luogo, la nozione di argomento qui impiegata è troppo vaga. Questa potrebbe tuttavia non essere la migliore obiezione: gli argomenti possono certamente essere deduttivi (e sono perfettamente chiari) o induttivi. Se questi ultimi non sono sempre chiari, la responsabilità è da attribuire all’induzione, non alla posizione di Norton. La seconda obiezione consiste nel sostenere che Norton semplicemente aggira il problema: ogni esperimento reale può essere riformulato come un argomento, ma nessuno si spingerebbe a sostenere che le esperienze del mondo reale sono dispensabili. La posizione di Norton non risponde alla seguente domanda: da dove provengono le premesse di un esperimento mentale? Un esperimento mentale potrebbe in effetti essere un passo essenziale per il tipo di ricostruzione proposto da Norton. Terzo, un esperimento mentale che è ricostruito in forma di argomento perde la sua tipica forza. Il punto debole del platonismo di Brown è legato al punto di forza della posizione di Norton. Egli sostiene infatti che ogni altra concezione degli esperimenti mentali implica di dover “chiedere all’oracolo”. “Immaginiamo che ci sia un oracolo che sostiene di avere poteri misteriosi, ma che fornisce sempre solo predizioni che potrebbero benissimo essere apprese da semplici inferenze dall’esperienza ordinaria. Noi non crederemmo che l’oracolo ha alcun potere misterioso. Propongo che lo stesso valga per gli esperimenti mentali scientifici” (Norton 1996, pp. 1142–1143). Alcuni sostenitori moderati di alternative empiriste negano l’idea che le esperienze del mondo siano dispensabili Brendel (2018) fornisce un resoconto complessivo dei meriti e delle difficoltà della posizione di Norton.

 

4.4 Costruttivismo concettuale

Il costruttivismo concettuale è fra le alternative empiriste alla posizione inferenzialista. Questa tesi è stata sostenuta Van Dyck (2003) per rendere conto, in particolare, del microscopio a raggi gamma di Heisenberg; anche Gendler (1988) la appoggia per descrivere l’esperimento mentale di Galileo sui corpi in caduta. La proposta di quest’ultima è stata avanzata in termini più generali da Camilleri (2014) così da rappresentare una alternativa moderata sia alla posizione di Norton che a quella di Brown. Il costruttivismo concettuale fu introdotto per la prima volta da Thomas Kuhn (1964). Nell’illustrare questa tesi, egli impiega molti dei concetti (ma non la terminologia) della sua ben nota opera La struttura delle rivoluzioni scientifiche. Secondo lui, un esperimento mentale ben concepito può condurre ad una crisi, o perlomeno generare un’anomalia nella teoria vigente, contribuendo, in questo modo, ad un cambio di paradigma. Gli esperimenti mentali possono insegnarci qualcosa di nuovo sul mondo aiutandoci a ricontestualizzare i concetti, anche senza fornirci nuovi dati empirici. Fehige (2013b) sostiene una forma di costruttivismo concettuale ispirata ad una lettura neokantiana del famoso esperimento dell’orologio nella scatola di Albert Einstein. Questa versione della teoria è ispirata alla proposta di Michael Friedman di concepire le rivoluzioni scientifiche come occasioni in cui una filosofia naturale di stampo kantiano svolge un ruolo di primo piano nel guidare gli scienziati da un paradigma ad un altro. Il lavoro di Kuhn ci lascia con un enigma: se la razionalità scientifica è totalmente dipendente da un paradigma e durante una rivoluzione scientifica un paradigma ne sostituisce un altro, non gradualmente, ma attraverso un riorientamento gestaltico, allora la transizione da un paradigma all’altro non può essere espressione della razionalità scientifica. Sono forse le rivoluzioni scientifiche periodi irrazionali nella storia della scienza? Non necessariamente. Alcuni tipi di filosofia naturale potrebbero guidare il processo rivoluzionario. Friedman aveva in mente un tipo di filosofia naturale di stampo kantiano e la sua proposta non ha guadagnato grande consenso, ma la questione rimane aperta (Fisch 2017).

 

4.5 Sperimentalismo

Ciò che potremmo chiamare “sperimentalismo” comprende una vasta gamma di approcci differenti, i quali assumono che gli esperimenti mentali siano “casi limite” di esperimenti ordinari. Lo sperimentalismo fu proposto per la prima volta da Ernest Mach (1897 e 1905). Egli definisce la sperimentazione attraverso il suo metodo di variare fattori e la sua capacità di distruggere i pregiudizi sulla natura. Secondo Mach, la pratica della sperimentazione è innata negli animali superiori, inclusi gli esseri umani. Un esperimento mentale accade ad un livello di astrazione intellettuale maggiore, ma rimane fondamentalmente un esperimento. Ala base di ogni esperimento mentale vi è una Gedankenerfahrung, un’esperienza nel pensiero. Questa esperienza è possibile poiché l’esperimento mentale muove da “unwillkürliche Abbildungen von Tatsachen” (immagini non arbitrarie dei fatti), acquisite dalle passate esperienze del mondo. Alcuni esperimenti mentali sono così convincenti nei risultati che eseguirli per davvero appare superflua; altri potrebbero essere condotti attraverso un esperimento nel mondo reale, soluzione naturale per un esperimento mentale scientifico. In ogni caso gli esperimenti mentali possono suggerire una revisione delle nostre credenze, segnando in tal modo la loro importanza per il progresso scientifico. Mach apprezza inoltre il valore didattico degli esperimenti: questi ci aiutano a comprendere meglio ciò che possiamo e ciò che non possiamo realizzare attraverso il pensiero.

Nello spirito di Mach, Roy Sorensen ha offerto una versione dello sperimentalismo che rende conto degli esperimenti mentali nelle scienze e in filosofia, affrontando molti dei problemi di questo dibattito. Sorensen afferma che gli esperimenti mentali “sono un sottoinsieme degli esperimenti non eseguiti” (1992, p. 213). Per loro natura, dal punto di vista logico sono paradossi che hanno lo scopo di testare le conseguenze modali di una proposizione. L’origine della nostra capacità di compiere esperimenti mentali è spiegata nei termini dell’evoluzionismo darwiniano (Genz 1999, pp. 25–29). Tale approccio è stato criticato poiché fallisce nel descrivere in modo adeguato dal punto di vista epistemico la nostra capacità di formulare esperimenti mentali (Maffie 1997). Vi è anche chi è invece ottimista nei confronti di questo approccio (Shepard 2008). Lo sperimentalismo non è obbligato ad assumere una veste naturalistica come nella teoria di Sorensen. In un certo numero di contributi, Marco Buzzoni ha difeso una versione neokantiana dello sperimentalismo (Buzzoni 2004, 2007, 2008, 2011, 2011b, 2013, 2013b). Buzzoni (2008) argomenta a favore dell’unità dialettica di esperimenti mentali ed esperimenti reali. Egli sostiene che gli esperimenti mentali e gli esperimenti reali sono identici a livello “tecnologico-operativo”, e, almeno nella scienza, l’uno non si può dare senza l’altro: senza gli esperimenti mentali non vi sarebbero esperimenti reali, poiché non sapremmo come porci domande sulla natura; senza esperimenti reali non vi sarebbero risposte a queste domande, né esperienze da cui prendere le mosse. In considerazione del fatto che molti esperimenti mentali scientifici non possono essere realizzati nella pratica, Buzzoni potrebbe star confondendo gli esperimenti mentali con esperimenti reali immaginati, che possono essere effettivamente compiuti nel mondo reale (Fehige 2012, 2013b; Buzzoni 2013b).

 

4.6 Esperimenti mentali come modelli mentali

L’ultima di molte posizioni emerse nel dibattito sugli esperimenti mentali è quella che potrebbe essere chiamata “teoria dei modelli mentali”. Fra tutte, è quella che annovera tra le sue fila il maggior numero di sostenitori (Andreas 2011; Bishop 1998; Cooper 2005; Gendler 2004; Palmieri 2003; Nersessian 1992, 1993, 2007; McMullin 1985; Miščević 1992, 2007).

Secondo i sostenitori di questa posizione, quando conduciamo un esperimento mentale manipoliamo un modello mentale, invece di uno fisico: “l’idea generale è che in certi compiti di problem solving le persone ragionano costruendo modelli mentali delle situazioni, degli eventi e dei processi, che in condizioni dinamiche possono essere manipolati attraverso delle simulazioni” (Nersessian 2018, 319). Come i modelli fisici, i modelli mentali non hanno un carattere proposizionale. Ciò significa innanzitutto, che “le narrazioni dei modelli mentali servono per costruire un modello di un certo tipo di situazione e manipolarlo attraverso la simulazione garantisce accesso epistemico a certe caratteristiche delle rappresentazioni stesse, caratteristiche che sarebbero precluse alla manipolazione di rappresentazioni proposizionale attraverso regole di carattere logico” (Nersessian 2018, pp. 319 – 320). La narrazione dell’esperimento mentale funziona come un manuale d’istruzioni per la costruzione del modello, ma non è essa stessa l’esperimento mentale.

 

5. Direzioni di ricerca

La teoria dei modelli mentali è uno degli approcci più promettenti fra quelli che si trovano nella letteratura sugli esperimenti mentali, e questo per diverse ragioni. In primo luogo, non sembra avere difficoltà nell’entrare in rapporto con le posizioni intuizioniste. Infatti, l’intuizione potrebbe essere l’elemento che connette le attività essenzialmente non proposizionali che attengono ai modelli mentali, da una parte, e gli aspetti proposizionali degli esperimenti mentali, dall’altra. Dopotutto, gli esperimenti mentali coinvolgono anche ragionamenti proposizionali e in qualche modo in una buona teoria gli aspetti proporzionali e gli aspetti non proposizionali mentali devono essere connessi tra loro. Nella misura in cui gli esperimenti mentali svolgono un ruolo importante nella scoperta e nella scelta fra varie teorie, questo aspetto non può essere trascurato. In secondo luogo, la teoria dei modelli mentali consente l’inclusione di importanti elementi appartenenti allo sperimentalismo e all’inferenzialismo. Gli esperimenti mentali sono realizzati nella mente e il metodo della variazione è impiegato cosicché il risultato di un esperimento possa essere ricostruito in forma proposizionale per essere oggetto di attento scrutinio. Inoltre, la teoria dei modelli mentali ci consente di portare all’attenzione un aspetto che è stato ampiamente ignorato nella discussione: la componente corporea degli esperimenti mentali. Fa eccezione il lavoro di David Gooding (1992, 1993, 1994,1999). In considerazione di ciò, e in un’ottica critica verso le proposte naturalistiche, la componente corporea degli esperimenti mentali potrebbe servire per mettere a frutto il contributo della fenomenologia (Fehige and Wiltsche 2013). I sostenitori di questa scuola di pensiero sono caldamente invitati a partecipare al dibattito sugli esperimenti mentali (Hopp 2014; Wiltsche 2018). In ultimo, la teoria dei modelli mentali offre la possibilità di interessanti discussioni circa il ruolo della finzione letteraria negli esperimenti mentali.

In effetti, alcuni hanno situato “la finzione letteraria sullo stesso piano degli esperimenti mentali” (Swirski 2007, p. 6). Vi sono due modi di interpretare questa affermazione. Una prima interpretazione suggerisce che le opere di finzione potrebbero derivare il loro potere cognitivo dal fatto di essere esperimenti mentali. In altre parole, non dovremmo rigettare immediatamente l’idea che la letteratura possa avere un valore cognitivo. Romanzi distopici come 1984 di George Orwell e Il mondo nuovo di Huxley ne sono esempi lampanti. Una seconda interpretazione sostiene invece che il potere cognitivo degli esperimenti mentali dipenda parzialmente dalla narrazione che ne consente la costruzione. Il lavoro di Novalis è piuttosto rilevante per l’esplorazione del rapporto tra sviluppo narrativo ed esperimenti mentali: la scrittura sperimentale e gli esperimenti su scenari immaginati vanno a braccetto; parole e i pensieri coincidono; mente e materia sono inestricabilmente connesse (Fehige 2013a). Secondo le teorie dei modelli mentali, entrambe le interpretazioni esposte hanno dei punti validi. I lavori di finzione e le narrazioni degli esperimenti mentali possono essere strumenti potenti per costruire modelli mentali, attraverso i quali imparare cose nuove sul mondo, a volte anche grazie agli elementi di carattere fittizio che vi compaiono.

Il denominatore comune fra narrazioni, esperimenti mentali e lavori di finzione è il fatto che possono facilitare il lavoro con i modelli mentali. In questo contesto, è possibile apprezzare la teoria dell’esemplificazione di Catherine Elgin, in particolare in contrasto alla “valorizzazione della verità in epistemologia” (2004 p.113). Inoltre, è opportuno tenere in considerazione il lavoro the Andras Kertész (2015) sulle metafore concettuali e il rapporto che queste hanno con i temi epistemologici inerenti agli esperimenti mentali.

Per concludere, è bene menzionare il ruolo del ragionamento visivo in matematica, che spesso sembra essere strettamente correlato con gli esperimenti mentali. Secondo la concezione standard della matematica, l’unica risorsa legittima da cui trarre evidenze è la dimostrazione, e una dimostrazione è una derivazione da assiomi o principi primi. È opportuno dare uno sguardo al problema dell’origine dei principi primi. Un semplice esempio mette subito in dubbio la concezione standard appena esposta.

teorema: 1 + 2 + 3 + … + n = n2/2 + n/2

dimostrazione: vedi figura.

Figura 7: dimostrazione visiva

La dimostrazione lavora in questo modo: l’illustrazione deve essere guardata dall’alto in basso. Rappresentino i piccoli quadrati i numeri, 1 + 2 + 3 + 4 + 5. Il numero totale dei quadrati nella figura è uguale a questa somma. Si noti inoltre che è anche uguale all’area di un quadrato con lato 5, tagliato dalla diagonale, cioè 52/2, più i triangoli scuri. Si può sostenere che il diagramma è una perfetta dimostrazione del teorema. È possibile “vedere” la sua generalità. Anche se la figura illustra il teorema solo per n uguale a 5, in qualche modo possiamo comprendere che funziona per ogni numero. Il diagramma non suggerisce implicitamente una dimostrazione verbale o simbolica. Una dimostrazione tradizionale di questo teorema funzionerebbe per induzione. Ma il diagramma non corrisponde ad una dimostrazione di questo tipo, dal momento che l’elemento chiave di una dimostrazione induttiva è il passaggio al successore. Possiamo trarre una semplice conclusione dall’esempio: in alcuni casi speciali, è possibile inferire teoremi dalle illustrazioni, ovvero da situazioni visualizzabili. In questi casi sfruttiamo un’intuizione, e da questa intuizione possiamo cogliere la verità del teorema (vedi Brown 1999 [2008]).

Rendere conto dell’attuale situazione del dibattito sugli esperimenti mentali è molto difficile e comporta slanci speculativi, ma non è impossibile. Di certo vi sono diverse difficoltà che la teoria degli esperimenti mentali come modelli mentali, che costituisce una migliore sintesi di diverse posizioni disponibili nel dibattito, deve affrontare. Alcuni, ad esempio, ritengono che le simulazioni al computer costituiscano una prova della bontà dell’inferenzialismo (Beisbart 2012). Altri ritengono che i modelli computazionali stiano progressivamente rimpiazzando gli esperimenti mentali e che quest’ultimi giocheranno un ruolo limitato nella pratica scientifica, specialmente rispetto a quelle scienze che studiano fenomeni complessi non lineari e dinamici (Chandrasekharan et al. 2012, p. 239). Vi sono però proposte, come quella di Marcus Schultze (2014) che consistono nel sostenere che i videogame sono esperimenti mentali eseguibili. Qualunque sia il merito di questa proposta, le indagini future sulla relazione fra simulazioni al computer ed esperimenti mentali potranno approfittarne (Behmel 2001, pp. 98–108; Di Paolo et al. 2000; El Skaf e Imbert 2013; Lenhard 2011; Stäudner 1998; Lenhard 2018). Un attento lavoro sulla natura e sull’importanza della comprensione scientifica (vedi Stuart 2018) informerà queste indagini tanto quanto i frutti del costante sforzo per chiarire il ruolo dell’immaginazione negli esperimenti (vedi, ad esempio, Meynell 2014; Stuart 2017).

È opportuno terminare con una questione interessante, sebbene relativamente inesplorata, che riguarda l’importanza relativa degli esperimenti mentali nelle diverse discipline. La fisica e la filosofia li utilizzano in larga misura. La chimica, per contrasto, sembra non utilizzarli affatto. Perché? Forse è per un semplice accidente storico che i chimici non hanno mai sviluppato una cultura degli esperimenti mentali. Oppure ciò è legato a qualche caratteristica profonda della disciplina (Snooks 2016). L’economia e la storia utilizzano esperimenti mentali, mentre l’antropologia sembra non impiegarli. Una buona spiegazione di questo fenomeno probabilmente ci direbbe molto sulla struttura di queste discipline.

A queste domande è connessa anche la differenza, se ve ne è alcuna, fra gli esperimenti mentali filosofici e quelli scientifici. Abbiamo assunto implicitamente in questo articolo che essi appartengano alla stessa categoria di oggetti. Non tutti però sembrano vederla in questo modo, perciò dovremmo considerare questo tema una questione aperta. Da una parte la filosofia e le scienze sembrano essere attività di tipo diverso. E questo potrebbe suggerire che anche gli esperimenti mentali relativi differiscano fra loro. Dall’altra parte, possiamo riscontrare grandi differenze anche tra gli esperimenti mentali di una stessa disciplina, ad esempio fra il secchio di Newton, volto a stabilire l’esistenza di uno spazio assoluto, e il gatto di Schrödinger, che ha lo scopo di mostrare che è una certa interpretazione della meccanica quantistica è assurda. La differenza fra questi due esperimenti è forse minore di quella che sussiste fra la stanza cinese di Searle e il violinista di Thompson? La risposta a questa domanda non è ovvia. Evidentemente vi sono differenze fra gli esperimenti mentali costruttivi e quelli distruttivi, ma ciò è vero all’interno di ogni disciplina. Forse per adesso l’approccio da tenere dovrebbe essere quello di non stabilire differenze di principio fra gli esperimenti mentali scientifici e quelli filosofici. Questa idea non dovrebbe essere considerata un principio dogmatico, ma piuttosto come uno stimolo per guardare a differenze più sottili fra i due gruppi di esperimenti mentali.

 

Bibliografia

Il numero di articoli, antologie e monografie è cresciuto moltissimo dall’inizio degli anni ‘90. È opportuno segnalare che nella letteratura esistente Kühne (2006) rimane lo studio storico sugli esperimenti mentali più sostanzioso. Sorensen (1992) è ancora la trattazione filosofica più completa. Queste due opere superano più di altre monografie il contributo sistematico di ciò che viene considerata la questione epistemologica primaria relativa agli esperimenti mentali. Inoltre, la bibliografia non include i molti (ne contiamo 8) libri di successo sugli esperimenti mentali (come Wittgenstein’s Beetle and Other Classical Thought Experiments di Martin Cohen); e non comprende neppure i lavori letterari connessi al tema (come The End of Mr. Y by Scarlett Thomas, oppure God’s Debris di Scott Adams). Inoltre, per l’insegnamento nei corsi triennali è opportuno menzionare Doing Philosophy: An Introduction Through Thought Experiments (curato da Theodore Schick, Jr. e Lewis Vaughn, fifth edition, 2012, Boston: McGraw Hill Higher Education). Si tenga presente poi che un buon numero di riviste filosofiche ha dedicato una parte o un intero numero all’argomento degli esperimenti mentali, inclusi il Croatian Journal of Philosophy (19/VII, 2007), Deutsche Zeitschrift für Philosophie (1/59, 2011), Informal Logic (3/17, 1995), Philosophica (1/72, 2003), Perspectives on Science (2/22, 2014), Berichte zur Wissenschaftsgeschichte (1/38, 2015)), così come TOPOI (4/38, 2019) e HOPOS (1/11, 2021). Sono stati poi pubblicati The Routledge Companion to Thought Experiments nel 2017, e un’introduzione all’argomento scritta da Nenad Miščević, dal titolo Thought Experiments (Springer, 2021). Entrambe le opere includono un ottimo resoconto del dibattito. La bibliografia che segue intende presentare solo pubblicazioni che affrontano i problemi generali degli esperimenti mentali. Non sono inclusi tutti gli articoli specializzati che discutono un esperimento mentale, in particolare in relazione al contributo che questo ha dato rispetto ad un problema specifico (come, ad esempio, la Terra Gemella di Putnam e l’esternismo semantico). Viene fatta eccezione per i lavori specialistici citati nella presente voce.

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